Chiudi

Arie d’opera – Benjamin Bernheim, tenore, Emmanuel Villaume, direttore (Deutsche Grammophon CD)

Condivisioni

Lo si ascolta e subito si comprende come questo cd di esordio del tenore francese Benjamin Bernheim non sia il risultato di un artista, peraltro già internazionalmente affermato, che entra in sala d’incisione con qualità ancora da affinare, bensì con tutti gli strumenti vocali, tecnici e espressivi tali da farne un tenore coi fiocchi, sensibile ed elegante. In Italia lo si conosce poco, se non per due recite alla Scala come Alfredo nella Traviata dello scorso anno (nel 2016, sempre nel teatro milanese, fu anche il Cantante italiano nel Rosenkavalier di Strauss diretto da Zubin Mehta). L’opera di Verdi, così come La bohème di Puccini e L’elisir d’amore di Donizetti sono alcuni dei titoli che, insieme anche a quelli del repertorio francese, come Roméo et Juliette, Faust e Manon, l’hanno visto ammirato e applaudito sui principali palcoscenici del mondo. Il cd in questione, con la bacchetta sensibile di Emmanuel Villaume, alla testa della PKF – Prague Philharmonia, che lo guida assecondandone musicalità e stile, offre un ritratto delle sue migliori qualità su un terreno di gioco non facile, quello del repertorio più noto, dove un tenore ha dinanzi a sé diversi termini di paragone con colleghi del presente o del passato.

Il repertorio italiano è rappresentato dalle arie di Donizetti, con “Una furtiva lagrima” da L’elisir d’amore e “Tombe degli avi miei…Fra poco a me ricovero” da Lucia di Lammermoor, di Verdi, con “De’ miei bollenti spiriti” da La traviata, “Ella mi fu rapita!…Parmi veder le lagrime” da Rigoletto e “Quando le sere al placido” da Luisa Miller; quello francese, dal Massenet di “Pourquoi me réveiller” da Werther e dal Sogno dalla Manon, al Gounod dell’aria “Ah! lève toi, soleil!” da Roméo et Juliette e di “Salut, demeure chaste et pure” da Faust, dal Berlioz di “Nature immense” da La damnation de Faust alla poco nota aria “Tout est fini pour moi sur la terre” dall’opera Dante di Benjamin Godard. C’è anche l’aria di Lensky da Eugenio Onegin di Čajkovskij, pagina che da sempre affascina non solo i tenori russi, soprattutto quelli capaci di fraseggiare e donare fascino, mestizia e lancinante introspezione lirica alla propria linea vocale in un disperato addio alla vita condito di malinconia. Bernheim è proprio uno di questi. Non si limita a cantare bene, interpreta creando attorno a sé una atmosfera. Chiusura del cd all’insegna di Puccini, con “Che gelida manina!” da La bohème, altra opera che è divenuta cardine del suo repertorio e lo conferma tenore lirico a tutto tondo.

Nato a Parigi e cresciuto musicalmente in Svizzera, a Ginevra, ha poi studiato a Losanna con Gary Magby. Ha effettuato anche masterclass con Giacomo Aragall e preso parte alla Accademia Verdiana di Busseto sotto la guida di Carlo Bergonzi. In seguito è entrato a far parte dell’International Opera Studio dell’Opernhaus di Zurigo, teatro dove ancora oggi si esibisce spesso nonostante la sua carriera l’abbia già portato a solcare gli importanti palcoscenici dell’Opéra di Parigi, del Covent Garden di Londra, del Met di New York, della Bayerische Staatsoper e della Wiener Staatsoper. Non è quel che si suole dire giovanissimo (ha 35 anni), ma è approdato a livelli così alti con pazienza, studio assiduo e senza inseguire la facile fama. Il traguardo qualitativo raggiunto da questo cd è a dir poco sorprendente, tanto da fare di lui uno dei più interessanti tenori francesi del momento nel repertorio lirico, che sembra essere quello in cui eccelle. Non c’è momento in cui la voce risenta di tensioni o accorgimenti che inducano a far pensare ad azzardi per i quali la sua natura vocale possa sentirsi a disagio. L’acuto non è forse folgorante, ma non è questo che conta; ascoltandolo emerge la volontà di esibire un canto mai esteriore, ben controllato nell’emissione, nello stile composto e nella cura per un fraseggio pensato, espressivamente pertinente. La voce, volendo fare paralleli, non ha forse la bellezza che fu del giovane Roberto Alagna, al quale è stato paragonato, eppure mostra quella cura per il fraseggio che era tipica di Georges Thill e ha una singolarità di tratto tutta sua, capace di far convivere, anzi di fondere mirabilmente, con naturale semplicità, l’estatico languore con l’ardore latino, senza mai che uno prevalga sull’altro. Ne consegue la linea morbida che lo mette in luce nelle pagine dove il canto di grazia non scade mai in estenuati languori, nello zucchero che fu di certi tenori leggeri italiani, né tantomeno nelle leziosaggini stilistiche di storici tenori francesi, dai quali Bernheim sembra almeno in parte affrancarsi, rimanendo, nella sostanza dello smalto, un lirico più che un tenore di grazia, o alla francese allo stato puro per scelte stilistiche.

Nelle effusioni sentimentali il suo canto segue le regole di un legato naturale e mai compiaciuto, giocando le carte migliori nello sfumare i suoni senza far mancare a essi un abbandono contemplativo che appaia distaccato poiché sempre carico di calore e sentimento. Un valore aggiunto che si unisce alla capacità di trarre dalla sua voce il meglio nei dolci attacchi delle pagine da L’elisir d’amore e Rigoletto, che sono autentiche perle per il controllo del suono. Eccelle nel repertorio della sua terra, con un Sogno dalla Manon davvero magistrale, soffice e insieme morbido, delicato ma senza vezzi affettati o con mezzevoci in odore di falsetto. Nell’aria da Luisa Miller pare che la lezione tramandata da Bergonzi abbia lasciato il segno, in quel canto d’amore che si fa vera poesia romantica intonata “al placido chiaror d’un ciel stellato”, la medesima poesia d’amore che colpisce ancor più nell’intimo riserbo donato a “Che gelida manina!” da La bohème, intonata con varietà di colori, accenti e sfumature, avvolta in un garbo carezzevole che rende ogni nota come un abbraccio affettuoso, così da rendere l’esecuzione non scontata, ma sinceramente meditata. Un’espressività che sembra nascere da una dimensione psicologia attinente al personaggio stesso, riflesso di un canto voluttuoso e rotondo, che cerca lo specchio dell’anima e lo traduce in suono. Davvero un ottimo tenore.

ARIE D’OPERA
Benjamin Bernheim, tenore
Emmanuel Villaume, direttore
PKF – Prague Philharmonia
Etichetta: Deutsche Grammophon
Formato: CD
Registrazione effettuata a Praga,
Municipal House, Smetana Hall,
nell’agosto e settembre 2018 e nel maggio 2019

image_pdfimage_print
Connessi all'Opera - Tutti i diritti riservati / Sullo sfondo: National Centre for the Performing Arts, Pechino