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Trieste, Teatro Verdi – Stabat Mater di Rossini

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Quasi non volesse mancare all’appuntamento, anche un frizzante accenno di borino che vanamente si sforzava di spazzare il golfo dalle nubi che vi si addensavano, si è presentato a Trieste per l’inaugurazione della Stagione Sinfonica 2019/2020, che segna la ripresa della programmazione dopo la breve pausa estiva del Teatro Verdi. Del resto, il ritorno sul podio di Gianluigi Gelmetti rendeva la serata particolarmente interessante, cosa forse sfuggita al pubblico triestino che non si può dire sia accorso numeroso; peccato, perché anche il programma era ghiotto, prevedendo l’esecuzione di una pagina di grande rilievo del catalogo di Gioachino Rossini e nel panorama della musica sacra: lo Stabat Mater, per quattro voci soliste, coro e orchestra. Una scelta, questa, che piace anche a livello programmatico giacché la natura del brano, e la lettura che ci viene qui offerta, ci proiettano già verso la prossima stagione lirica che si inaugurerà il 29 Novembre.

Negli anni della composizione dello Stabat Mater, il cigno di Pesaro aveva già lasciato i palcoscenici, non senza consegnare prima al pubblico e alla posteriorità l’ultima prova del suo genio, almeno riferito al genere operistico: quell’imponente Guillaume Tell con cui sancisce di fatto, a breve distanza di tempo da La Muette de Portici di Daniel Auber, la nascita del Grand Opéra, cimentandosi con una poetica e una scrittura musicale in rapidissimo cambiamento che il Nostro dimostra, naturalmente, di sapere gestire, ma in cui forse non si riconosceva, sebbene ancora giovane: quelle che il Romanticismo veniva formando. Ciò nonostante gli anni di pratica teatrale e il senso profondo del teatro, del dramma, – e la Rossini Renaissance ci ha bene fatto conoscere quale grande autore di opere drammatiche Rossini fosse – irrompono in questa prova, nata svogliatamente e a più riprese, e plasmano la solennità del sacro che vive nel rigore contrappuntistico di alcune pagine (Stabat Mater; Eia, Mater; Amen) riconducendola in una scena lirica in cui la contemplazione della Madre ai piedi della Croce diviene un racconto drammatico, imponente e grandioso.

Gianluigi Gelmetti, forte della sua esperienza e della sua sensibilità, coglie appieno questa doppia natura dello Stabat Mater, di cui offre una lettura serrata, tragica. L’immagine della Mater Dolorosa si traduce in sonorità dirompenti e granitiche, in un ritmo narrativo concitato, quasi fosse spinto dall’urgenza di comunicare il dramma che si compie ai piedi della Croce, senza rinunciare alla contemplazione estatica e raccolta di quello che invece si compie sulla Croce e che si riflette nella pulizia formale e nel fraseggio chiaro e ampio, nella pulizia delle linee del contrappunto. Così, le pause che precedono l’ultima sezione dell’Amen, in sempiterna, “suonano” con la potenza dell’ineffabile dolore che coglie l’uomo innanzi al mistero della morte e di ciò che essa, essenza dell’ossimoro della vita, cela e svela. Questa interpretazione proietta idealmente lo Stabat Mater rossiniano in avanti di qualche decennio, verso la Messa da Requiem di Verdi che partecipa di questa doppia natura di composizione sacra pervasa di dramma nell’accezione greca del termine, azione.

Gelmetti dirige con gesto nobile e solenne l’Orchestra del Teatro Verdi che ritroviamo in questo primo appuntamento in ottima forma, a riprova di quanto importante sia un felice connubio con chi sale sul podio. Il suono degli archi è pieno e corposo, cristallini i fiati e se un attacco dei corni non è pulitissimo si riscattano in intonazione e cantabilità. Tutte le sezioni orchestrali sono bene coese in un’esecuzione di alto livello. A margine si potrebbe forse dire che la collocazione dell’orchestra sul palcoscenico e l’uso della cassa acustica, forse, a tratti spinge al limite la dinamica dei suoni, mettendo a dura prova il Coro del Teatro Verdi diretto da Francesca Tosi, che tuttavia non si sottrae a quanto gli viene richiesto e riconferma la propria solida preparazione anche nelle pagine più impegnative. Segnaliamo la pulizia e il controllo nell’esecuzione dell’Eia, Mater e i sottili effetti coloristici ottenuti nella impegnativa pagina finale sulle parole Paradisi gloria.

Fra i solisti quello più a suo agio con la scrittura pare il basso Mirco Palazzi, dotato di un bel timbro morbido e omogeneo nell’estensione, canta sul fiato e non forza nel registro acuto. Interpreta con vigore e rigore il Pro peccatis e ottimo solista nell’ Eia, Mater, a cappella con il coro. Il tenore Stefano Secco affronta con impegno il temibile Cuius Animam e i suoi ampi intervalli, ma il Re bemolle finale in falsetto è più un’intenzione. Il timbro non è particolarmente accattivante, e a tratti la voce tende ad andare indietro, risultando poco squillante, ma il fraseggio è buono e asseconda la lettura generale impostata dal Maestro Gelmetti, risultando credibile nei suoi interventi. Monica Bacelli al contrario ha un bel timbro di mezzosoprano e tecnica sicura; sebbene qui la voce suoni talora appannata e in alcuni passaggi nel registro inferiore si fatichi a sentirla nelle pagine d’insieme, fraseggia con consapevolezza e sensibilità, trova i giusti accenti e piena concentrazione nella cavatina Fac ut portem. Angela Nisi offre una prova discontinua, con un’emissione non sempre in maschera e a tratti calante nel Quis est homo; sembra essere più a proprio agio nel drammatico incipit dell’Inflammatus et accensus piuttosto che nelle agilità risolte di gola e poco cristalline.
Il pubblico, troppo poco numeroso per un appuntamento di questo livello, ha applaudito a lungo e con convinzione, sin dall’iniziale eccellente esecuzione dell’Inno d’Italia, tutti gli interpreti di questa ottima serata che ci fa ben sperare per il prosieguo della stagione.

Teatro Verdi – Stagione sinfonica 2019/20
Gioachino Rossini
STABAT MATER
per soli, coro e orchestra

Soprano Angela Nisi
Mezzosoprano Monica Bacelli
Tenore Stefano Secco
Basso Mirco Palazzi

Orchestra e coro della Fondazione Lirica Teatro Verdi di Trieste
Direttore Gianluigi Gelmetti
Maestro del coro Francesca Tosi
Trieste, 6 settembre 2019

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