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Varsavia, Teatro Wielki – Halka

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Gli anniversari tendono spesso a essere identificati con forzate ricorrenze e festeggiamenti ammantati di un’innaturale platealità. Capita solo di rado che celebrazioni di questo tipo vengano vissute seriamente e con una profonda coscienza collettiva. Sentimenti, questi ultimi, che ho potuto rilevare in Polonia dove senso d’appartenenza e spirito patriottico sono percepibili e ben valorizzati. Specie in un anno che intende da subito rendere omaggio a una gloria nazionale, Stanisław Moniuszko, nato a Ubiel, nei pressi di Minsk, proprio due secoli fa.
Il compositore, purtroppo e a torto quasi sconosciuto in Italia, in patria è un’autentica istituzione: iniziatore del linguaggio nazionale in musica, Moniuszko appartiene al gruppo di autori rimasti in Polonia, a differenza dei grandi esuli (Chopin in primis), e disposti ad affrontare un duro lavoro educativo e culturale, spesso in condizioni politiche e sociali avverse, volto a plasmare tradizione e linguaggio autoctoni.
L’istruzione ricevuta tra Varsavia, Minsk, Vilna e Berlino gli consente di conoscere i gusti del pubblico e le novità diffuse in Europa. Quando si stabilisce a Vilnius, inizia a lavorare seriamente alla sua prima opera, dopo una serie di operette e partiture più contenute. Si tratta di Halka su libretto di Włodzimierz Wolski: la vicenda, conforme ai canoni melodrammatici ottocenteschi, presenta le disavventure di una giovane fanciulla sedotta e abbandonata da Janusz, signorotto locale, ma protetta dall’innamorato Jontek. Nel trattare un argomento scabroso, reso ulteriormente delicato dalla gravidanza extraconiugale di Halka e dalla differenza di ceto, autore e librettista toccano una tematica sociale molto sentita in Polonia. Proprio per questo la partitura in due atti fatica a trovare una prima seria esecuzione: viene presentata a Vilnius nel 1848 in forma concertante privata e con esecutori dilettanti grazie agli sforzi del compositore, quindi, qualche anno dopo, nel 1854 con un’apposita messinscena. Ma la consacrazione giunge solo l’1 gennaio 1858, al Teatro Wielki di Varsavia, in seguito a una profonda revisione di Moniuszko che amplia l’opera dandole la forma più nota in quattro atti e introducendo parecchie novità musicali. Da allora la partitura è costantemente in repertorio, non solo a Varsavia ma anche in tutte le città polacche dotate di un teatro d’opera, e l’accoglienza è quella riservata ai simboli sacri alla patria.

Proprio Halka apre le celebrazioni per il bicentenario nella capitale, tuttavia l’edizione e la formula prescelta per l’evento potrebbero apparentemente risultare particolari. Dopo l’incredibile successo, coronato da una registrazione discografica dell’opera allo scorso Festival Chopin, si è deciso di replicare l’esecuzione in forma concertante e soprattutto nella versione italiana. Scelta decisamente insolita sulla carta ma presto motivata: la traduzione viene approntata all’epoca da Giuseppe Achille Bonoldi, caro amico di Moniuszko e primo interprete dell’opera a Vilna, città in cui abita ed è attivo politicamente dal 1842. Nonostante alcune ingenuità nell’abuso di formule caratteristiche dei libretti contemporanei, Bonoldi ha il merito di mettere a punto un testo che avrebbe potuto assicurare il successo dell’opera anche fuori dai confini polacchi dove, ancora a metà Ottocento, la lingua italiana in ambito musicale gioca un ruolo chiave per la diffusione delle partiture.

Artefice dell’intera operazione è Fabio Biondi che si sta avvicinando al melodramma ottocentesco attraverso esecuzioni storicamente informate. Lo studio dell’autore polacco rivela l’eclettismo maturato negli anni di assidua frequentazione del repertorio barocco che gli ha consentito di modellare con caparbietà personali cifre stilistiche e interpretative. Il suo approccio ad Halka esibisce la curiosità di chi scopre un mondo nuovo ancora intatto in cui i ritmi popolari (celebre il Mazur del finale primo) si innestano nelle formule canoniche della tradizione musicale occidentale, con l’orchestrazione influenzata dal lirismo tedesco di Weber e Marschner, lo charme francese di Auber e Rossini e alcune eredità italiane, in particolare donizettiane. Biondi manifesta il proprio talento d’accompagnatore e la profonda attenzione ai chiaroscuri di cui è intriso il lavoro. Gli incandescenti colori folkloristici delle ampie scene corali e dei numeri di balletto sono ravvivati dalla concertazione minuziosa del direttore italiano. Al contempo la capacità di cogliere le sfumature dei singoli personaggi e la cantabilità di schietta impronta romantica imprimono alla lettura una nuova vigoria interpretativa. Quest’ultimo aspetto è assecondato dall’esecuzione concertante e soprattutto dall’uso degli strumenti d’epoca, cifra peculiare di Europa Galante, gruppo fondato nel 1990 da Biondi. L’orchestra reagisce agli stimoli della propria guida forgiando un suono compatto e cristallino capace di piegarsi a espressioni malinconiche o animate scene d’insieme. Il Chór Opery i Filhamonii Podlaskiei, istruito da Violetta Bielecka, si disimpegna con precisione esibendo ottima preparazione e omogeneità.

Nel cast spiccano per impegno e partecipazione gli interpreti di Halka e Jontek, rispettivamente Tina Gorina e Matheus Pomepu. La prima, soprano, si è formata tra Spagna e Italia e, come si percepisce con chiarezza, il suo stile beneficia dello studio di ruoli legati alla zarzuela e al melodramma ottocentesco. La pastosità timbrica si addice al carattere controverso della giovane, tormentata e al contempo ancora speranzosa, mentre le esigenze canore, con alcuni passaggi di autentico stampo belcantistico, trovano nella preparazione tecnica un’agguerrita ed efficace esecutrice. Il tenore brasiliano ha dalla sua la bellezza degli accenti, lo slancio interpretativo e il controllo del fraseggio che si rivela appieno in “Fra gli abeti il vento geme” (“Szumią jodły na gór szczycie”), toccante aria pervasa dal lacrimevole suono dell’oboe e accolta dagli applausi convinti del pubblico.
Il gruppo di personaggi nobili si avvale di tre validi artisti. Robert Gierlach è uno Janusz protervo e sibillino, capace di manifestare tutto il suo livore per una situazione che ha creato ma di cui non vuole assumersi la responsabilità, Rafał Siwek veste i panni dell’anziano aristocratico conservatore Stolnik e Monika Ledzion-Porczyńska offre la propria pastosa voce mezzosopranile, costellata di venature ambrate, a Zofia. Valido l’apporto di Karol Kozłowski, un contadino, e dei solisti del coro: Mateusz Stachura, Dziemba, Kirill Lepay, Un ospite e Dudarz, e Paweł Cichoński, Un ospite II.
Il caloroso successo finale, con approvazioni incandescenti e pubblico in piedi, strappa il bis apprezzatissimo del celeberrimo Mazur a suggellare una serata fortemente voluta e sostenuta dal teatro e dal Ministero della cultura e del patrimonio nazionale.

Teatr Wielki, Opera Narodowa – Stagione lirica 2018/2019
HALKA
Opera in quattro atti
Libretto di Włodzimierz Wolski
da Stary gawędy i obrazy di Kazimierz Wójcicki
Versione italiana di Giuseppe Achille Bonoldi
Musica di Stanisław Moniuszko

Halka Tina Gorina
Zofia Monika Ledzion-Porczyńska
Jontek Matheus Pompeu
Janusz Robert Gierlach
Stolnik Rafeł Siwek
Dziemba Mateusz Stachura
Un contadino Karol Kozłowski
Un ospite Kirill Lepay
Un ospite II Paweł Cichoński

Orchestra Europa Galante
Direttore Fabio Biondi
Chór Opery i Filhamonii Podlaskiei
Maestro del coro Violetta Bielecka
Rappresentazione in forma concertante su strumenti d’epoca
Versione di Varsavia del 1858
Varsavia, 5 gennaio 2019

Photo credit: Łukasz Kowalski/PR

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