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Napoli, piazza del Plebiscito – Aida

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Può un’Aida essere faraonica e trionfale, vibrando con tutte le cromìe dell’invenzione esotica e modale a specchio di un Egitto antico e reinventato, così come il buon Verdi alla vigilia di Natale del 1871 all’Opera del Cairo ce l’ha consegnata entro il conflitto a sangue di popoli nemici e alti riti al cospetto di grandi sacerdoti e dignitari, sogni di gloria e del cuore, gelosie e morte lungo le sponde del Nilo, pur rinunciando a troni e piramidi, sabbia e palmizi, a ventagli piumati, elefanti o danze sinuose, ma solo con spartiti alla mano e senza il minimo accenno di recitazione?

Ebbene, se le ugole e la direzione dal podio fanno miracoli nel ricreare e restituire quell’intero immaginario drammaturgico-musicale e visivo, per giunta esaltandone attraverso i pentagrammi gli slanci dinamico-gestuali e le peculiarità strutturali, certamente sì, per quanto a fronte di un’insidiosissima acustica all’aperto con il brivido dell’imprevedibile data la mai apprezzabile amplificazione e i rumori di ogni sorta, sia in cielo che in terra (stavolta un paio di aerei, un elicottero, gli scugnizzi forse del Pallonetto). A dimostrarlo, la bella e potentissima Aida presentata dal Teatro San Carlo in piazza del Plebiscito a Napoli “semplicemente” in forma di concerto quale secondo tassello del ritorno alla lirica dal vivo e parimenti senza scena dopo la Tosca pucciniana sempre dovuta al finanziamento della Regione Campania e, in tal caso, con le super-voci del soprano partenopeo Anna Pirozzi nel ruolo del titolo, del tenore-divo Jonas Kaufmann per Radamès (per la prima volta protagonista di un’intera opera nella città del Golfo), del mezzosoprano georgiano Anita Rachvelishvili per Amneris (al suo esordio napoletano), del baritono Claudio Sgura (Amonasro), del talentuoso basso ed ex fagottista Fabrizio Beggi (il Re), dell’ottimo Roberto Tagliavini (Ramfis). Il tutto con Orchestra e Coro (quest’ultimo preparato da Gea Garatti Ansini) della Fondazione sancarliana sotto la direzione del marchigiano Michele Mariotti che, ci auspichiamo, potrebbe subentrare nel ruolo di bacchetta principale al passaggio di testimone in fine mandato dell’attuale guida stabile, ossia l’altrettanto apprezzato Juraj Valčuha.

Al polso saldo e assai sapiente di Michele Mariotti, le cui prove più recenti non hanno fatto che confermare l’estremo lavoro analitico messo mirabilmente a punto anche su organici di caratura differente, si deve infatti nell’applauditissima occasione la restituzione di un Verdi di rara tensione strutturale ed espressiva, sfolgorante e monumentale ma, in special modo, fitto di dettagli agogici preziosi per quanto cesellati, ad esempio nei pianissimo o nelle sfumature a contrasto, per il vuoto a perdere dell’aria aperta. Ecco perché sulle prime, da un incipit del Preludio dal senso quasi impercettibile, non era facile presagire l’immensa architettura drammatica che il quarantunenne direttore sarebbe riuscito di lì a breve ad allestire, plasmando e scontornando con inaudita efficacia singoli primi piani e dinamiche relazionali divaricate, violente opposizioni e intese, prospettive sonore oleografiche e moderni tracciati formali, nel rispetto assoluto delle voci, nel bel rilievo timbrico tirato fuori da singoli strumenti (l’oboe dolcissimo nella dolente Romanza “O cieli azzurri” intonata da Aida all’Atto III), da impasti molteplici o di sezione (la bellezza delle viole furtive in risposta al canto stentoreo di Amonasro in “Quest’assisa ch’io vesto”, in coda all’Atto II). O da situazioni, come l’asciutta regalità del Gran Finale II con celeberrima Marcia trionfale scolpita come un iconico bassorilievo, ossia al netto di facili cedimenti o ridondanze (qualche imprecisione nelle trombe egizie, comunque non facili da domare), contrapponendovi le spiccate inflessioni del Ballabile da cui affiorano le immagini dei tesori dei vinti e lo sfilare dei carri di guerra, le insegne e quant’altro. E ancora, il tono fiabesco e ondeggiante per la cantilena delle sacerdotesse o il vivo piglio guerresco della sezione maschile del Coro (di cui si lodano particolarmente gli svettanti tenori), il doloroso confronto tra il padre e la figlia con sfondo lunare sul Nilo, fra progressioni e pedali, canto e declamazione. Grande il suo lavoro inoltre sugli archi, sul colorismo di tinta impressionista come sulle impennate pre-veriste, sulle atmosfere più intime, sugli scontri d’argento vivo.

Su tale base si è quindi poggiata una sfilata di voci eccellenti. Jonas Kaufmann in Radamès, se si eccettuano le piccole timbrature sugli acuti girati in falsetto probabilmente ricercando (nella sua prima Romanza “Celeste Aida”) una migliore velatura espressiva smorzandone i suoni, si rivela condottiero valente e amante sincero proprio attraverso il suo canto più autentico e di bella estensione fra sostanza baritonale e lucida lama tenorile, magnifico per ferrea intonazione ed esatta dizione, squilli fermi e sonori, per una declamazione robusta a partire dall’ideale disegno di gloria confessato nel suo “Se quel guerrier io fossi”.
Forza e lucentezza di voce sono state quindi le coordinate entro cui la notevolissima Anita Rachvelishvili hascolpito la sua Amneris in crescendo, compatta e suadente nel duetto al primo Atto “Forse l’arcano amore”, in superba opposizione canora e affettiva con la rivale Aida in “Fu la sorte dell’armi”, in vigoroso primo piano nell’aprire l’Atto di chiusura con la scena “L’aborrita rivale a me sfuggìa” più duetto (“Già i sacerdoti adunansi”) accanto a Radamès.
Di opposto segno ma dal temperamento non minore è l’Aida di prima grandezza ritagliata da Anna Pirozzi sfoderando una vocalità verdiana che oscilla con esplicita consapevolezza fra la drammaticità di una tagliente Lady e le palpitanti tenerezze di una Desdemona dal Verdi a seguire. La natura prismatica del suo sentire è d’altra parte ben chiara sin dalla Scena e Romanza “Ritorna vincitor”, culminante nella perorazione sublimata all’acuto (zona più a rischio dinanzi ai microfoni) “Numi pietà”. E come una leonessa difende per l’intera opera il suo popolo e il suo amore, muovendosi con piena sicurezza nel ruolo e fra le diverse aree del suo registro.
Meritano infine attenzione per le rispettive, ottime interpretazioni, gli altri artisti del cast: l’Amonasro cupo e intenso del sempre bravo Claudio Sgura, l’espressivo Ramfis di Roberto Tagliavini, un Re d’Egitto dalla proiezione compatta e potente grazie a Fabrizio Beggi, la Sacerdotessa di Selene Zanetti duttilmente efficace nel tornire le volute modali dell’invocazione, il messaggero di Gianluca Floris.
Consensi pieni e unanimi per tutti, al termine, dal record dei 1350 spettatori in piazza consentiti dalle regole anti-Covid.

Teatro San Carlo – Stagione Estiva 2020
AIDA
Opera in quattro atti
Libretto di Antonio Ghislanzoni
Musica di Giuseppe Verdi

Aida Anna Pirozzi
Radamès Jonas Kaufmann
Amneris Anita Rachvelishvili
Amonasro Claudio Sgura
Ramfis Roberto Tagliavini
Il Re d’Egitto Fabrizio Beggi
Un messaggero Gianluca Floris
Una sacerdotessa Selene Zanetti

Orchestra e coro del Teatro di San Carlo
Direttore Michele Mariotti 
Maestro del coro Gea Garatti Ansini

Esecuzione in forma di concerto
Napoli, 28 luglio 2020

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