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Montecarlo, Salle Garnier – Street Scene

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Bisogna dimenticarsi il Kurt Weill berlinese di Mahagonny e de L’opera da tre soldi se si vuole comprendere tutta la portata innovativa che il compositore tedesco, una volta abbandonata la Germania hitleriana perché di origini ebraiche, seppe dare, da esule, al teatro musicale americano. Alcuni sostennero che tradì se stesso “vendendosi a Broadway”, altri, invece, che seppe dare il meglio di sé proprio dal suo arrivo negli Stati Uniti, ma è certo che con Street Scene si è dinanzi alla più ambiziosa opera da lui scritta nel periodo americano. Dopo essersi dedicato al musical, la compose a tre anni dalla prematura morte, avvenuta a cinquant’anni, e in essa affianca a un lirismo pucciniano di maniera, di stampo menottiano, numerosi rimandi allo swing, al blues e al jazz, ovviamente alternando, proprio come avviene nei musical, parti recitate a numeri musicali.

A Montecarlo, dove l’opera è messa in scena per la prima volta nella splendida bomboniera dorata della Salle Garnier, si propone l’allestimento nato in coproduzione con il Teatro Real di Madrid e l’Opera di Colonia. Uno spettacolo semplicemente perfetto, capace di tratteggiare con minuzia di particolari visivi le “piccole vite” di una New York di periferia, in un quartiere dove personaggi di diversa nazionalità vivono porta a porta in un palazzo fatiscente. L’impianto scenico, adattato al piccolo palcoscenico monegasco, è formato da una struttura in ferro corrosa dalla ruggine, disposta su un piano terreno affacciato su una strada ricolma di bidoni della spazzatura e popolata da un andirivieni di miseria; i due piani superiori sono invece un dedalo di scale e ambienti dove vivono, come in un alveare umano, i ceti meno fortunati di un’America uscita dagli anni della grande depressione, ma dove i contrasti esistenti nelle classi più povere continuano a sussistere ai margini delle grandi metropoli. Street Scene, le cui parole di Langston Hughes sono ispirate alla medesima commedia di Elmer Rice che nel 1931 ispirò l’omonimo film di King Vidor, mette in scena una giornata trascorsa nelle afose periferie dell’estate newyorkese, vissuta tra pettegolezzi e continue lamentele degli inquilini che abitano il palazzo per il caldo soffocante. Il tutto fra ragnatele di rapporti umani e contrasti famigliari, fra storie d’amore sognate e mai realizzate e gelosie coniugali che arrivano a sfociare in un omicidio. Non c’è personaggio che abbia speranza di realizzarsi, tutti vivono la loro difficile quotidianità e raccontano la loro piccola fetta di esistenza divenendo figurine illustrative, quadretti d’ambiente di una società americana insensibile, che crea mostri di solitudine fagocitati da una vita che macina gioie e delusioni senza prospettive di riscatto o di possibile felicità. Alla fine, dopo che la tragedia si è consumata, il ciclo vitale riprende, come se niente fosse accaduto, perché il sogno americano vuole così, che tutto si rinnovi nel nome di una sola cosa: la vita, che nonostante i dolori privati che affliggono i singoli va sempre vissuta con indomabile ottimismo.

Lo spettacolo, firmato dalla regia di John Fulljames e ripreso da Lucy Bradley, con scene e costumi di Dick Bird, coreografie di Arthur Pita e luci di James Farncombe – un team davvero perfetto – è un capolavoro di realismo cinematografico, offre uno spaccato di questa moltitudine di esistenze infelici, vissute sbarcando il lunario nella promiscuità di ambienti claustrofobici dove la fatica del vivere si percepisce da subito, ad apertura di sipario, alla vista della grande struttura in metallo che a un certo punto si divide in due per mostrare sullo sfondo le luci dei grattacieli dei quartieri più abbienti, luoghi che probabilmente nessuno di questi personaggi provati dalla difficile quotidianità potrà raggiungere, se non come sogno di un irraggiungibile futuro migliore.

Uno sterminato numero di interpreti, molti dei quali facenti parte dei nuclei familiari che abitano il palazzo e danno motore alla vicenda, o più semplicemente sono figure che fanno ambiente, formano l’affiatatissima compagnia di canto, composta da cantanti, attori e ballerini che non si potrebbero immaginare migliori. Citarli tutti non sarebbe possibile e rimandiamo alla lista in calce, ma fra quelli sui quali si poggia lo sviluppo narrativo che prende forma drammatica nel secondo atto, dopo un primo che funge da prologo, si mette in luce l’Anna Maurrant di Patricia Racette, cantante lirica il cui importante percorso operistico passato è ben noto (in Puccini è stata interprete di riferimento); oggi sostiene, all’apice della sua parabola artistica, un ruolo che è un po’ quello dell’eroina di quest’opera, una casalinga infelice della sua vita coniugale, trattata con brutalità e poi uccisa dal marito Frank Maurrant. Lo fa con presenza scenica e voce adattissima alla parte, emergendo nelle molte oasi liriche che sono parte integrante delle sue arie, fra le quali la bellissima “Somehow I never could believe”, a cui dona una partecipazione espressiva e attoriale di intensa e insieme intima consapevolezza, soprattutto quando intona quelle che sono le parole che in un certo senso condensano il messaggio dell’opera: “il problema è che la gente non fa concessioni. Dopo tutto siamo solo esseri umani, e non possiamo starcene per conto nostro tutto il tempo”. Di pari rilievo è la prova di Paulo Szot, nei panni di Frank, prestante, prepotente, aggressivo e sempre in preda ai fumi dell’alcool, assillato dapprima dal desiderio di educare i propri figli secondo rigide regole, poi corroso dalla gelosia che lo trascina ad assassinare la moglie Anna. Delicatamente malinconica Mary Bevan, Rose Maurrant, la loro figlia adolescente, bravissima nell’intonare la sua aria più bella, “What Good Would the Moon Be?”, che profuma di richiami alla musica di Cole Porter. Rose è innamorata di Sam Kaplan, l’ottimo Joel Prieto, giovane che canta la sua solitudine in un’aria del primo atto facendo anche ricorso a un suggestivo falsetto, poi con lei il bellissimo duetto d’amore e di promesse future, “We’ll go away together”, anche se alla fine la donna deciderà di prendere un’altra strada di vita e di andarsene via da sola, lasciandolo alla sua disperazione. Formidabili, fra i tanti quadretti di vita che fanno da corollario al racconto, il duetto fra le due bambinaie, o quello tra Mae Jones e Dick McGann, rispettivamente gli sbalorditivi Emma Kate Nelson e Alan Burkitt, che dando vita al ritmato “Moon-faced, starry-eyed” si lanciano in uno scatenato ballo, uno dei numeri musicali che trascinano per vitalità, così come l’inno alla bontà del gelato, unico refrigerio alla soffocante calura estiva, ben risolto dal bravo Pierre-Emmanuel Roubet nei panni di Lippo Fiorentino. Le pagine più riuscite dell’opera sono tuttavia quelle solistiche più liriche, sia amorose che patetiche, o il concertato che segue all’assassinio di Anna, al cui risultato contribuisce la prova offerta dal coro monegasco, impeccabilmente istruito da Stefano Visconti, nella duplice formazione di adulti ma anche in quella dei bambini della Accademia di Musica Ranieri III, assolutamente disinvolti sul versante scenico.

Il giovane direttore inglese Lee Reynolds, previsto come assistente alla direzione d’orchestra di Lawrence Foster per questa produzione, poi passato sul podio per tutte le tre recite dopo il forfait per indisposizione del più maturo collega, è un’altra colonna portante di questo spettacolo magnifico; si impone per la direzione vitalissima e avvincente, grazie a un controllo del palcoscenico che non ha alcuna esitazione e un respiro lirico che nei momenti più patetici ed intimi tocca le corde della commozione, contribuendo ad oliare in musica un meccanismo teatrale davvero perfetto.

Il pubblico, coinvolto dalla dinamica frenesia ed insieme dalla sincera emotività di questo spettacolo dove tutti recitano e cantano splendidamente, acclama a lungo gli interpreti nella passerella degli applausi finali che salutano una serata fra le migliori degli ultimi anni sulle scene dell’Opéra di Montecarlo.

Salle Garnier, Opéra di Montecarlo – Stagione 2019/20
STREET SCENE
Opera americana in due atti
Testi di Elmer Rice
Parole di Langston Hughes
Musica di Kurt Weill

LA FAMIGLIA MAURRANT
Frank Maurrant Paulo Szot
Anna Maurrant Patricia Racette
Rose Maurrant Mary Bevan
Willie Maurrant Lukas Renz (Coro dei bambini di Dortmund)
LA FAMIGLIA JONES
Emma Jones Lucy Schaufer
George Jones Gerardo Bullón
Mae Jones Emma Kate Nelson
Vincent Jones Rudolphe Pignon
LA FAMIGLIA OLSEN
Olga Olsen Harriet Williams
Carl Olsen Scott Wilde
LA FAMIGLIA KAPLAN
Abraham Kaplan Geoffrey Dolton
Sam Kaplan Joel Prieto
Shirley Kaplan Veronica Polo
LA FAMIGLIA FIORENTINO
Greta Fiorentino Jeni Bern
Lippo Fiorentino Pierre-Emmanuel Roubet
LA FAMIGLIA HILDEBRAND
Laura Hildebrand Debra Maxine Trattner
Jennie Hildebrand Marta Fontanals-Simmons
Charlie Hildebrand Joseph Sonne (Coro dei bambini di Dortmund)
Mary Hildebrand Leane Fourgon/Maëly Orengo
I VISITATORI DELL’IMMOBILE
Dick McGann Alan Burkitt
Harry Easter Richard Burkhard
Steve Sankey Benoît Gunalons
Prima bambinaia Emma Kate Nelson
Seconda bambinaia Laurel Dougall
John Wilson Mario Marrone
Ufficiale Harry Murphy Ben Robson
James Henry Adrian Fisher
Fred Cullen Nicolas Leroy
GLI ALTRI RESIDENTI DELL’IMMOBILE
Daniel Buchanan Tyler Clarke
Henry Davis Mandisinde Mbuyazwe
Grace Davis Lauren Vanhecke (International Scholl of Monaco – ISM)
SECONDI RUOLI
Ms Davis Ludivine Colle
Il lattaio Ben Robson
Il vicino comunista / Un operaio Mario Marrone
Un addetto all’ambulanza / Un nuovo inquilino Rudolphe Pignon
Un venditore di gelati Adrian Fisher
Un clochard / Terzo poliziotto Nicolas Leroy
Un conduttore d’ambulanza / Secondo poliziotto Stephan Ramirez
Un uomo in smoking / Un operaio / Premo poliziotto Bastien Leblanc
La Madre / Una nuova inquilina Priscilla Beyrand
Joe (bambino) Frederico Romeo Cheston
Una violinista Sofia Natoli / Joya Marquez
Joan (cantato) Freya Banks Clark (ISM)
Joan (parlato) / Myrtle Tiffany Hjelm, Enza Goossens (ISM)
BALLERINI
Roberto Pereira Barbosa Jr, Cesar Salas
BALLERINE
Giulia Fabris, Natalia Andrea Lopez Toledano

Orchestre Philharmonique de Montecarlo
Choeur de l’Opéra de Montecarlo
Choeur d’enfant de l’Academie de Musique Rainier III
Direttore Lee Reynolds
Maestro del coro Stefano Visconti
Messa in scena originale John Fulljames ripresa da Lucy Bradley
Scene e costumi Dick Bird
Coreografia Arthur Pita
Luci James Farncombe
Concezione del suono Fergus O’Hare
Studi musicali William Hobbs
Pianista ripetitore Mari Lili
Assistente alla messa in scena Vanessa d’Ayral de Sérignac
Assistente alla coreografia Valentina Golfieri
Nuova produzione in coproduzione con il Teatro Real di Madrid e l’Opera di Colonia
Montecarlo, 21 febbraio 2020

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