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Milano, Teatro alla Scala – Concerto diretto da Zubin Mehta con Camilla Nylund

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Dopo il successo della Nona di Beethoven, la stagione sinfonica autunnale del Teatro alla Scala procede sulle note di Richard Strauss, tra languide atmosfere finis Austriae e appassionate eloquenze sonore. Sul podio della Filarmonica della Scala troviamo un direttore straussiano di lunga data, interprete sensibile delle partiture del compositore tedesco (ricordiamo, almeno, il suo Rosenkavalier scaligero nel 2016 e, nel febbraio di quest’anno, alla Staatsoper Unter den Linden di Berlino, oppure nel 1974 il suo debutto operistico milanese con Salome, protagonista Gwyneth Jones): l’inossidabile Zubin Mehta.

La serata si apre con i Vier letzte Lieder, ciclo per soprano e orchestra composto tra 1946 e 1948 su testi di Herman Hesse (i primi tre Lieder) e Joseph von Eichendorff (il quarto e ultimo Lied), la cui prima esecuzione si ebbe postuma, a Londra nel 1950, con Wilhelm Furtwängler e Kirsten Flagstadt. La raccolta di canti si caratterizza per un tono crepuscolare dominante, dalla spiccata dimensione cameristica e dalla pregnanza di significato, che la rende una sorta di malinconico epitaffio in musica, di addio alla vita e di congedo da un mondo pervaso dalle macerie e dalla desolazione lasciate dalla Seconda Guerra Mondiale.
Con gesto essenziale e pulito, l’ottantaquattrenne maestro di Bombay opta per una lettura sfumata e vaporosa, intrisa di melanconica dolcezza ed estatico abbandono, adottando tempi perlopiù dilatati e ottenendo dalla compagine scaligera sonorità terse e ovattate, che scaturiscono con morbidezza serica. E così, in Frühling (Primavera) si apprezzano iridescenze orchestrali elegiache e intimistiche; in September (Settembre) emergono arabeschi in punta di pennello e un’estenuata transverberazione che rendono appieno l’immagine dell’estate morente che si ammanta dei suadenti colori autunnali. In Beim Schlafengehen (Andando a dormire), evocante il tramonto e la fatica della giornata giunta a termine, grazie alle ampie arcate di suono dalle tinte pastello si respira un’atmosfera consolatoria sfociante nel lungo, toccante interludio affidato al violino solo, alludente alla Sehnsucht di romantica memoria. Un leggero sussulto sonoro con, sullo sfondo, enigmatici tocchi di timpano, apre l’ultimo Lied, Im Abendrot (Al tramonto), conclusione dell’ascesa verso l’ignoto tanto agognato, la fine che trova compimento nel cerchio magico della notte, affrontata però con serenità, nella consapevolezza dell’immortalità dello spirito in simbiosi con i suoni della natura, rappresentati dai cristallini trilli delle allodole nel postludio. Una direzione, quella di Mehta, improntata al garbo e all’abbandono languoroso, nella quale viene sbalzata minuziosamente la trasparenza degli impasti timbrici, portatrice di un messaggio di rassegnazione e, al contempo, di rasserenamento.

Come solista ritroviamo, dopo ben nove anni di assenza dalle tavole del Piermarini, quando nel 2011 sostituì nei panni della Feldmarschallin una collega indisposta all’ultima recita, una straussiana di razza che vorremmo vedere e sentire più spesso dalle nostre parti, un’artista di casa in piazze prestigiose come Vienna, Berlino, Zurigo, Parigi, New York: la finlandese Camilla Nylund. Fasciata in un seducente abito nero con stola glitterata, altera e sensuale nel portamento come la Marschallin, il soprano scandinavo esibisce un fraseggio cesellato con gusto e dovizioso di accenti (prova ne siano la delicatezza e l’intensità con la quale pronuncia la frase conclusiva, “Ist dies etwa der Tod?”, “È così, forse, che si muore?”), una linea di canto pulita e una tecnica solida. La voce, dal timbro di puro smalto, è rotonda e morbida nell’emissione, gli acuti sono fulgenti lamine di luce.

Chiude il concerto il poema sinfonico Ein Heldenleben (che potremmo tradurre come Una vita d’eroe), concepito da Strauss tra 1897 e 1898 e da lui stesso diretto in prima assoluta nel 1899 a Francoforte. Suddivisa in sei episodi ben distinti, la partitura è considerata un ritratto autobiografico dell’autore, o meglio la celebrazione di un eroe antiaccademico, antifilisteo, pugnace e passionale, un eroe ideale al quale Richard Strauss conferisce anche alcuni tratti della propria esistenza. Da qui, la presenza di autocitazioni desunte da lavori straussiani precedenti (quali, per esempio, i poemi Don Juan, Also sprach Zarathustra, Tod und Verklärung, o la giovanile opera Guntram), reminiscenze rielaborate in ampie sovrapposizioni polifoniche.
Anche in questo caso Zubin Mehta, dirigendo completamente a memoria, senza spartito, propende per un’interpretazione distesa, addolcita e ammorbidita, dall’agogica comoda e di largo respiro, analitica nella scansione e nell’individuazione dei temi, sfumata e vellutata nelle sonorità. In quest’ottica, gli episodi maggiormente movimentati e guerreschi, quali per esempio Des Helden Walstatt (Il campo di battaglia dell’eroe), risuonano meno vigorosi e veementi del solito, risultando di un’eleganza asettica e di gran classe ma, a tratti, poco marziali. Encomiabile l’apporto del violino solista, Laura Marzadori, distintasi per precisione, virtuosismo e nitidezza.
Al termine, festante e prolungato successo da parte del folto pubblico presente in sala, con manifestazioni di affetto soprattutto per il maestro Mehta.

Teatro alla Scala – Stagione Sinfonica Autunno 2020
Richard Strauss
Vier letzte Lieder per soprano e orchestra
Frühling
September
Beim Schlafengehen
Im Abendrot

Ein Heldenleben poema sinfonico op.40

Filarmonica della Scala
Direttore Zubin Mehta
Soprano Camilla Nylund
Violino solista Laura Marzadori
Milano, 30 settembre 2020

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