Firenze, Cavea del Teatro del Maggio – Un ballo in maschera

Dopo più di quattro mesi si torna a fare opera al Teatro del Maggio, che ha già riaperto la sala principale un mese fa con una serie di concerti diretti da Zubin Mehta. Stavolta si è deciso di sfruttare la cavea del teatro, quello spazio cioè collocato sul tetto dell’edificio, già usato nel corso degli anni per concerti di musica leggera, ma mai per esecuzioni di musica classica. Al netto della scomodità dei sedili in pietra, a cui poco sopperiscono i cuscini distribuiti all’ingresso, il luogo si rivela comunque una piacevole scoperta, sia per la discreta acustica che per le condizioni ambientali: dalla sommità delle gradinate si gode infatti una splendida vista sulla città, e un fresco venticello attenua gli eventuali bollori. La cavea è stata dunque scelta per recuperare in forma di concerto le opere che erano previste in chiusura del Festival – Un ballo in maschera sarebbe dovuto infatti andare in scena nell’allestimento di Davide Livermore che ha debuttato al Teatro Bolshoi di Mosca nel 2018 -, cercando di mantenere i cast già scritturati e sfruttando la maggiore capienza che offrono gli spazi aperti in tempo di distanziamento sociale.

A tenere le redini musicali di questo Ballo in maschera, che si avvale del testo ambientato a Boston, è Carlo Rizzi, veterano del titolo. Subito colpisce la nitidezza e la politezza del suono, unita a una ricerca del dettaglio, che non va mai a scapito della visione d’insieme. Rizzi sa infatti ben calibrare i tempi tra slanci lirici e leggerezza esibita (a tratti fin troppo, come nel concertato di chiusura della prima scena), sostenendo i cantanti dove serve e fornendo una lettura efficace e teatrale. La risultante è una direzione che tende a narrare la vicenda, esaltando la pura bellezza melodica, a cui concorre un’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino coesa e limpida, e un Coro in ottima forma.

Il cast assemblato è di buon livello. Francesco Meli ha in repertorio il ruolo di Riccardo da quasi un decennio, e infatti lo affronta con sicurezza ma anche estrema attenzione. Come sempre colpiscono il timbro caldo, la voce piena e l’eleganza nel porgere la frase; va rilevato che alcuni passaggi in acuto risultano un po’ forzati e non proprio immacolati, ma si tratta di inezie che non inficiano una prova nel complesso ottima. Il personaggio disegnato da Meli trova maggiormente sfogo nei passaggi lirici e amorosi, piuttosto che in quelli frivoli, i quali risultano poco differenziati dai primi, ma la prova offerta è comunque convincente.
Meno centrata appare Krassimira Stoyanova nei panni di Amelia. La voce è contraddistinta da una nota metallica che si ispessisce in acuto, con suoni non sempre gradevoli; il volume non è enorme, ma la cantante sa dosare con intelligenza i vari registri, specialmente in basso dove si trova meno a suo agio. Il soprano bulgaro esce vittorioso soprattutto in pagine come “Morrò, ma prima in grazia”, in cui si abbandona a un canto malinconico ed elegante, ma anche in “Ma dall’arido stelo divulsa” non lesina smorzature e accenti; convince invece meno nei momenti d’assieme, come il terzetto del secondo atto “Odi tu come fremono cupi”, dove lo strumento risulta piuttosto affaticato. Interpretativamente parlando, la Stoyanova fa di Amelia una gran dama piuttosto compassata, più incentrata sull’eleganza che sul dilemma psicologico del personaggio.

Carlos Álvarez è un Renato autoritario, dalla voce ampia e dal fraseggio cesellato e preciso, molto attento alla cura della parola. Il timbro è brunito e la linea particolarmente omogenea, anche se in acuto l’emissione inizia a farsi un po’ dura, tanto che sulla chiusa di “Eri tu”, il baritono perde l’intonazione e, poco contento del risultato, esegue di nuovo le ultime note dell’aria, col placet del direttore. Judit Kutasi dimostra di dominare senza problemi il ruolo di Ulrica, grazie a uno strumento ampio e ben timbrato, che il mezzosoprano sa usare a fini espressivi efficaci e di sicuro effetto, cesellando il fraseggio e giocando con i colori della voce. Enkeleda Kamani delinea invece un Oscar spigliato e credibile, grazie a un timbro leggermente ambrato ma squillante, un fraseggio vivace e attento, e un buon dominio della linea di canto.

Ben assortiti e affiatati risultano i due congiurati principali, Emanuele Cordaro (Tom) e Fabrizio Beggi (Samuel). Quest’ultimo in particolare spicca per il caldo strumento di basso e la parola ben tornita. Assai ben centrati vocalmente sono inoltre William Corrò nei panni di Silvano e Antonio Garés nel doppio ruolo del giudice e servo di Amelia.
Il pubblico numeroso ma non foltissimo si dimostra prodigo di applausi dopo ogni aria e scena. Alla fine si registra un buon successo generale, con punte di entusiasmo per il terzetto protagonista: decisamente una buona ripartenza. [Rating:4/5]

Teatro del Maggio – Stagione Giugno/Luglio 2020
UN BALLO IN MASCHERA
Melodramma in tre atti
Libretto di Antonio Somma
Musica di Giuseppe Verdi

Riccardo Francesco Meli
Renato Carlos Álvarez
Amelia Krassimira Stoyanova
Ulrica Judit Kutasi
Oscar Enkeleda Kamani
Silvano William Corrò
Samuel Fabrizio Beggi
Tom Emanuele Cordaro
Un giudice/Un servo d’Amelia Antonio Garés

Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Maestro concertatore e direttore Carlo Rizzi
Maestro del coro Lorenzo Fratini
Firenze, 18 luglio 2020