Milano, Teatro alla Scala – Nona Sinfonia di Beethoven

Il Teatro alla Scala omaggia Ludwig van Beethoven. Dopo la toccante esecuzione della Messa da Requiem nella fascinosa cornice del Duomo, il 12 settembre le compagini scaligere al completo sono tornate finalmente a esibirsi nella sala del Piermarini, in una serata dedicata al personale sanitario lombardo e sostenuta da Fondazione Bracco. Per l’occasione e per le tre repliche successive (qui si recensisce la seconda delle tre recite), si commemorano i 250 anni della nascita del musicista di Bonn, con la proposta della celeberrima Sinfonia n. 9 in re min. op. 125 per soli, coro e orchestra, portatrice di un messaggio di rinascita e di speranza che, ci auguriamo, possa essere di buon auspicio per il futuro imminente. Il concerto è stato, altresì, il pretesto per sperimentare la nuova camera acustica installata sul palcoscenico per garantire distanziamento e lavoro in sicurezza, un’ampia struttura dalle pareti color rosso cupo, nella quale i solisti si esibiscono al proscenio, in corrispondenza del golfo mistico; alle loro spalle, trovano posto il maestro e l’organico orchestrale con, sui due lati, il coro.

Sul podio dell’Orchestra del Teatro alla Scala brilla, come già per il citato Requiem, il Direttore musicale del Piermarini, Riccardo Chailly. Ben nota è la sua assidua frequentazione del repertorio beethoveniano e, in particolare, della partitura della Nona, incisa per la Decca (assieme alle altre sinfonie) nel 2011 alla guida della Gewandhausorchester ed eseguita parecchie volte soprattutto a Lipsia e, a Milano, alla guida dell’Orchestra Sinfonica Giuseppe Verdi. Dirigendo tutto il tempo indossando la mascherina, con gesto saldo e nitido Chailly adotta una lettura analitica, staccando tempi perlopiù scattanti e sostenuti, di forte presa sull’ascoltatore, procedendo spedito senza un calo di tensione. Ne scaturisce un Beethoven a tratti marziale ma non austero, dionisiaco nella sua esuberanza, potentemente teatrale, compatto e caratterizzato da un suono marmoreo, pieno, ravvivato da pennellate rilucenti di tinta solare. Il primo movimento, Allegro ma non troppo, un poco maestoso, è improntato a una tensione continua e a un’espressività incisiva, formando una grande arcata che, partendo dalla tradizionale forma-sonata, la sviluppa in molteplici e incandescenti piani sonori, contraddistinti da icastiche sferzate orchestrali. Nel movimento seguente, Molto vivace, Chailly propende per dinamiche incalzanti nel loro incedere, dal piglio deciso e di vitale energia, seppur controllata razionalmente e quasi ordinata, traboccante di propulsioni ritmiche. Nel terzo movimento, Adagio molto e cantabile, si respirano una maggiore pacatezza e una cantabilità contemplativa, impreziosite da una linea melodica distesa di sapore celestiale.

Dopo quest’oasi di puro, immacolato lirismo, giungiamo al ben noto Finale, introdotto da battute di bacchico furore; un movimento basato su netti contrappunti e marcati contrasti, nel quale finalmente l’impulso al canto si sfoga e trova compimento. In esso sono presenti, infatti, i versi dall’ode di Friedrich Schiller An die Freude, l’inno Alla Gioia che, a suggello del cimento sinfonico di Beethoven, assume una valenza spirituale quasi di stampo giudaico-cristiano che invita alla fratellanza e a un abbraccio universale tra le moltitudini umane, sotto una volta stellata di kantiana memoria governata da un “lieber Vater”, un “caro Padre”. Caratterizzato da un andamento trionfale, che lo dipinge come un viaggio dalle tenebre alla luce, il quarto movimento unifica in sé stili tra loro molto diversi, dalla marcia militare a grandiose strutture di derivazione händeliana, tutti controllati da Chailly con innegabile sicurezza. È proprio nella Freudenmelodie che si inseriscono le parti cantate, in primis i poderosi e rutilanti interventi del Coro del Teatro alla Scala, guidato con nerbo e impeccabile precisione da Bruno Casoni.

Di buon livello i quattro solisti: il basso-baritono polacco Tomasz Konieczny, vocalità opulenta ed estesa, timbricamente screziata e graffiante, distintosi per il fraseggiare sfumato e pregnante; il soprano bulgaro Krassimira Stoyanova, estremamente signorile nel suo abito verde e giallo, voce luminosa e svettante, puntuta e vibrante in acuto; il mezzosoprano russo Ekaterina Gubanova, dallo strumento vocale vellutato, invero non debordante, emesso con garbo e omogeneità, fasciata in un elegante vestito blu acceso; il tenore tedesco Michael König, in possesso di una vocalità squillante e lucente, forgiata nel metallo.
Teatro esaurito (ovviamente nei numeri contingentati permessi dalle attuali norme anti-contagio, oltre 670 spettatori) e franco successo di pubblico, con calorosi e sentiti applausi soprattutto per Riccardo Chailly. [Rating:4.5/5]

Teatro alla Scala – Stagione Settembre/Novembre 2020
Ludwig van Beethoven
Sinfonia n. 9 in re min. op. 125 per soli, coro e orchestra

Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
Direttore Riccardo Chailly
Maestro del coro Bruno Casoni
Soprano Krassimira Stoyanova
Mezzosoprano Ekaterina Gubanova
Tenore Michael König
Basso Tomasz Konieczny
Milano, 16 settembre 2020