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Macerata Opera Festival 2020 – Il trovatore

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Un’opera tutta musica, l’opera delle opere, il melodramma forse più amato dal melomane in cerca di emozioni forti e di “amor violento” (per dirla con Donizetti), quello che snobba Falstaff e di Otello salva il duetto alla fine del primo atto o poco più. Il trovatore di Giuseppe Verdi è un capolavoro che può anche vivere senza un allestimento scenico, perché tutto, proprio tutto, sta nella musica: nella debordante ispirazione che la anima, senza un attimo di rilassamento dalla tensione che abita la narrazione dai primi accordi che aprono all’inquietante racconto di Ferrando, sino al ghigno finale della zingara che sigla il compimento della sua vendetta. Forse hanno pensato anche a questo a Macerata quando, a causa delle restrizioni anti Covid, hanno deciso di non riproporre il bell’allestimento scenico di Francisco Negrin – originariamente previsto in cartellone – e di allestire comunque Il trovatore in forma di concerto.

Una grande responsabilità per gli interpreti, a cominciare dal giovane direttore Vincenzo Milletarì, al suo debutto nell’opera verdiana e sul podio dello Sferisterio. Debutto felice perché Milletarì ha saputo evitare il rischio della routine e ha invece tenuto le fila del discorso con un incisivo ritmo narrativo: si capisce che il maestro ha fatto un bel lavoro di scavo interpretativo con la compagine orchestrale, ottenendo dagli strumentisti suoni sempre levigati e puliti, un pregevole equilibrio tra le diverse parti e una generale compattezza negli attacchi (che sono sempre a rischio quando si suona all’aperto e, per di più, distanziati). Molto ben evidenziate le dinamiche, dal pianissimo sussurrato al fortissimo mai bandistico, e duttile il fraseggio. Singolare la scelta dei tempi, con una dilatazione nelle pagine più liriche che ha consentito di delibarne ancor più l’ipnotica, lunare bellezza, e un vigore che ha acceso di fuoco ulteriore i momenti in cui le passioni avvampano. In tutto ciò, Milletarì ha anche conferito un significato preciso alle pause, momenti nei quali far decantare ulteriormente la vibrazione emotiva del canto disteso o, al contrario, attimi di concentrazione della tensione prima del suo definitivo deflagrare. Un grande affresco restituito al pubblico in tutta la sua complessa, appassionante e coinvolgente potenza, grazie anche a voci all’altezza dell’arduo compito.

Non ce ne voglia Manrico, ma il personaggio chiave di quest’opera resta la zingara, che a Macerata era una Veronica Simeoni straordinariamente in parte: la sua bella voce dal colore del miele forse sulla carta non sarebbe ideale per il ruolo più grave di Azucena. Tuttavia, l’intelligenza dell’interprete è tale da sopperire a eventuali limiti vocali, nel segno di una lettura trascinante, senza mai scadere nell’effetto gratuito e mantenendo anzi sempre un superiore controllo dell’emissione. Il magnifico timbro di Roberta Mantegna è semplicemente perfetto per Leonora, con quelle screziature perlacee che in acuto acquisiscono la consistenza di lamine argentee di suono. L’interprete è poi precisa e attenta, sia nell’articolazione del recitativo che nell’eleganza di un fraseggio vario e generalmente appropriato. Massimo Cavalletti, al netto di qualche acuto non perfettamente a fuoco, con la sua voce veramente ampia e ben timbrata offre il ritratto di un Conte di Luna protervo e tormentato, ancor più struggente nella sua solitudine per il vigore che lo anima ma che è impotente di fronte al congiurare degli eventi contro il suo amore. Tutto d’un pezzo, invece, il Manrico di Luciano Ganci, che affronta con fiera baldanza tenorile un ruolo feticcio per il suo registro vocale e ne viene a capo con onore. I recitativi sono scanditi con nettezza, l’aria fraseggiata con gusto e la “pira”, pur se eseguita con una comprensibile ombra di tensione, funziona, con i suoi acuti di prammatica. Davide Giangregorio si segnala quale valente Ferrando, esibendo un bel gioco di colori nella sua aria, mentre Didier Pieri è ottimo come Ruiz e un messo. Completano degnamente il cast Fiammetta Tofoni (Ines) e Massimiliano Mandozzi (un vecchio zingaro). Il coro, istruito da Martino Faggiani e Massimo Fiocchi Malaspina, funziona molto bene nella parte maschile ma meno in quella femminile.

Macerata Opera Festival 2020
IL TROVATORE
Dramma in quattro atti
Libretto di Salvatore Cammarano
Musica di Giuseppe Verdi

Il Conte di Luna Massimo Cavalletti
Leonora Roberta Mantegna
Azucena Veronica Simeoni
Manrico Luciano Ganci
Ferrando Davide Giangregorio
Ines Fiammetta Tofoni
Ruiz / Un messo Didier Pieri
Il vecchio zingaro Massimiliano Mandozzi

Orchestra Filarmonica Marchigiana
Coro Lirico Marchigiano “Vincenzo Bellini”
Direttore Vincenzo Milletarì
Maestro del coro Martino Faggiani
Altro Maestro del coro Massimo Fiocchi Malaspina
Luci Ludovico Gobbi
Immagini fotografiche Ernesto Scarponi
Produzione Associazione Arena Sferisterio
Macerata, Arena Sferisterio, 25 luglio 2020

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