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Verona, Arena Opera Festival 2019 – La traviata

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I corifei del nuovo lo detestavano ferocemente, i sostenitori della tradizione in compenso lo osannavano. Da parte sua, il grande pubblico non ha mai smesso di amarlo, come dimostra – al di là della fanfara mediatica – l’ondata di commozione e sincero affetto suscitata dalla sua scomparsa. Polemico e ostinato antimoderno, mai tentato da sperimentazioni e profanazioni, nei suoi ultimi spettacoli areniani Franco Zeffirelli dava quasi la sensazione di volersi mettere di traverso rispetto al corso della storia e dell’innovazione.
Per lui il presente del teatro d’opera era uno spazio squallido, privo di valori, da colmare grazie alla trasmissione di un mestiere antico, di sapienze artigianali: un mondo da difendere e custodire con rispetto e devozione. Rivedere un suo spettacolo, oggi, è come ripercorrere un sentiero della memoria, ritrovare un modo di concepire gli allestimenti che in molti reputano sorpassato, ma al quale non si possono negare dignità e grandezza. Piaccia o no, le produzioni migliori di Zeffirelli restano modelli di arte della messinscena, dove l’aggettivo tradizionale non è affatto sinonimo di polveroso e dove la regia, per quanto a volte non esente da soluzioni convenzionali, è sempre accurata, dinamica e mai ridotta a pura trovata scenografica.

L’allestimento postumo de La traviata, che ha aperto l’Opera Festival 2019 areniano, dimostra che fino all’ultimo Zeffirelli è rimasto fedele a se stesso in materia di scelte artistiche, sia per quanto riguarda i codici espressivi, sia sul piano della cifra stilistica. Certo, ci si può chiedere quanto effettivamente sia opera del maestro fiorentino quello che si vede a Verona. Dal punto di vista scenografico, più che una summa della sua visione sessantennale del capolavoro verdiano, lo spettacolo sembra una somma delle Traviate allestite in precedenza, in particolare quelle di Firenze e del Metropolitan di New York (esattamente come la versione areniana di Turandot è un mix delle edizioni della Scala e del Met).
La grande scatola scenica che incombe al centro del palcoscenico, affiancata ai lati da due file di palchi e inizialmente coperta da un sipario rosso, svela nel primo atto una struttura in stile Secondo Impero articolata su due livelli e ispirata all’allestimento newyorkese: grazie alla sontuosità degli arredi e al gusto decorativistico il colpo d’occhio è garantito, anche se oggettivamente l’effetto sconfina nel kitsch e ricorda da vicino una grande casa delle bambole. Più riuscita (e applaudita a scena aperta dal pubblico) la spettacolare soluzione scenografica della festa in casa di Flora, che rimanda invece all’edizione di Firenze ma anche alla versione cinematografica realizzata da Zeffirelli nel 1982, e dove la mano del grande scenografo è molto più riconoscibile. Si potrebbe naturalmente obiettare che Traviata è essenzialmente una tragedia da salotto borghese, incentrata sui conflitti psicologici: un dramma intimista che si svolge in ambienti chiusi e che con le ambientazioni kolossal non ha molto da spartire. Ma queste sono considerazioni che a Zeffirelli non interessavano, e tanto meno interessano al pubblico che frequenta l’Arena.
L’opulenta casa delle bambole ritorna tale e quale nel terzo atto dando luogo a un’incongruenza, dal momento che Violetta non muore nel lusso, ma in povertà, e quindi anche la scena dovrebbe trasmettere un senso di indigenza e di declino. Chiaramente si tratta di un impianto che prescinde dal monumento storico, mentre in passato Zeffirelli aveva concepito scenografie capaci di integrarsi perfettamente con lo spazio areniano, come nel caso del magnifico Trovatore che sarà ripreso da sabato 29 giugno, con Anna Netrebko fra i protagonisti.
Quanto alla regia vera e propria, l’impressione è che di Zeffirelli non ci sia quasi nulla. La recitazione dei singoli è convenzionale e poco approfondita, ma soprattutto non ritroviamo nella gestione delle masse quell’abilità e quella precisione che appartenevano al maestro fiorentino e che spesso si accompagnavano a un gusto del movimento vorticoso, capace di veri e propri virtuosismi. La festa del primo atto è stipatissima e caotica, mentre funziona relativamente meglio quella del secondo che lascia spazio alle apprezzabili coreografie di Giuseppe Picone. Adeguati al contesto fastoso i bei costumi di Maurizio Millenotti. Ininfluente dal punto di vista drammaturgico il ricorso al flashback iniziale che mostra il funerale di Violetta, anziché Violetta morente come nei precedenti allestimenti di Zeffirelli.

Nemmeno il versante musicale si rivela all’altezza dell’evento e delle aspettative suscitate dalla grancassa mediatica, corroborata dalla diretta tv in mondovisione. Solitamente, anche in uno spazio difficile come quello areniano, Daniel Oren riesce a far percepire la presenza dell’orchestra come un’entità vitale e comunicativa: questa sua Traviata risulta invece discontinua e a tratti incoerente. A parte il taglio dei “da capo”, considerati delle inutili appendici da amputare in barba a ogni criterio filologico, Oren stacca tempi ora larghi ed estenuati, ora affrettati, alternandoli in un perenne tira e molla: un andamento a fisarmonica che non aiuta certo il fraseggio dei cantanti, né la tenuta drammatica. I momenti topici e delle grandi attese vengono spesso disattesi, mentre la tensione narrativa, come nel finale del secondo atto, tende qua e là a sgonfiarsi.

Aleksandra Kurzak è una Violetta di bel timbro e buon spessore al centro; man mano che sale verso gli acuti la voce tende però ad assottigliarsi e il mi bemolle che chiude la cabaletta “Sempre libera” è un suono esile e sbiancato. Qua e là perde inoltre il controllo dell’intonazione. Come interprete è volenterosa nel fraseggio, a suo modo immedesimata e credibile sotto il profilo drammatico, ma nel secondo e, soprattutto, nel terzo atto cede a effetti plateali di gusto verista.
Nei panni di Alfredo, Pavel Petrov canta con una vocalità timbricamente opaca, sottodimensionata rispetto alle esigenze della parte; il fraseggio risulta scolastico e la dizione italiana da perfezionare. Non si copre di gloria nemmeno il grande Leo Nucci, un Giorgio Germont usurato, poco fermo nell’emissione, inizialmente in palese difficoltà. Nel corso della recita, il rendimento migliora e a tratti si percepiscono le zampate del vecchio leone, almeno a livello di fraseggio. Il pubblico lo applaude calorosamente dopo “Di Provenza”, ma a conti fatti nemmeno lui convince ed emoziona veramente.
Tra le parti di fianco, si mettono in luce soprattutto Carlo Bosi, Gastone, Romano Dal Zovo, Dottor Grenvil, e Alessandra Volpe, Flora. Da segnalare le presenze di lusso di Daniela Mazzucato e Max René Cosotti nei panni di Annina e Giuseppe.
Successo abbastanza caloroso, con punte di entusiasmo alla fine per Kurzak, Nucci e Oren.

Arena Opera Festival 2019
LA TRAVIATA
Melodramma in tre atti. Libretto di Francesco Maria Piave
Musica di Giuseppe Verdi

Violetta Valéry Aleksandra Kurzak
Flora Bervoix Alessandra Volpe
Annina Daniela Mazzucato
Alfredo Germont Pavel Petrov
Giorgio Germont Leo Nucci
Gastone di Letorières Carlo Bosi
Barone Douphol Gianfranco Montresor
Marchese d’Obigny Daniel Giulianini
Dottor Grenvil Romano Dal Zovo
Giuseppe Max René Cosotti
Domestico/Commissionario Stefano Rinaldi Miliani
Primi ballerini Petra Conti e Giuseppe Picone

Orchestra, Coro, Corpo di ballo e Tecnici dell’Arena di Verona
Direttore Daniel Oren
Maestro del coro Vito Lombardi
Regia e scene Franco Zeffirelli
Costumi Maurizio Millenotti
Coreografia Giuseppe Picone
Luci Paolo Mazzon
Coordinatore del Corpo di ballo Gaetano Petrosino
Direttore allestimenti scenici Michele Olcese
Verona, 21 giugno 2019

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