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Luglio Musicale Trapanese 2020 – Norma

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La Sicilia come «laboratorio dove si fanno tutti gli esperimenti». La pensava così Leonardo Sciascia, nella lucida, ultima intervista concessa a Marcelle Padovani, a proposito della vita politica isolana, quando il desiderio di rinnovamento – alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso – era fortemente avvertibile. Era una Sicilia in pieno fermento, contrapposta a una Parigi mitica, a quella Francia che era patria dei Lumi e che dunque mai avrebbe potuto comprendere il ribollire di – spesso incomprensibili – iniziative dell’isola, dalle quali si sperava ancora di poter cavare qualcosa di buono. E quest’ansia di sperimentazione ci è tornata alla mente a Trapani, in occasione di Norma, appuntamento di spicco del 72° Luglio Musicale Trapanese – che in realtà ormai opportunamente si estende lungo tutta la stagione estiva, nella verde, accogliente cornice di Villa Margherita. Nel parco tardo-ottocentesco, infatti, la rassegna trapanese coraggiosamente riparte da Bellini, prima istituzione musicale siciliana a riprenderne un’opera in forma scenica.

Proprio della splendida sede dello spettacolo saggiamente approfitta Raffaele Di Florio: creando sulla scena un prolungamento ideale dei giganteschi ficus del giardino, all’ombra dei quali immagina un mondo selvaggio, cupo e ancestrale, dominato da alcune figure femminili, vergini guerriere che sembrano sovrintendere alla vita, pubblica e privata, di una sorta di matriarcato, dominato dalla figura di Norma. Pochi pannelli scorrevoli sono lo sfondo dei video – di Alessandro Sieli e Francesco Siro – su cui scorrono ologrammi esoterici, simboli oscuri di un culto misterico che sembra specchiarsi nei trucchi complessi, nelle chiome incolte e nei sinistri tatuaggi che arricchiscono i costumi di Lucia Imperato: in una contrapposizione tra l’ordine e la razionalità, rappresentati dai soldati romani, e la natura e l’irrazionale, che presiede alla vita delle amazzoni; tra il principio maschile e quello femminile, che è alla base dello scontro di civiltà della tragedia di Alexandre Soumet, da cui Romani cavò il libretto dell’opera. È una visione non priva di un fascino arcano, alimentata dalla presenza in scena degli elementi naturali – fuoco e acqua e terra – cui fanno spesso riferimento i personaggi. Meno convince non già la disposizione della compagine corale, che occupa gli spalti di gradinate poste sul fondo della scena per comprensibili ragioni di distanziamento; quanto l’assenza di costumi, quasi a voler separare l’azione al proscenio dal commento che questa ne propone; e il fatto che gli artisti del coro visibilmente compulsino lo spartito, quasi consultassero quei «volumi arcani», «pagine di morte» in cui è inscritto il triste destino di druidi e romani. La cesura appare infatti fin troppo marcata, poco credibile sotto il profilo drammaturgico, visto che il coro è parte attiva della vicenda.

La parte musicale è affidata alle cure di Andrea Certa, a capo dell’Orchestra dell’Ente trapanese e del solidissimo Coro, che risponde alla limpida direzione di Fabio Modica. Non è bacchetta che cerca inutili voli pindarici, ma una conduzione drammaticamente efficace della narrazione, soprattutto una coesione con il palcoscenico che, nel repertorio di primo Ottocento, è componente essenziale per la riuscita dello spettacolo. Da qui una lettura saldissima, compatta, di spigliato passo teatrale, naturalmente attenta alle ragioni del canto, morbidamente supportato dalla compagine orchestrale. Spiace, invece, notare alcuni tagli alla partitura (il da capo della cabaletta di Norma, la rasserenante, sublime conclusione del Coro «Guerra! Guerra!») forse comprensibili in un’esecuzione ‘estiva’, anche se a questa routine invece tenta in ogni modo di sfuggire: grazie alla presenza di un cast di notevole interesse.

Se nei ruoli di fianco ben si disimpegnano il Flavio imperiale di Saverio Pugliese, l’accorata Clotilde di Simona di Capua e l’imponente, autorevole Oroveso di Cristian Saitta (con una menzione speciale per la bella cavata della sua Sortita del secondo atto), la sorpresa della serata arriva da Alessia Nadin, che finalmente sottrae il personaggio di Adalgisa allo stucchevole, sbiadito ritratto d’innocente fanciulla, per proporne una visione di donna matura, combattiva, autentico alter ego di Norma, drammaticamente se non vocalmente, com’è giusto che sia. Conquista, così, sin dal recitativo di sortita, «Sgombra è la sacra selva», in cui si apprezza la morbidezza dell’emissione, la varietà di colori di un timbro brunito e vellutato, il gusto nel cesellare la frase che si schiude all’arioso, a una cantabilità che non diventa sinonimo di lamentevole remissività, ma di un’espressività che troverà agio di espandersi nei duetti con Norma: in una situazione di parità di grande potenza ed eloquenza. Non altrettanto può dirsi, invece, del Pollione di Giulio Pelligra, ancora – forse – da costruire: in difetto del timbro bronzeo che il ruolo richiede, a disagio nella coloratura di forza come nel registro acuto (il la bemolle della cabaletta è invero assai sfocato); fino a elidersi nel Finale ultimo, ben oltre le aspirazioni di Norma.

Già, Norma. Che era – è, sempre – il motivo di autentico interesse dello spettacolo. A leggere il nome di Desirée Rancatore era lecito nutrire dubbi: chi scrive la segue da oltre un ventennio, dall’innocente splendore della sua Sophie del debutto al Massimo di Palermo – fino all’ipnotica, incantevole Elvira dei Puritani e alla sua commovente Traviata; con almeno un paio di ricordi parigini, la lunare Regina della Notte di Benno Besson e la stratosferica Olympia, decisamente, fortemente indelebili. Ed è inutile negare che Norma certo non appartiene né al repertorio leggero né a quello lirico. Il recitativo di sortita, una «Casta diva» inscritta nel segno della prudenza e una cabaletta accorciata, come già anticipato, non erano certo segnali positivi: della sacerdotessa druidica Rancatore non ha il peso specifico e il colore, per lo meno quello al quale almeno ottant’anni di memoria storica ci hanno abituato.
Ma sarebbe troppo semplice liquidare così un lavoro di studio e di ricerca, che l’ha portata a debuttare il ruolo oltre due anni or sono, non certo per tentare la sorte, ma per affinare il suo lungo, articolato percorso belcantista. Per questo bisogna aspettare il Finale I: perché è sul filo della «rimembranza» che corre la voce di Rancatore: fondata su un’emissione più salda, sicura, sulla ricerca di un’omogeneità che certo ha dovuto sacrificare i sovracuti, ma che ha recuperato un lirismo più intenso, intimamente avvertito, una cura del suono, e soprattutto del legato, che raggiunge il vertice in un «Teneri figli…» tutto sul fiato, autentico punto di svolta del personaggio. Non ha voce sovrapponibile a quella di Adalgisa ma comunione d’intenti, in un «Sì, fino all’ore estreme» che diventa manifesto di com-passione, con i passaggi imitativi restituiti con impeccabile nitore ritmico. Nonostante l’impeto dei trilli di «Adalgisa fia punita», questa Norma non sfodera gli artigli: pour cause, perché guarda oltre, «oltre ogni umana idea», per dirla con Bellini e Romani. E quell’oltre è rappresentato dalla stretta conclusiva, un «Deh! non volerli vittime» – in cui Di Florio opportunamente la isola dagli astanti – cantato a fior di labbra, mesta trenodia doppiata dal corno: ultima preghiera, che s’invola fino a un si acuto luminoso, liberatorio, definitivo.
E quindi uscimmo a riveder le stelle. Anzi la luna, piena, alta nel cielo.

 Luglio Musicale Trapanese 2020
NORMA
Tragedia lirica in due atti di Felice Romani
Musica di Vincenzo Bellini

Pollione Giulio Pelligra
Oroveso Cristian Saitta
Norma Desirée Rancatore
Adalgisa Alessia Nadin
Clotilde Simona Di Capua
Flavio Saverio Pugliese

Orchestra e Coro del Luglio Musicale Trapanese
Direttore Andrea Certa
Maestro del coro Fabio Modica
Regia, scene e luci Raffaele Di Florio
Costumi Lucia Imperato
Video Alessandro Sieli, Francesco Siro
Trapani, Teatro Oper Air Giuseppe Di Stefano, 28 agosto 2020

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