Chiudi

Napoli, Teatro San Carlo – Ein deutsches Requiem diretto da Daniele Gatti

Condivisioni

Intenso e coeso nell’umanità di un respiro che, con forza e dolcezza al contempo, dà luce e accorata speranza a un diverso sguardo sulla morte. Uno sguardo consolatorio più che terrifico, difatti senza dies irae, così come magistralmente scolpito da Brahms con taglio libero, protestante e possente fra testo e pentagramma consegnando, nel secondo Ottocento e nella lista sacra dei capolavori, il suo Ein deutsches Requiem per soli, coro e orchestra, op. 45.
È quanto esattamente restituito all’ascolto lavorando, pur su compagini tanto diverse dalle sue, con redini strutturali saldissime, bella sensibilità timbrica e grande controllo di contrappunti e dinamiche, dal Direttore musicale dell’Opera di Roma Daniele Gatti, tornato con tale immenso affresco corale al Teatro San Carlo di Napoli in terza battuta nell’ultimo quarto di secolo e sempre per la stagione di concerti ma, per la prima volta, sul podio di Orchestra e Coro del Lirico partenopeo dopo aver guidato sullo stesso palcoscenico, nel 1995, l’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia e, nel 2006, la splendida Staatskapelle Dresden.

Oltre a garantire peso specifico quanto lucidità d’insieme alle sette, differenti sezioni interne alla ferrea impalcatura di fabbrica tedesca, Daniele Gatti ha infatti sin dalle prime misure inteso infondere alla totalità, e finanche nei climax più drammatici, una bellezza di trasparenza moderna e quasi teneramente paradisiaca, in ideale collegamento con quanto vent’anni dopo avrebbe consegnato a Parigi Gabriel Fauré con il suo parimenti particolarissimo Requiem. Mirando, chiaramente, a ribadire e a siglare quella serenità di base difatti in filigrana onnipresente fra le costanti scelte o chiuse tonali in maggiore, nel morbido canto ascendente del primo oboe, nella vocalità rotonda e sospesa del soprano al numero 5 (“Ihr habt nun Traurigkeit”), nelle per nulla facili rarefazioni corali all’acuto. Come a filtrare le miserie umane e la fragilità della dimensione terrena pensando non ai morti quanto alla consolazione dei vivi, confidando nel perdono divino, nella felicità della vita eterna, nella redenzione del mondo.
Il primo movimento, pur su tappeto timbrico scuro, cerca dunque una leggerezza di tempra e una freschezza d’intonazione trovate in special modo grazie al sostegno strumentale e alla fermezza delle voci maschili del Coro istruito da Gea Garatti Ansini, mentre la più celebre marcia funebre al numero 2 (“Denn alles Fleisch, es ist wie Gras”), scandita dai timpani e dalla spinta degli archi, può contare su una migliore forza d’insieme nei centri omoritmici della compagine vocale, fino a raggiungere in zona fugata i momenti più alti tra l’enfasi di tenori e bassi, lo squillo a piena orchestra, gli affondi sottovoce.

Con l’Andante moderato successivo (“Herr, lehre doch mich”) sul Salmo 39 e sul Libro della Sapienza (3, 1) fa il suo ingresso il primo dei due solisti, il baritono Markus Werba, di slancio plastico, eroico. Sfodera, così come più avanti al numero 6 (“Denn wir haben hie keine bleibende Statt”), pieno controllo, ampie sonorità e dizione chiarissima, un bel timbro bronzeo e un’espressività assai duttile nel dar vivo vigore al suo canto responsoriale a fronte di un Coro del San Carlo che anche in tal caso, come a seguire nel Moderatamente mosso, presenta punte a pasta acida negli acuti femminili ma notevole impegno nella costruzione del numero chiuso da una complessa Fuga in re maggiore, tanto da far scattare il primo dei due applausi fuori luogo.
Il quinto brano, di andamento Lento e aggiunto successivamente da Brahms su testi misti (Giovanni, pagine apocrife, Isaia) in memoria della madre, è quindi una grande e tenera aria tripartita (“Ihr habt nun Traurigkeit”): a darvi forma e voce il soprano Roberta Mantegna, ascoltata a Roma nei Vêpres verdiani inaugurali parimenti con una magnifica direzione di Gatti. Privilegiate, soprattutto in tale sede, le dinamiche più morbide che la Mantegna, al di là di un attacco non proprio pulitissimo, esalta accentuando e portando fin oltre il pentagramma (ma anche oltre il testo, poco intelligibile) grazie a un canto dallo smalto edulcorato e denso.
Con il settimo, delicato tassello corale “Selig sind die Toten”, solennità e senso di beatitudine chiudono al termine l’ispiratissima ode confermando, fra i più caldi applausi del pubblico, l’alta statura interpretativa di Daniele Gatti e l’ottima capacità di reazione dei complessi artistici sancarliani dinanzi alle bacchette migliori.

Teatro San Carlo – Stagione di concerti 2019/20

Johannes Brahms
Ein deutsches Requiem (Requiem tedesco)
per soli, coro e orchestra, op. 45 (1868)

Orchestra e Coro del Teatro di San Carlo
Direttore Daniele Gatti
Maestro del coro Gea Garatti Ansini
Soprano Roberta Mantegna
Baritono Markus Werba
Napoli, 2 febbraio 2020

Download PDF
Connessi all'Opera - Tutti i diritti riservati / Sullo sfondo: National Centre for the Performing Arts, Pechino