Chiudi

Trieste, Teatro Verdi – Turandot

Condivisioni

Nel giorno del 95° anniversario della morte di Giacomo Puccini, il Teatro Verdi di Trieste inaugura la Stagione lirica e di balletto con l’ultimo capolavoro incompiuto del Maestro: Turandot. La serata è la prima parte di un progetto ambizioso del teatro triestino, che ha programmato una doppia inaugurazione il cui secondo appuntamento è costituito da Aida, le cui recite si alterneranno, nel corso della prossima settimana, a quelle dell’opera pucciniana. Due titoli importanti, dunque, e quanto mai impegnativi, realizzati in collaborazione con Odessa National Academic Theater of Opera and Ballett e affidati entrambi alla regia di Katia Ricciarelli e Davide Garattini Raimondi e alle scene e luci di Paolo Vitale.

È noto quanti dubbi il libretto di Turandot suscitasse in Puccini, soprattutto nella parte finale in cui il cambiamento della Principessa di gelo rimane a tutti gli effetti irrisolto. Puccini non era pienamente soddisfatto delle soluzioni proposte per spiegare la trasformazione del personaggio: cosa egli volesse e immaginasse, potrebbe forse celarsi in quell’accordo del Tristano appuntato sulle bozze della scena finale, ma certo la morte intervenne – deus ex machina – a sciogliere definitivamente il nodo; o meglio a lasciarlo qual era. Se drammaturgicamente l’opera è irrisolta, non lo è, fortunatamente, la partitura la quale è perfettamente compiuta così da non risultare intaccata, se non, appunto, esteriormente, dalla dicotomia imposta da un destino beffardo e che costituisce, in qualche modo, la cifra dell’opera, dove non solo la coppia femminile, ma tutti i rapporti umani risultano irrisolti e i personaggi agiscono su piani esistenziali diversi, Timur e Calaf, Calaf e Liù, Calaf e Turandot, quest’ultima e l’Imperatore. Pertanto, la scelta registica e musicale, voluta per questa edizione triestina, di concludere la rappresentazione dopo la morte di Liù, ha più di un oggettivo riscontro, relegando ad altro ambito le discussioni su quale fra i finali proposti a partire da Alfano sino a Berio possano ambire al titolo di “definitivo”. La scelta poi di affidare a una voce fuori scena la celebre frase pronunciata da Toscanini alla prima scaligera: “Qui l’opera finisce per la morte del Maestro” aggiunge qualcosa di non più necessario a una decisione legittima e coerente.
Dello spettacolo poco di più posso riferire, perché la grande affluenza di un pubblico festoso e generoso ha indotto il Teatro a riservarmi un posto senza visibilità, salvo rimediare dopo il primo atto. La soluzione scenografica proposta da Paolo Vitale si basa su giochi di luce e sei praticabili mobili su cui trovano posto, nella scena dei tre indovinelli, Turandot, Calaf, l’Imperatore e i tre Ministri. Una soluzione efficiente rispetto ai problemi di messa in scena che il libretto pone: a tratti l’effetto è quello di una strada metropolitana e ci trasporta più nell’atmosfera di una Chinatown, dove meglio si ambienterebbe un titolo raro come L’Oracolo di Leoni, in auge fra il 1905 e gli anni trenta, che questa favolistica e favolosa Turandot con la quale condivide l’interesse per l’Oriente di inizio Novecento. I bei costumi di taglio tradizionale del teatro di Odessa sono ripresi da Giada Masi, mentre Morena Barcone cura le coreografie. La regia di Katia Ricciarelli e Davide Garattini Raimondi sembra optare per una scelta tradizionale e funzionale agli spazi offerti dal palcoscenico, dove il coro e i personaggi assumono una certa ieraticità, accresciuta da luci argentee e dorate. Si direbbe uno spettacolo creato con pochi mezzi, seppure con perizia e sapienza, in funzione della sua esportabilità.

Sul fronte musicale, l’ambizione del teatro deve fare i conti con una partitura la cui ricchezza melodica, la raffinatezza armonica e le difficoltà imposte ai solisti fanno di questo titolo uno dei più complessi e temibili della storia del melodramma. La bella prova offerta da Nikša Bareza nella  Madama Butterfly ascoltata la scorsa stagione, lasciava presagire meglio. Bareza certamente conosce l’arte del dirigere, ma in questa occasione la pulizia e la cura prestata alla resa dei diversi incisi melodici, non salvano una conduzione nel complesso monolitica e priva di respiro, che non riesce ad amalgamare il suono dell’Orchestra del Teatro Verdi, che pure si presenta in buona forma. L’esecuzione si risolve in netti contrasti fra forti e piani che appiattiscono la ricchissima tavolozza cromatica e dinamica voluta da Puccini. I tempi sono a tratti molto dilatati, come nel finale del primo atto, poco elastico il fraseggio, e la sincronia con il palcoscenico non è sempre perfetta.

A vestire i panni della protagonista è Kristina Kolar, solista del Teatro Nazionale Croato di Fiume: forte di un’ottima preparazione e di una tecnica sicura, disegna una Turandot credibile e convincente. La voce è robusta, ha il timbro e il peso giusti per affrontare le difficoltà della parte, ma, soprattutto, la Kolar canta senza mai forzare, con una buona proiezione in maschera che le consente di fraseggiare piuttosto bene e di trovare giuste dinamiche. Bene anche le tre maschere Ping, Pong, Pang, rispettivamente Alberto Zanetti, Motoharu Takei, Saverio Pugliese, le cui voci si fondono bene e offrono, con la Kolar, i momenti musicalmente più convincenti dell’esecuzione. Amadi Lagha, al contrario, affronta Calaf con baldanza giovanile, ma si direbbe convinto che il ruolo si risolva nel do naturale del secondo atto e nel Si di “Nessun dorma”. La voce c’è, è dotata di un timbro gradevole e pieno, sale con facilità agli acuti, ma tecnicamente risulta poco rifinita: dopo la celeberrima pagina, il canto aperto costringe Lagha a un declamato forzato e di dubbio gusto. Fraseggio e colore sono un’idea abbozzata e irrisolta. Anche Desirée Rancatore non convince appieno: alcuni problemi di intonazione nel passaggio e nel controllo dei fiati inficiano un’interpretazione generica, all’apparenza più attenta a controllare lo strumento e gli acuti. Andrea Comelli è un Timur soddisfacente, che tende tuttavia ad aprire i suoni in alto, mentre Max René Cosotti si dimostra professionista instancabile nel ruolo di Altoum. Precisi i contributi di Giulio Pelizon, validissimo come Mandarino, e di Anna Katarzyna Ir ed Elena Boscarol quali prima e seconda Ancella. Completa la locandina Roberto Miani, Principe di Persia.
Il Coro del Teatro Verdi di Trieste diretto da Francesca Tosi si arricchisce in queste recite della collaborazione del Coro dell’Odessa Academic Theater of Opera and Ballet, e, forte di una preparazione accurata e di una lunga esperienza, offre l’ennesima prova di livello, confermandosi un punto di forza del Teatro Verdi. Lo affianca il Coro I Piccoli Cantori della Città di Trieste, istruito e diretto da Cristina Semeraro, a cui va il merito di avere saputo infondere al proprio intervento quella dolcezza e poesia che sono mancate altrove.

Teatro Verdi – Stagione lirica e balletto 2019/20
TURANDOT
Dramma lirico in tre atti e cinque quadri
su libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni
Musica di Giacomo Puccini

Turandot Kristina Kolar
Calaf Amadi Lagha
Liù Desirée Rancatore
Timur Andrea Comelli
L’Imperatore Altoum Max René Cosotti
Ping Alberto Zanetti
Pang Saverio Pugliese
Pong Motoharu Takei
Un mandarino Giuliano Pelizon
Prima ancella Anna Katarzyna Ir
Seconda ancella Elena Boscarol
Il Principe di Persia Roberto Miani

Orchestra, coro e tecnici della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste
Coro e del corpo di ballo dell’Odessa National Academic Theater of Opera and Ballet
Direttore Nikša Bareza
Maestro del coro Francesca Tosi
Coro “I Piccoli Cantori della Città di Trieste” diretto da Cristina Semeraro
Regia Katia Ricciarelli e Davide Garattini Raimondi
Scene e disegno luci Paolo Vitale
Costumi del Teatro di Odessa ripresi da Giada Masi
Movimenti scenici e assistente alla regia Anna Aiello
Coreografie Morena Barcone
Nuovo allestimento della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste
in collaborazione con Odessa National Academic Theater of Opera and Ballet

Trieste, 29 novembre 2019

Download PDF
Connessi all'Opera - Tutti i diritti riservati / Sullo sfondo: National Centre for the Performing Arts, Pechino