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Napoli, Teatro San Carlo – Norma

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Dopo la lugubre Dama di picche inaugurale versione Decker e la Tosca inedita riletta in cifra simil Gomorra dal regista De Angelis, il Teatro San Carlo di Napoli ritrova la buona Norma dell’alta tradizione teatrale ripescando dai propri magazzini il recente, applaudito allestimento del capolavoro di Vincenzo Bellini dall’impianto fortemente romantico e druidico, prodotto dallo stesso Lirico nel febbraio di quattro anni fa a firma del regista e consulente interno Lorenzo Amato, di Ezio Frigerio per le bellissime scene e di Franca Squarciapino per i suggestivi costumi.

Roccia, querce, luna e fuoco tra fondali dipinti, pochi ma ciclopici elementi scenici come la facciata in rovina di un palazzo pregotico in quinta laterale destra, il dorato scudo d’Irminsul con il volto della divinità druidica a mo’ di maschera di Agamennone e l’ampio tronco sacro mozzato in ara resi vivi da pochi, raffinati tocchi in video per una Norma che resta contenitore ideale d’antico e forte impatto: potentemente pagana, remota tanto nel tempo quanto lontana dalla rimescolata salsa romana neoclassica o da assurde declinazioni moderniste, quindi a vantaggio di un giusto filtro primo-ottocentesco puntato sull’elemento Natura che è rito, pietra e foresta, sospensione notturna e fiamme, amore puro, sacrilego, bruciante sacrificio.
A esaltarne in formula vincente gli esiti nel 2016, il doppio centro a segno per contenuti canori a oggi insuperati: ossia, la scelta in asse di un perfetto pacchetto di voci capitanate da una belcantista al platino quale Mariella Devia, fulgida a ogni sua nota nel non facile ruolo del titolo per quanto a fine carriera, quindi con Stefan Pop pur arrivato all’ultimo minuto dal secondo cast per Pollione, l’ottima Laura Polverelli per Adalgisa e un intenso Carlo Colombara per Oroveso. Più Coro preciso e preparato al meglio da Marco Faelli. Il tutto diretto da uno dei più grandi eredi della lezione lirica italiana, l’immenso Nello Santi scomparso pochi giorni fa e al quale, lodevolmente, il San Carlo ha voluto dedicare l’odierno spettacolo.
Fermo dunque restando l’alto pregio dell’allestimento, giusto perfettibile con un’ulteriore cura dei movimenti in special modo per le masse eccessivamente frontali o spesso lasciate al caso stando all’evidente impaccio di qualche corista nel posizionarsi sulla sinistra, impossibile non avvertirne il peso sghembo al cambiamento degli interpreti in campo, in verità tutti più che ferrati sul fronte tecnico e al massimo del rispettivo impegno per carica espressiva ma, come chiarissimo al banco senza sconti nelle cabalette di coloratura per Norma, nelle sortite eroiche del proconsole romano Pollione o negli slanci all’acuto di Adalgisa, nessuna esattamente in ruolo e, difatti, sotto sforzo. D’altra parte gli applausi di circostanza del pubblico, più caldi e convinti soltanto al termine della celebre Cavatina-Preghiera su due atti e quasi tre ore di opera, ne sono stati la giusta cartina al tornasole.

Si comincia pertanto, stavolta, proprio dalle voci, in scaletta d’importanza e non di apparizione. È pur vero, ad esempio, che l’uruguayana Maria José Siri, voce morbida dolcemente tornita e notevolissima per intonazione, proiezione e controllo delle dinamiche, sia partita da vocazione leggera per poi approdare al lirico pieno con accenti drammatici affermandosi con vivo successo internazionale in parti di ogni sorta, da Mozart a Puccini, Verismo compreso. Ma le corse di coloratura affaticate e spesso stirate fra gli estremi del suo registro nei tempi veloci (come nell’impervio Allegro con Coro “Ah! Bello a me ritorna”) o nelle concitazioni rabbiose in sedicesimi non hanno reso giustizia alla sua Norma migliore così come da lei nell’occasione costruita, invece, nei mirabili recitativi-ariosi o nei cantabili calibrando crescendo e decrescendo magnifici, sostanziando di temperamento inusitato tanto la sacerdotessa austera, madre affettuosa e ferita amante quanto l’amica-rivale nelle complesse gare intervallari in duetto, offrendo al vertice una “Casta Diva” densa di suono, colori e cuore. Una tipologia di voce che se vogliamo, rispetto a tante altre interpreti che ne hanno poi deviato il corso, risulta maggiormente in linea con quel canto d’oro brunito voluto da Bellini e forgiato dalla Norma cantata per prima dalla mitica Giuditta Pasta ma, stando alla scrittura, con tanto di luce e note adamantine mancate qui nelle agilità. Vale a dire una Norma intensa e autorevolissima, ma poco in volo e timbricamente proiettata troppo in avanti per essere belcanto belliniano.
Discorso parzialmente diverso per Fabio Sartori sebbene, anche lui, maggiormente apprezzato nel repertorio pucciniano e difatti reduce dalla recente, citata Tosca. A ogni modo, il forse troppo rapido passaggio da Cavaradossi a Pollione non ha giovato alle sue corde, apparse fin da subito tese e in parte spinte, a cominciare dalla cabaletta alla seconda scena sia pur nel buon indirizzo eroico-poetico complessivo della sua prova sempre sostenuta da tecnica e fiati importanti, fino a nobilitare e dunque a rendere meno vile il fedifrago proconsole. Analogamente in forma relativa è risultata l’Adalgisa del mezzosoprano Silvia Tro Santafé, avanzata in primo cast dal secondo per sostituire l’attesa ma improvvisamente influenzata Annalisa Stroppa, pertanto (è d’obbligo tenerne conto) a stretto giro dalla generale del giorno prima. La sua maggiore propensione al belcanto d’agilità è indiscussa e ben chiara ma, anche in tal caso, a tratti esasperata e quindi da limare nell’eccessivo vibrato e in taluni aspri acuti, da bambola meccanica offenbachiana, sparati senza una logica preparazione dinamica. Fra i suoi momenti migliori, si annoverano senz’altro i due duetti con Norma e il Terzetto al Finale I, assai precisi nelle vertigini di slancio, timbro, ritmo e intonazione. Autorevole e di bel colore inoltre l’Oroveso del basso di Fabrizio Beggi, bene il Flavio di Antonello Ceron mentre meno convincente, nei suoi pochi interventi, la Clotilde di Fulvia Mastrobuono. Completavano il cast i due figli di Norma, Brenda Mazzola e Antonio Barretta, registicamente voluti in primo piano.

Del Coro della Fondazione, preparato da Gea Garatti Ansini, si ribadisce una volta e per tutte il buon metallo della sezione maschile a fronte del tallone sfibrato e finanche imbarazzante in zona medio-acuta dell’intera sezione femminile, per quanto qui coinvolto in parte minima. Infine l’Orchestra, nei timbri puri piuttosto anonima rispetto al solito ma, nell’insieme, metricamente sollecita e governata con buon polso – se si escludono alcuni eccessivi alleggerimenti e minimi scarti con il palcoscenico – dal giovane Francesco Ivan Ciampa, talento campano in interessante quanto definitiva ascesa nell’ereditare e rileggere la grande tradizione lirica italiana.
Infine, applausi a scena aperta solo per “Casta Diva” e ancora una volta grandi consensi per l’allestimento chiuso dal divampare improvviso dell’immenso rogo, con folgorante colpo d’occhio più che d’orecchio.

Teatro San Carlo – Stagione 2019/20
NORMA
Tragedia lirica in due atti
Libretto di Felice Romani
Musica di Vincenzo Bellini

Norma Maria José Siri
Adalgisa Silvia Tro Santafé
Pollione Fabio Sartori
Oroveso Fabrizio Beggi
Clotilde Fulvia Mastrobuono
Flavio Antonello Ceron

Orchestra e Coro del Teatro di San Carlo
Direttore Francesco Ivan Ciampa
Regia Lorenzo Amato
Scene Ezio Frigerio
Costumi Franca Squarciapino
Luci Vincenzo Raponi
Produzione del Teatro di San Carlo
Napoli, 12 febbraio 2020

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