Chiudi

Napoli, Pietà de’ Turchini – Concerto dei Talenti Vulcanici con la voce di Nicola Ciancio

Condivisioni

Don Antonio Manna, detto “il Camerini” o, come talvolta appare nei libretti, “Abbate Camerino” perché, pare, originario di quell’antico borgo marchigiano. Il cognome riconduce, in verità, a un assai prolifico ceppo di maestri e musicisti della Napoli barocca (i compositori Gennaro, Gaetano e il violinista Nicola) ma oggi, nel suo caso, in molti si potrebbero domandare: chi era costui?
Ebbene, fra l’ultimo Seicento e l’intero primo quarto del Settecento, per quanto finito poi nell’ombra dell’immaginario mitografico diviso fra l’eroico dei più celebri castrati come il Farinelli che pure cantò al suo fianco e il buffo dominato dai registri più gravi e caricati, Antonio Manna fu voce di basso magnifica, dalle doti tecniche straordinarie per salti e arpeggi, per singolare estensione e raffinata espressione. Ad attestarlo, ruoli e pentagrammi a lui destinati soprattutto fra Serenate e Cantate celebrative. Elogiato da Alessandro Scarlatti al vertice della Real Cappella di Napoli, organico di cui il Manna fece parte sin dal 1697 come soprannumerario al quarto posto ma fra i più quotati nell’arco di un quarto di secolo, fu difatti interprete delle pagine religiose o profane per lo più allegoriche scritte dai massimi compositori del tempo, Händel compreso, entro il circuito sacro, nobiliare e di corte ma non teatrale – essendo sacerdote – fra la Partenope vicereale, la Roma nell’era dei cardinali Pamphili e Ottoboni, la Vienna di Carlo VI, risultando fra il 1700 e il 1705 al servizio e fra i più pagati della Cappella Imperiale.

A ricordarne con efficace impatto il calibro, il timbro e a restituire in prima assoluta un’idea di quelle che furono le sue speciali abilità canore è stato l’applauditissimo concerto d’apertura della XXIII stagione musicale “D’istanza Creativa” della Fondazione Pietà de’ Turchini di Napoli presieduta da Mariafederica Castaldo, intitolato appunto “Antonio Manna: il basso napolitano”. Un evento inedito radicato come da regola interna sulle ricerche musicologiche di Paologiovanni Maione, quindi costruito su alcuni tasselli del repertorio di tale musico virtuoso per poi consegnarne il testimone alla voce esordiente di Nicola Ciancio, giovanissimo quanto interprete di assoluto interesse nell’occasione al suo debutto in recital accanto ai Talenti Vulcanici, ossia l’ensemble paneuropeo a geometria variabile creato nel 2011 e di volta in volta rinnovato tramite audizioni dallo stesso Centro di Musica Antica, tra l’altro quest’anno vincitore del XXXIX Premio della Critica Musicale “Franco Abbiati” quale migliore iniziativa musicale unitamente al loro direttore di sempre, il cembalista torinese Stefano Demicheli.

Un concerto a progetto andato dunque a confermare ulteriormente gli alti esiti qualitativi fin qui messi a segno dalla felice impresa e senza fallire un sol colpo fra contenuti e risultati ai fini della riscoperta sia scientifico-editoriale che produttiva, discografica e performativa dedicata a profili monografici o repertori rari tratti dal Sei e Settecento strumentale e teatrale, di scuola napoletana in primis, nel solco di operazioni analoghe effettuate dalla Pietà de’ Turchini già in precedenza e con altri organici, quali la fortunata Serenata händeliana Aci, Galatea e Polifemo eseguita più volte dal nostro Manna nel ruolo del ciclope e la prima in tempi moderni della Serenata Erminia di Alessandro Scarlatti nel 2011 riportata nello stesso Palazzo di Stigliano in via Toledo dove fu cantata per la prima volta il 13 giugno 1723 «da’ primi quattro virtuosi che si ritrovano in questa città, cioè – come raccontano le cronache del tempo – Carlo Broschi (detto Fariniello) soprano, che con molt’applauso rappresentò la parte d’Erminia, come altresì Andrea Pacini contralto, Tancredi, Annibale Pio Fabri tenore, Polidoro e D. Antonio Manna basso, che rappresentava la parte di Pastore […]». A seguire, con i Talenti, si ricordano almeno Gli Orti Esperidi di Metastasio-Porpora su revisione di Gaetano Pitarresi (nel 2013) con la Venere di Maria Grazia Schiavo, il bellissimo progetto (nel 2015) sul virtuoso alla moda Nicola Grimaldi, detto Nicolini interpretato dal controtenore Carlo Vistoli e inciso per l’Arcana-Outhere, gli “Stabat” di Logroscino e di Sellitti, il primo piano sulle “Famosissime armoniche”. Il tutto, accanto alla promozione mai sufficientemente lodata dei musicisti più giovani, presenti sia nella formazione in itinere di un organico che affianca tutor e tirocinanti, sia nella prima linea dei solisti prescelti. Esemplare, a tal merito, il capitolo in oggetto che nella piccola orchestra rigorosamente dotata di strumenti antichi vantava la presenza di una primadonna del violoncello barocco, Catherine Jones, rivelatasi fra i punti di forza del gruppo e musicista di rara sensibilità tecnico-espressiva quale solista del Concerto per violoncello ed archi in sol maggiore di Porpora. A ciò si aggiungano l’estrema puntualità analitica e il gusto vivace di Stefano Demicheli nella conduzione al clavicembalo, motore primo dell’ensemble nell’esatta scelta di tempi e dinamiche, per lo spiccato senso delle diminuzioni, nell’attento gioco di tensioni e respiri fra i piani vocale e strumentale.

Il resto del tracciato era dunque disegnato su misura del repertorio di Antonio Manna che, rientrato a Napoli nel 1708, canta nella Cappella Reale, assume il ruolo di governatore del Monte dei Musici e continua a esibirsi in varie occasioni nuziali, nascite o genetliaci dando forma e voce a una molteplicità di ruoli. Fra i tanti, il Tempo nella Serenata È più caro il piacer dopo le pene su libretto di Giuvo e musica di Fago (1708), Imeneo nella Serenata a tre voci di Domenico Sarro (1709) eseguita in casa di Don Gennaro D’Andrea, reggente della Gran Corte della Vicaria e del Collaterale (1709), Polifemo nella citata Aci, Galatea e Polifemo (1711) e in lavori di Perti, Mancini, Conte, Ziani, Bononcini. Particolarissimo inoltre il legame con la sorprendente scrittura di Scarlatti, nelle parti di Sebeto (Serenata Il genio austriaco, 1713), di Ossequio (Prologo a La virtù trionfante dell’odio e dell’amore, 1716), di Giove (La gloria di primavera, 1716) e, soprattutto, del tuonante Lucifero sotto il nome di Borea (accanto alla Carità cantata dal mitico Nicolò Grimaldi) nel melodramma sacro La religione giardiniera eseguito nel 1698 nella Real Chiesa di S. Pietro Martire (oggi attigua all’omonimo Convento-sede della Facoltà di Lettere) dove pare sedesse addirittura Händel al continuo, tanto poi da trarre ispirazione proprio dalla parte ascoltata dal Manna/Borea – come ipotizzato sulla base dei numerosi punti in comune – per il suo Manna/Polifemo.

Una trama di titoli, nomi e collegamenti tra le fonti qui indispensabile per comprendere quali fossero nell’occasione il reale impegno tecnico, la fibra e il peso storico riposti nella notevolissima prova di Nicola Ciancio, basso-baritono nato a Battipaglia nell’agosto 1993, inizialmente formatosi nella classe del soprano Valeria Esposito al Conservatorio “Carlo Gesualdo da Venosa” di Potenza, poi passato sotto la guida del fenomenale Filippo Morace conseguendo la laurea di I livello in Canto presso il Conservatorio di Musica di Salerno con il massimo dei voti e la lode. Al suo attivo ha già diversi ruoli vinti fra audizioni e concorsi. L’ultimo e di maggior prestigio, appena conquistato, lo vedrà in palcoscenico per il ruolo rossiniano di Lord Sidney nel prossimo Viaggio a Reims al ROF ma intanto, il focus su Antonio Manna, ne ha mostrato tinta e risorse non facilmente riscontrabili nel suo registro che, stando alle potenzialità rilevate, ben risponde ai requisiti del “basso cantante” autentico, dall’emissione piena e saldamente sostenuta ma chiara, pulita e naturale nelle zone di passaggio, agile nel fuoco della tecnica, nel controllo intervallare e nei salti continui, fino ai legati delicatamente sfumati nel colore o nella tonalità. Forse proprio come Manna, terso ed elegante tanto nel gestire il canto al grave quanto nelle puntature in corda prossima al tenore, rivelando grande affinità con la scrittura per basso dell’intero periodo barocco e fino al belcanto del primo Ottocento italiano. Il nuovo talento salernitano intona infatti con dovizia di accenti tutti i recitativi ritagliando quindi con cura di dettagli le due pagine di Alessandro Scarlatti in programma (“Quante i boschi han piante” dalla Serenata Erminia scritta per il matrimonio di Maria Luisa Caracciolo de’ Principi di Santobuono con Ferdinando Colonna Principe di Stigliano e “Nel mar che bagna al bel Sebeto” dalla Cantata a voce sola di Basso e basso continuo), distinguendosi a seguire per prestanza e temperamento a fronte dell’intensità di furia e paragone nelle arie “Idre arpie, draghi e leoni” dalla Iole di Porpora e nell’händeliana “Precipitoso il mar che freme” assegnata a Polifemo, nonché per generosa e fiorita cantabilità a lunghi fiati nei due estratti dalla Serenata L’Euleo festeggiante nel ritorno d’Alessandro Magno dall’Indie di Giovanni Bononcini (“Quanto abbraccia il mar”, “Per molti lustri”). Infine, un paio di saggi di scuola veneziana giocati sul diverso respiro ma parimenti a firma del vice-maestro di cappella dell’imperatore Giuseppe I, Marc’Antonio Ziani, dunque legati alla stagione viennese del Manna: la bellissima aria “Colma d’affanni amari” dall’Oratorio Il sepolcro nell’orto, valorizzata con sapienza esaltandone il morbido scavo fra le pieghe dolenti e gli armonici ambrati (difatti replicata al termine con un ulteriore estratto dall’Euleo festeggiante di Bononcini), quindi la sortita di vendetta “Miei fidi armatevi” da Il faraone sommerso, staccata con acuminato piglio ritmico. Arie, queste ultime due, utili a lasciar intravedere senz’altro per il giovane talento di Nicola Ciancio anche un buon futuro vivaldiano.
Tanti gli applausi al termine ripagati da tre bis, due per riascoltare il basso e uno a ripresa del Porpora per la Jones.

Fondazione Pietà de’ Turchini – Centro di Musica Antica
XXIII Stagione musicale “D’istanza Creativa”
ANTONIO MANNA: IL BASSO NAPOLITANO

Nicola Ciancio, basso
Talenti Vulcanici
Stefano Demicheli, cembalo e direzione

Alessandro Scarlatti “Quante i boschi han piante” dall’Erminia
Nicola Fago “Contro i colpi di fortuna”
Nicola Antonio Porpora “Idre arpie, draghi e leoni” da La Iole
Angelo Ragazzi Sonata a 4 n. 1
Alessandro Scarlatti “Nel mar che bagna al bel Sebeto”
Giovanni Bononcini “Quanto abbraccia il mar” da L’Euleo festeggiante nel ritorno d’Alessandro Magno dall’Indie
Georg Friedrich Händel “Precipitoso il mar che freme” da Aci, Galatea e Polifemo
Nicola Antonio Porpora Concerto per violoncello ed archi in sol maggiore
Marc’Antonio Ziani “Colma d’affanni amari” da Il sepolcro nell’orto
Marc’Antonio Ziani “Miei fidi armatevi” da Il faraone sommerso
Giovanni Bononcini “Per molti lustri” da L’Euleo festeggiante nel ritorno d’Alessandro Magno dall’Indie

Napoli, Chiesa di Santa Caterina da Siena, 17 ottobre 2020

image_print
Connessi all'Opera - Tutti i diritti riservati / Sullo sfondo: National Centre for the Performing Arts, Pechino