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Macerata Opera Festival 2020 – Don Giovanni

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Una tragedia noir, costantemente abitata da quel senso di morte (fuggita o inseguita) che è da sempre uno dei caratteri distintivi della figura di Don Giovanni, il rovescio della medaglia di quell’ansia di vita che spinge il seduttore a sfidare tutto e tutti pur di mordere l’esistenza fino in fondo. Davide Livermore, chiamato dal Macerata Opera Festival a curare la regia del capolavoro mozartiano, adatta all’immenso spazio dello Sferisterio un allestimento nato l’estate scorsa per il teatro romano di Orange. E lo fa con la consueta intelligenza, senza mai scadere nell’inutile provocazione, restituendo sì l’immagine seduttiva del protagonista, ma smorzando la portata rivoluzionaria che un simile personaggio certamente aveva quando nacque (il suo “Viva la libertà!”, denso di implicazioni anche teologiche, troverà poi concreta realizzazione nel 1789). “Non potendo più esprimere la tensione rivoluzionaria che è in lui, non è più soggetto e oggetto di una rappresentazione, bensì di un’evocazione” ha detto il regista a proposito del licenzioso cavaliere.

Tutto parte dalla domanda di Leporello, successiva all’uccisione del Commendatore: “Chi è morto, voi o il vecchio?”. Livermore immagina che in realtà Don Giovanni sia stato ucciso in quel frangente: tutto quello che accade sulla scena non è altro che una proiezione dei suoi desideri o un flashback per cui prima di trarre l’ultimo respiro, tutta la vita passa davanti ai suoi occhi. Ecco perché lo spettacolo vive di questa continua tensione di morte, che diventa particolarmente evidente in alcuni momenti. Ad esempio, quando Don Giovanni si imbatte nel suo cadavere (interpretato da un mimo, ça va sans dire) riverso a lato del palco e accusa un forte mal di testa; oppure nelle eleganti figure che moltiplicano il personaggio di donna Elvira, abbigliate di rosso vivo ma rivestite di un velo nero, che sarà poi per loro una sorta di sudario funebre nel corso della festa che conclude l’opera, un groviglio di corpi dove l’erotismo è come raffreddato da questa cupa atmosfera. Avvalendosi della collaborazione del gruppo di video maker D-work, Livermore trasforma il muro che fa da sfondo al palco in un immenso schermo onirico che, quando l’azione si interrompe per la contemplazione dei sentimenti nei pezzi chiusi, materializza avvenimenti accaduti fuori scena o semplicemente i desideri di chi canta. E lo fa con straordinaria suggestione, grazie anche alle belle luci di Antonio Castro, particolarmente efficaci nel definire lo spazio scenico. Don Giovanni, Leporello e il Commendatore vestono abiti contemporanei, mentre il Settecento della vicenda è affidato agli eleganti ma sobri costumi degli altri personaggi.

Ottimo nel complesso il cast, costituito da giovani interpreti, perfettamente consci della visione registica e tutti molto compresi nei rispettivi ruoli. A cominciare dal protagonista, un Mattia Olivieri dotato di bella voce, squisita sensibilità di interprete e di una plastica fisicità che diventa elemento chiave per restituire l’ansia di vita, la sfacciataggine, l’ossessione per il gentil sesso del cavaliere. Tuttavia, dietro questa maschera, Olivieri lascia trasparire una inquietudine di fondo per la quale anche il ghigno più malevolo si stempera in una malinconica nota di umanissima empatia. E finisce col rendere questo personaggio ancora più vicino a noi di quanto potessimo immaginare. Il Leporello del giovanissimo Tommaso Barea vanta una voce di bella pasta, rotonda e scura (più scura di Olivieri, quindi in apprezzabile controcanto con il suo nobile padrone), così come il Masetto di Davide Giangregorio appare perfetto nei panni del contadino gabbato. Meno efficace (ma solo vocalmente) il Commendatore di Antonio Di Matteo, il cui colore sarebbe ottimale per il ruolo. Il fronte maschile si completa con la pregevole prova di Giovanni Sala, un Don Ottavio cesellato con gusto ed eleganza, nel segno di una grazia affettata molto rococò. Valentina Mastrangelo è una Donna Elvira che sa essere volitiva e dolente, lirica e altera, con una voce luminosa e omogenea, ben proiettata. Vanta invece un bellissimo colore ricco di seducenti bruniture la Donna Anna di Karen Gardeazabal, davvero sensuale nel canto e nella figura. Vivace e musicalissima la Zerlina di Lavinia Bini.

Sul podio dell’Orchestra Filarmonica Marchigiana, distanziata secondo la normativa vigente, Francesco Lanzillotta offre una lettura più romantica che settecentesca, con tempi che assecondano il canto, un suono levigato e tornito, un fraseggio duttile. Molto bene fa il coro istruito da Martino Faggiani e Massimo Fiocchi Malaspina.

Macerata Opera Festival 2020
DON GIOVANNI
Dramma giocoso in due atti KV 527 di Lorenzo Da Ponte
Musica di Wolfgang Amadeus Mozart

Don Giovanni  Mattia Olivieri
Donna Anna Karen Gardeazabal
Don Ottavio Giovanni Sala
Commendatore  Antonio Di Matteo
Donna Elvira Valentina Mastrangelo
Leporello Tommaso Barea
Masetto Davide Giangregorio
Zerlina Lavinia Bini

Orchestra Filarmonica Marchigiana
Coro Lirico Marchigiano “Vincenzo Bellini”
Direttore Francesco Lanzillotta
 Maestro del coro Martino Faggiani
Altro Maestro del coro Massimo Fiocchi Malaspina
Maestro al fortepiano Claudia Foresi
Regia e scene
Davide Livermore
Assistente costumista Stéphanie Putegnat
Luci Antonio Castro
Videomaker D-WOK
Coproduzione con Chorégies d’Orange
Macerata, Arena Sferisterio, 24 luglio 2020

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