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Macerata Opera Festival 2020 – Bia. Un passo nuovo, una parola propria

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Ha avuto coraggio, tenendo fede allo slogan scelto per l’edizione 2020 (#biancocoraggio), il Macerata Opera Festival scegliendo quale opera vincitrice del concorso Macerata Opera 4.0 per under35 lo spettacolo Bia. Un passo nuovo, una parola propria. Il lavoro, frutto condiviso di un gruppo creativo dal nome #ToTeam, con la direzione artistica di Antonio Smaldone, è infatti un’opera singolare e coraggiosa, non tanto nella forma, che mescola diversi linguaggi come è proprio dell’espressività contemporanea. Quanto piuttosto nello scegliere un incedere narrativo più emozionale che razionale, suggestivo e spiazzante per il pubblico, coinvolgente e interrogativo, lanciando semi che sedimentano nella mente, ma soprattutto nel cuore di chi vi ha assistito. Originariamente previsto nello spazio del Teatro Lauro Rossi, a causa delle restrizioni anti-Covid, lo spettacolo è stato allestito nel cortile interno del magnifico Palazzo Buonaccorsi, sede dei musei maceratesi.

La drammaturgia, curata con i testi da Smaldone insieme a Davide Gasparro e Riccardo Olivier, si avvale dell’importante contributo della musica originale composta da Marco Benetti e si articola in sette scene, ciascuna delle quali identificata da un colore, nella scomposizione della luce bianca, filo conduttore del festival di quest’anno. Le belle luci di Paolo Vitale vestono di inedite risonanze lo spazio antico del museo: l’elegante vetrata, i muri realizzati in quel cotto tipico di queste terre, dal colore caldo e rossastro, le grandi statue barocche, la terrazza sovrastata da un cielo gravido di stelle. Il pubblico si dispone intorno alla scena teatrale e percepisce che sarà chiamato in causa per diventare parte attiva dell’azione. Sfilano così davanti agli occhi dello spettatore momenti diversi, che esplorano lo spettro delle emozioni, in una sorta di itinerario che sarà poi tutto interiore, dall’ansia alla fiducia, guidati da un gruppo di bambini maceratesi, tra i quali spicca per potente e disarmante semplicità Ottavia Pellicciotta, di soli sette anni. Una presenza che balza ancor più agli occhi dal frequente confronto con l’adulta Fulvia Zampa (“l’anima” è il suo personaggio), che porta in scena niente più e niente meno che sé stessa, con la sua scarna, elegante fisicità, ma anche con le sue inquietudini che si stemperano proprio negli occhi e nei gesti della piccola Ottavia.

Insieme a loro, una trentina di giovanissimi della scuola di danza Asd “El duende”, guidati dalla mano sapiente di Olivier e di Elvira Pardi. La scena di Stefano Zullo, in dialogo costante con le luci, è costituita dal alcune sfere luminose di diversa grandezza che sembrano palpitare di vita. Una sensazione confermata al termine della performance quando gli spettatori sono invitati dagli interpreti a lasciare i propri posti per sbirciare dentro le sfere e vedere su uno schermo le voci e i volti dei bambini protagonisti. Scelta singolare, quest’ultima, soprattutto in tempi come questi, segnati dalla pandemia e dal necessario distanziamento sociale. Scelta tuttavia ancor più significativa se considerata alla luce della sostanza poetica di Bia, spettacolo nato anche dal desiderio di superare le barriere, di andare oltre i limiti dei pregiudizi e delle costrizioni sociali, in definitiva di riappropriarci del nostro presente e del nostro futuro.

L’utilizzo di una cuffia, fornita da Silent Disco, consente di fatto di introiettare l’esperienza della visione e dell’ascolto, come se il pubblico entrasse nella testa del compositore Benetti che dipana una partitura complessa e articolata di ben 53 minuti. Qui, su una base di musica concreta – quella che utilizza rumori e suoni ambientali – , quasi un basso continuo, fioriscono altri ricami sonori, con rimandi frequenti alla tradizione, dal canto liturgico all’Inno alla gioia di Beethoven (utilizzato quest’ultimo come leva incisiva sull’emotività di chi ascolta). Le cuffie – e quindi la musica registrata – sono abbandonate solo quando entra in scena Emily De Salve, baritono transgender nelle vesti di un novello Pozzo di beckettiana memoria, con al guinzaglio ben due Lucky, i bravi Giorgio Epifani e Michele Polisano. La “ballata della frusta”, scritta per la bella voce dell’artista pugliese, è un brano che lega insieme in modo originale tradizione e innovazione, su un testo graffiante e provocatorio.
Vivo il successo del pubblico, tanto da far pensare agli organizzatori di calendarizzare nuove repliche.

Macerata Opera Festival 2020
BIA. UN PASSO NUOVO, UNA PAROLA PROPRIA
Drammaturgia e testi Davide Gasparro, Riccardo Olivier, Antonio Smaldone
Musica Marco Benetti

Una bimba Ottavia Pellicciotta
L’anima Fulvia Zampa
La donna in tailleur Emily De Salve
Le vittime Giorgio Epifani, Michele Polisano
Κόρος (coro senza voce) Asd El Duende
Voce di Bíα Giancarlo Sessa
Yaguine Koita e Fodè Tounkara Raffaella Di Caprio
Voci delle anime dei naufraghi Valeria Feola, Giulia Moscato
Prigionieri, lavoratori e cultori dell’essere “umani” Pubblico
Sponsor tecnico Silent-Disco Italia

Regia Riccardo Olivier, Antonio Smaldone
Scene e costumi Stefano Zullo
Luci Paolo Vitale
Video Art Piera Leonetti
Coreografia Riccardo Olivier
Regista collaboratore Davide Gasparro
Coreografa assistente Erica Meucci
Si ringrazia la scuola di danza di Elvira Pardi (ASD El Duende)
Produzione esecutiva Fattoria Vittadini
Macerata, Palazzo Buonaccorsi, 21 luglio 2020

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