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Venezia, Teatro La Fenice – Don Giovanni

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Continua ad avvincere dopo quasi un decennio il Don Giovanni di Damiano Michieletto alla Fenice, merito di una scenografia che ne fa una delle produzioni più originali del palcoscenico veneziano e soprattutto di un cast di tutto rispetto. Manca un elemento, in questo breve sommario: l’orchestra, che appare fortemente limitata dalla direzione di Jonathan Webb. L’ouverture, che stupisce per essere interamente eseguita a sipario chiuso – cosa cui non siamo più abituati – non fa presagire nulla di lusinghiero: la cura del dettaglio musicale c’è, ma sembra delegata alla sensibilità del singolo o all’esperienza di sezione di una compagine che sa il fatto suo e lo dimostra di continuo. Tale impressione si rinforza nel corso del dramma e si estende anche al cast: una combinazione di voci di primo livello, che tuttavia dà l’impressione di un recital di tanti solisti; si percepisce non di rado la mancanza di un lavoro d’insieme.

Michieletto immagina un Don Giovanni taumaturgo, che tiene sotto scacco tutti coloro che gravitano intorno alla sua forza d’attrazione. Il regista gioca sulla figura centripeta del protagonista, accentua il fatto che nessun personaggio ha senso senza di lui, e che alla fine esce trionfatore, continuando a esercitare la sua forza occulta anche dopo essere stato inghiottito dalla terra. A tratti pare che sia tutto frutto di un’allucinazione della coscienza alterata di Don Giovanni, per esempio nel finale del primo atto, in cui non ci si spiega in altro modo un banchetto di personaggi immobili e alienati, marionette che prendono vita grazie alla fiammella di Don Giovanni, comparse loro malgrado di un perpetuo carnevale. Altre scelte registiche poco chiare potrebbero trovare senso osservate nell’ottica di un personaggio che, per fare quel che fa, annebbia la sua mente e riesce a dar vita al proprio vaneggio.
La scenografia curata da Paolo Fantin è imperniata sui medesimi cardini: la forza centripeta di Don Giovanni e la vertigine sensoriale. Tutto si svolge in quel che potrebbe essere il suo palazzo: un’infilata di decadenti interni rococò dai colori pastello ingrigiti che rotea e muta con una frequenza tale da fare perdere presto l’orientamento allo spettatore. In quale ambiente ci troviamo? L’abbiamo già visto? Viene da chiederselo di continuo. Lo sfruttamento del palcoscenico è totale e la macchina risucchia e disorienta, rendendoci partecipi del paradiso artificiale del Dissoluto e dell’incubo di chi si trova ad avervi a che fare. Il senso di claustrofobico disagio viene accentuato dalle luci espressionistiche di Fabio Barettin, che proiettano dense ombre lunghe.

Come anticipato, il cast si rivela pienamente all’altezza: Omar Montanari è un Leoporello di comprovata esperienza: perfettamente nel personaggio, si cimenta in una non semplice prova d’attore realizzando non tanto un alter ego del cavaliere, bensì un uomo problematico, affetto da una balbuzie che lo rende insicuro e soggiogato al padrone. Solo nell’orgiastico finale Leporello partecipa al banchetto carnale e alla sicumera di Don Giovanni; le differenze sociali e caratteriali vengono azzerate dall’ebbrezza. Bella voce tornita e ricca di armonici, quella di Alessio Arduini, che di Don Giovanni possiede il physique du rôle, ma non brilla per qualità attoriali. Attila Jun, omone statuario dalla voce tartarea, è un commendatore nato; spiace il combattimento iniziale in cui Don Giovanni si limita a percuoterlo con un bastone, scelta registica puerile. Elegantissima Francesca Dotto, Donna Anna decisa ad andare sino in fondo, più per dovere sociale e puntiglio personale che per reale volontà. Risulta a tratti decisamente affettato il ruolo di Donna Elvira, sulla cui instabilità emotiva si calca troppo la mano finendo col renderla caricaturale; il personaggio è però salvato dalla bravura di Carmela Remigio, interprete raffinatissima, capace di una quantità inesauribile di sfumature e inflessioni. Juan Francisco Gatell è un Don Ottavio sicuramente centrato dal punto di vista del personaggio; dopo un inizio poco convincente, riesce a far ricredere grazie alla sua voce chiara e rotonda, dal vibrato minimo e ben equilibrata anche nel registro di testa. Nell’aria “Il mio tesoro intanto” sa addirittura commuovere in un raro momento di perfetta intesa tra palcoscenico e buca. Perfetta Zerlina Giulia Semenzato, che conosce bene il ruolo e sa conferirvi quel giusto bilanciamento di ingenuità e malizia; voce delicata e tagliente al contempo, perfettamente piena anche nei sussurri, agile e curata in ogni contesto, rende il suo personaggio pienamente credibile. Purtroppo non riesce a dare il meglio nell’aria “Batti batti, o bel Masetto”, zavorrata da un’orchestra timbricamente poco bilanciata. Pure lei, come Donna Anna, vorrebbe fortemente continuare a gravitare attorno al magnetismo di Don Giovanni, anche se risulta forzata la scelta registica di farle rivolgere l’aria “Vedrai carino” a Don Giovanni anziché a Masetto. Quest’ultimo, impersonato da William Corrò, è un giovane altero e vigoroso, unico personaggio maschile dotato di autentica vitalità e volontà di contrastare il seduttore; la voce chiara e giovane risulta perfettamente in linea con il tratteggio.
In sintesi: una produzione riuscita, con una lettura registica a tratti poco comprensibile ma di sicuro impatto visivo e con un ottimo cast, talvolta appiattito e limitato da una direzione musicale priva di un disegno unitario che troppo spesso non va oltre la lettura.

Teatro La Fenice – Stagione lirica e balletto 2018/19
DON GIOVANNI
Dramma giocoso in due atti KV 527
Libretto di Lorenzo da Ponte
Musica di Wolfgang Amadeus Mozart

Don Giovanni Alessio Arduini
Donna Anna Francesca Dotto
Don Ottavio Juan Francisco Gatell
Il commendatore Attila Jun
Donna Elvira Carmela Remigio
Leporello Omar Montanari
Masetto William Corrò
Zerlina Giulia Semenzato

Orchestra e coro del Teatro La Fenice
Direttore Jonathan Webb
Maestro del coro Claudio Marino Moretti
Regia Damiano Michieletto
Scene Paolo Fantin
Costumi Carla Teti
Light designer Fabio Barettin
Venezia, 20 giugno 2019

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