Firenze, Teatro del Maggio – Concerto di Cecilia Bartoli

Dopo Flórez e Domingo, Alexander Pereira riesce a intercettare il terzo grande ritorno a Firenze in meno di una settimana. Con un programma intitolato “Omaggio a Farinelli: Händel e i suoi tempi”, tappa intermedia di una tournée europea partita da Vienna, che approderà a Versailles e Toulouse, Cecilia Bartoli porta a Firenze la sua anima barocca. Il pubblico fiorentino aveva già incrociato la cantante romana nel 1991 come Dorabella in un Così fan tutte diretto da Zubin Mehta, e in un recital rossiniano alla Pergola l’anno successivo in occasione del bicentenario della nascita del pesarese, ma non aveva mai avuto un assaggio di quello che la diva ha fatto nel repertorio del Sei e Settecento negli ultimi trent’anni e questa si rivela l’occasione per pareggiare i conti. Tuttavia, parlare di un mero concerto con orchestra potrebbe essere riduttivo. La diva offre un vero e proprio spettacolo con cui mette in scena l’esperienza stessa del cantante d’opera, dove ognuna delle arie diventa un’esibizione completa. Accompagnata dall’attore e danzatore Xavier Laforge, Cecilia Bartoli cambia abito per ogni aria proprio a lato del palco, dove viene allestito un pratico camerino portatile ancora prima della sua entrata in scena: lì aspetta, medita, diventa partecipe della musica stessa, che non lascia margine di sfogo, dato che la chiusura di ogni pezzo viene prolungata in un arrangiamento che sfocia nel successivo brano senza soluzione di continuità. La risultante è uno sfoggio di tutta la dirompente personalità della cantante, che riesce a rendere pop un repertorio fino a pochi decenni fa considerato roba da specialisti.

La serata inizia con una turbinosa sinfonia del Rinaldo che fa già percepire un alto livello musicale. Gianluca Capuano dirige infatti con gesto deciso e controllato l’orchestra Les Musiciens du Prince, ottenendo un suono compatto, scattante, ma sempre espressivo e teatrale. Si avverte una compagine affiatata e perfettamente in sincronia col direttore che la fa spaziare senza problemi da ritmi rapinosi a oasi liriche di estrema densità emotiva. Quasi non ci si accorge dell’entrata della protagonista, con una parrucca corta, androgina nel look formato da camicia a sbuffo e pantaloni neri, che attacca subito il recitativo e aria di Aci “Lontan dal solo e caro… Lusingato dalla speme” dal Polifemo di Nicola Porpora. Si sa che la Bartoli non ha mai avuto la voce torrenziale e sarebbe inutile ricercarla in questa occasione, ma anche nella dispersiva sala fiorentina lo strumento risulta ben proiettato e perfettamente amalgamato con l’orchestra; se proprio le si vuole trovare un difetto, in questa occasione sembra essersi curata meno dell’articolazione della parola, ma i fuochi d’artificio vocali fanno dimenticare presto questa mancanza.
Così nel primo brano di Porpora la cantante esibisce una coloratura tutto sommato controllata ma già di sicura presa ed effetto, arrivando a duettare nei gorgheggi con l’oboe di Pierluigi Fabretti che la affianca al proscenio. Una densissima “Entrée des songes funestes” di Ariodante fa da preludio al primo brano noto della scaletta, il “Lascia la spina, cogli la rosa” da Il trionfo del tempo e del disinganno. E qui la Bartoli mette in evidenza tutte le sue doti di grande artista: la ricerca coloristica, quasi esasperata, fa rilucere ogni nota in una screziatura diversa, articolando il sentimento in una gamma infinita di sfumature; la voce si assottiglia sempre di più, con un magistrale controllo di fiati, fino a una ripresa finale dell’aria in un pianissimo flebile e controllato. Dopo aver preso parte a tanta compassione emotiva, l’interprete viene portata a lato da Laforge per prepararla al prossimo numero.

Una contrastata sinfonia da Marc’Antonio e Cleopatra di Johann Adolph Hasse vede la trasformazione da ragazzino a vera diva pronta con caschetto, tacchi e vestito quasi da cabaret berlinese. “V’adoro pupille” dal Giulio Cesare in Egitto di Händel, pur nel suo lirismo, acquista così tutta la sottile ironia della seduzione che ha anche nell’opera; noi siamo Cesare, lei è Lidia-Cleopatra in un tripudio di piume mentre ci seduce con i centri bruniti che si alleggeriscono in variegate salite sfumate verso le zone più acute della tessitura.
Il Concerto in re maggiore TWV 51:D7 di Telemann mette in evidenza tutta la bravura di Thibaud Robinne alla tromba, che si prepara a duettare con la diva tornata androgina e con l’oboe di Fabretti nell’aria di Melissa “Mi deride… Desterò dall’empia Dite” da Amadigi di Gaula, in una gara tra gli strumenti a fiato e la voce della Bartoli che sciorina colorature vertiginose con precisione, senso del ritmo e una musicalità da prima della classe. L’applauso che ne scaturisce alla fine è liberatorio e meritatissimo per tutti e tre i solisti.

Si torna quindi a atmosfere più intime con “Sol da te mio dolce amore” dell’Orlando furioso, una delle pagine vocali più belle di Vivaldi. Qui si rimpiange seriamente il taglio del “da capo”, operato in alcuni pezzi, perché lo scavo emotivo attraverso le varie screziature della voce, ardite ma mai eccessive, è estremamente coinvolgente. Ma il merito è anche di Jean-Marc Goujon che brilla nell’assolo di flauto, e di Capuano che ottiene dagli archi dei pizzicati espressivi e penetranti
La parte ufficiale del concerto si conclude con una sezione interamente dedicata a Händel. Si inizia con una suite di danze da Ariodante, dove Capuano ottiene dai Musiciens un suono intensissimo in un ritmo indiavolato, che porta anche la Bartoli ad accennare passi di danza, prima di cambiarsi e tornare una fanciulla; l’aria di Almirena, “Augelletti, che cantate” del Rinaldo, ci riporta alla mente l’incisione di Hogwood, e le si perdona qualche passaggio eccessivamente lezioso per convogliare l’ingenuità della situazione. Chiude il tutto “What passion cannot Music raise and quell” dall’Ode for St. Cecilia’s day, resa con un raccoglimento quasi da ninna nanna placida, calma e luminosa come la candela che la stessa cantante spegne alla fine soffiandoci sopra.

Da qui in poi il pubblico esplode ottenendo cinque bis, in realtà uno più programmato dell’altro. Si inizia con “Dopo notte atra e funesta” dell’Ariodante: la Bartoli si appunta la gonna alla vita e ripete la fenomenale scena ideata da Christoph Loy per lo spettacolo salisburghese di tre anni fa in cui il protagonista sgrana colorature indiavolate e perfette fumando il sigaro a tempo di musica. Segue un omaggio a Napoli con un “Santa Lucia luntana” solarissimo, ma al tempo stesso malinconico come una pagina di Malaparte. “A facil vittoria” da Il Tassillone di Agostino Steffani è lo sfoggio più inaudito di virtuosismo vocale sentito in tutta la serata: una ennesima gara di improvvisazione (ma quanto lo è veramente fino in fondo?) con la tromba di Robinne, tra note tenute all’infinito e accenni jazz di “Summertime”. Una accorata “Non ti scordar di me” è solo il preludio al vero finale: vestita di corsetto dorato, piume e strascico rosso, la diva entra correndo e regala un ultimo giro sulle montagne russe vocali di “Nobil onda” da Adelaide di Porpora. Il pubblico in delirio non la lascerebbe andare via, ma il piccolo camerino portatile si chiude, l’artista deve rientrare nelle quinte e può solo uscire una volta in più a prendersi gli interminabili applausi. [Rating:5/5]

Teatro del Maggio – Stagione 2020/21
OMAGGIO A FARINELLI
Händel e i suoi tempi

Georg Friedrich Händel
Rinaldo HWV7a, Sinfonia (Ouverture Atto I)

Nicola Porpora
Polifemo, Aria di Aci “Lontan dal solo e caro… Lusingato dalla speme

Georg Friedrich Händel
Ariodante HWV33, Entrée des songes funestes
Il Trionfo del Tempo e del Disinganno HWV46a, Aria di Piacere “Lascia la spina, cogli la rosa”

Johann Adolph Hasse
Marc’Antonio e Cleopatra, Sinfonia

Georg Friedrich Händel
Giulio Cesare in Egitto HWV17, Sinfonia Il Parnasso (Atto II, scena 2)
Aria di Cleopatra “V’adoro pupille”

Georg Philipp Telemann
Concerto in re maggiore TWV51:D7 per tromba e archi

Georg Friedrich Händel
Amadigi di Gaula HWV11, Aria di Melissa “Mi deride… Desterò dall’empia Dite”

Antonio Vivaldi
Orlando Furioso RV728, Aria di Ruggero “Sol da te mio dolce amore”

Georg Friedrich Händel
Ariodante HWV33, Suite di danze
Rinaldo HWV7a, Aria di Almirena “Augelletti, che cantate”
Ode for St. Cecilia’s day, Aria per soprano “What passion cannot Music raise and quell”

Bis
Georg Friedrich Händel
Ariodante HWV33, Aria di Ariodante “Dopo notte atra e funesta”

E. A. Mario, Santa Lucia luntana

Agostino Steffani
Il Tassilone, Aria di Sigardo “A facile vittoria”

Ernesto de Curtis, Non ti scordar di me

Nicola Porpora
Adelaide, Aria di Adelaide “Nobil onda”

Les Musiciens du Prince-Monaco
Direttore Gianluca Capuano
Mezzosoprano Cecilia Bartoli
Attore/Danzatore Xavier Laforge
Oboe Pierluigi Fabretti
Tromba Thibaud Robinne
Flauto Jean-Marc Goujon
Firenze, 8 ottobre 2020