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Napoli, Teatro San Carlo – Die Zauberflöte

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Una scatola sonora delle meraviglie che, poggiando sull’equilibrio mirabilmente complementare fra il suono-intonazione di stile italiano o classico viennese (Sing) e la semplice verità della parola tedesca (Spiel), volge un ultimo sguardo al Settecento giusnaturalista ed esoterico. E lo fa racchiudendo e compendiando in sé fiaba teatrale magica (Zauperoper) e azioni rocambolesche della suburbana commedia delle macchine (Maschinen-Komödie), moda egizia, scienze occulte, percorsi iniziatici e tonali, numeri e simboli dell’arte muratoria, genuinità popolare, stupore infantile. Il tutto, unendo in una sorta di superiore armonia – o, meglio, di fratellanza – gli stili più vari impiegando un intero campionario di forme e tradizioni distanti, ricombinate strizzando l’occhio tanto al sorriso comico quanto all’alto rito o mistero, passando dall’aria buffa alla seria con recitativo accompagnato, dal Lied e agli assieme vivaci, dall’Ouverture francese alla fuga, dal corale luterano alla preghiera. E ciò giusto per ribadire quanto sia rilevante tenere ben strette le diverse tessere del più celebre e amato fra i Singspiele del teatro musicale austro-tedesco, qual è appunto Die Zauberflöte (Il flauto magico) di Mozart, in prima rappresentazione il 30 settembre 1791 al Theater auf der Wieden sul libretto dell’eclettico impresario, commediografo e cantante-attore Emanuel Schikaneder che per se stesso ritagliò il delizioso aiutante-antieroe piumato Papageno, l’uccellatore goloso di donne, vino, pane e fichi dolci, quindi titolo tornato al Teatro San Carlo di Napoli per la ripresa al chiuso e in coda di stagione lirica 2019/20 ma, dopo vicissitudini e spostamenti, finito in forma di concerto (così come l’imminente Rondine pucciniana, il 16 e 18 ottobre) per sole due sere e con il taglio netto di tutti i peculiari recitativi in parlato.

L’idea del carosello di numeri chiusi per la Zauberflöte mozartiana, in verità, non era nuova in Campania (si ricorda la bellissima e visionaria riformulazione coreutico-multimediale di Josef Svoboda coprodotta da Lanterna Magika e Deutsche Oper di Berlino, su base pre-registrata, in prima mondiale alle Panatenee Pompeiane edizione 1992, in via d’eccezione ad Anacapri), pur accettabile per i contesti all’aperto d’estate mentre assai poco idonea per un cartellone d’opera al chiuso, con doppio cast e senza i debiti nessi drammaturgici o gli eventuali supporti visivi, laddove si consideri nel medesimo conto i ben noti disagi causati dall’emergenza sanitaria globale e l’integrità della quota Fus regolarmente elargita.
A soffrirne infatti, in sede di riscontro, un po’ tutti, visto il carico di qualità suppletive andato a pesare sulle diverse potenzialità istrionico-espressive delle singole voci e, soprattutto, sulla ricerca di qualcosa in più fra i piani dinamici per una terza dimensione fonico-evocativa da cavare alle compagini sia orchestrale che corale della Fondazione, nell’occasione dirette con fermo rigore entro binari, diciamo pure illuministici, di ratio e clarté tracciati lungo l’intero arco di circa 130 minuti da Gabriele Ferro, antica conoscenza per gli organici del San Carlo essendone stato guida stabile dal 1999 al 2004.

L’ingresso nell’opera staccata dai famosi tre accordi-segnale e in tonalità a tre bemolli è di stile severo, non solo per la natura di oscura sacralità insita nell’Adagio introduttivo, ma per l’incedere con lentezza impresso dal podio in modo da far uscir fuori con effetto a scarto la leggera velocità, più che la vivacità, dell’Allegro bipartito in sottile stile contrappuntistico e in libero fugato. Parte da qui una visione lineare ed asciutta stando a quanto restituito dalla lettura di Gabriele Ferro entro un regime prettamente da concerto, esente da ogni eventuale affondo o ridondanza teatrale, con pieno rispetto delle voci e un nitore orchestrale sempre molto misurato, consono ai vari luoghi del catalogo strumentale mozartiano ma anche, guardando avanti, con qualche accenno al Rossini della Cavatina di Figaro nell’introdurre lo scontorno solistico del libidinoso moro Monostatos all’Atto II (“Alles fühlt der Liebe Freuden”). Nel complesso, la tenuta è garantita ma al netto di impennate, introspezioni o trasfigurazioni dinamiche e a fronte di una compagine in forma relativa.

Passando alle voci, il primo a uscire sulla pedana posta sul lato sinistro del proscenio è il Tamino del tenore valenciano David Ferri Durà, protagonista dell’Introduzione “Zu Hilfe! Zu Hilfe! Sonst bin ich verloren” accanto alle tre Dame (Emanuela Torresi, Laura Cherici e Adriana Di Paola) dalle prestazioni pur gestualmente vivaci ma, ciascuna a suo modo, dai risultati discontinui in quanto non sempre sinceri in termini di stile, suono e assetto metrico-ritmico. Anche la sortita del principe prescelto, un tipico lirico amoroso mozartiano, è in realtà per gran parte del I Atto penalizzata da un’emissione poco udibile, ovattata e tonsillare (la sua aria al numero 3 “Dies Bildnis ist bezaubernd schön” sembra addirittura cantata in falsetto) ma per fortuna, procedendo verso il Finale I, in itinere si giova di un buon recupero qualitativo allo scaldarsi della voce per poi mettere a segno una timbrica più autentica e fraseggi di elegante portamento. Molto interessante, anche se perfettibile nella lunghezza dei fiati, è il Papageno del baritono calabrese poco più che trentenne Vincenzo Nizzardo: un paio di piume puntate sul bavero della giacca, una siringa di pan al collo ma, in special modo, una spigliatissima verve gestuale e canora ci riconciliano con la natura più viva della partitura teatrale. Il suo Lied viennese bipartito ne mostra il bel colore, la baldanza tecnica e la piena padronanza dei contenuti testuali, con pari efficacia confermati nel Quintetto di lì a breve staccato a bocca chiusa per il punitivo lucchetto, con tinte ancor più naturali e dunque affini all’essenza del Singspiel nella sua aria “Ein Mädchen oder Weibchen wünscht Papageno sich!”, per finire con la brillante schermaglia sl cospetto della Papagena del soprano Michela Antenucci per dar forma ad un amore di Duetto (“Pa… Pa… Pa… Papagena!”), giocato a colpi di mascherine anti-Covid.

Un discorso a sé spetta all’Astrifiammante del soprano di coloratura Daniela Cappiello che, per quanto dotata di volume, tecnica e squillo più che sufficienti in zona acuta e sovracuta sino al fa, al di là di qualche imprecisione alla prima aria e di qualche accelerando in prossimità dei salti nella sua mitica “Der Hölle Rache kocht in meinem Herzen”, dà voce a una Regina della Notte fin troppo umana, ossia più lirica che algida e spietata secondo quanto invece necessario per la sua stellare e sperticata aria di furia dai lancinanti picchiettati.
Viceversa, su tutti, svetta per bellezza e rara intelligenza la prova del soprano Valentina Mastrangelo, impegnata nel ruolo della giovane principessa Pamina. Sia in assolo (splendida la sua aria dolorosa e struggente in sol minore dinanzi alla prova del silenzio di Tamino, “Ach, ich fühl’s, es ist verschwunden”) che in assieme brilla di gran luce – la immaginiamo perfetta, sempre per Mozart, nella limpida Ilia dell’Idomeneo – in virtù di un’articolazione che reca in sé un intero mondo di affetti e di accenti, di sospiri e intenzioni, di dolcezza e affanni.
A suo agio nel ruolo di Sarastro è quindi il basso profondo Ramaz Chikviladze, la cui nobiltà del canto – intensa la sua Preghiera “Isis und Osiris” unita al Coro maschile ottimamente regolato dall’uscente Gea Garatti Ansini – ben lascia intravedere quel che poi sarà il ribaltamento fra i mondi della Luce e Sapienza versus quello delle Tenebre e Inganno. Sostanzialmente appropriato anche il Monostatos del buffo caricato Cristiano Olivieri se gli si perdona qualche vistosa stimbratura, ottimamente calibrate le tre voci “bianche” riprodotte da quelle femminili adulte di Fiorenza Barsanti, Antonella Petillo e Roberta Mancuso per i tre genietti-fanciulli, relativamente convincenti il primo armigero di Marco Miglietta e l’Oratore di Enrico Marrucci, migliore il primo Sacerdote di Mariano Orozco, di primo livello il sia pur breve intervento di Gianfranco Montresor per il secondo armigero. Infine Coro maschile e misto in miglior forma nell’attesa del lavoro che potrà fare sulla sezione femminile il neo-nominato José Luis Basso, in arrivo dall’Opéra di Parigi e in passato (dal dicembre 1994 al maggio 1996) fra i migliori maestri del Coro vantati in assoluto nella storia del Lirico napoletano.

Teatro San Carlo – Stagione 2019/20
DIE ZAUBERFLÖTE /IL FLAUTO MAGICO
Singspiel in due atti K. 620 su libretto di Emanuel Schikaneder
Musica di Wolfgang Amadeus Mozart

Sarastro Ramaz Chikviladze
Tamino David Ferri Durà
Pamina Valentina Mastrangelo
Astrifiammante, Regina della Notte Daniela Cappiello
Papageno Vincenzo Nizzardo
Papagena Michela Antenucci
Monostatos Cristiano Olivieri
Prima Dama Emanuela Torresi
Seconda Dama Laura Cherici
Terza Dama Adriana Di Paola
Primo Armigero / Secondo Sacerdote Marco Miglietta
Secondo Armigero Gianfranco Montresor
Primo Sacerdote Mariano Orozco
Oratore / Una Voce Enrico Marrucci
Primo Genietto Fiorenza Barsanti
Secondo Genietto Antonella Petillo
Terzo Genietto Roberta Mancuso

Orchestra e Coro del Teatro di San Carlo
Direttore Gabriele Ferro

Maestro del coro Gea Garatti Ansini
Esecuzione in forma di concerto
in lingua originale senza i dialoghi parlati
Napoli, 4 ottobre 2020

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