Chiudi

Trieste, Teatro Verdi – Nabucco

Dopo la parentesi natalizia dedicata al balletto e alla ripresa di alcuni fra i titoli in un atto presentati nei mesi e anni precedenti, ritorna al Teatro Verdi di Trieste Nabucco, opera di grande richiamo tanto per l’alto valore artistico della partitura del giovane Verdi, quanto per il ruolo che essa ha rivestito nella storia politica, sociale e culturale dell’Italia sin dal suo primo apparire.
Opera corale, si potrebbe dire, al di là della preponderanza che vi assume il coro, ma proprio in ragione del fatto che il pubblico dell’epoca si sostituì a quello, irrompendo – metaforicamente – sul palcoscenico, sovrapponendo la propria vicenda a quella degli ebrei prigionieri. Nabucco divenne la colonna sonora del Risorgimento italiano che la radicò nell’immaginario collettivo, in maniera seppure confusa, deformata, depauperata, ma pur sempre con una fondamentale, ingenua onestà di significati, sino al giorno d’oggi.
Il titolo riempie i teatri (anche) perché ancora oggi ci riconosciamo, o crediamo di farlo, uniti in quella musica e nei sentimenti che hanno ispirato quel coro di oppressi. Ma non sempre un coro basta, come dimostra questa edizione triestina, sebbene, diciamolo subito, il Coro del Teatro Verdi, istruito da Francesca Tosi, ci regali alcuni fra i momenti migliori e più artisticamente convincenti della serata. Tecnicamente preparato, sfoggia, già nella grande scena iniziale, un’ampia gamma di colori e compattezza che gli permettono di rendere tutta la varietà di sentimenti espressi dalla partitura e dal libretto: paura, fede, sgomento, remissività, speranza e rassegnazione, quasi in contrasto con la casta semplicità dei bei costumi, disegnati da Simona Morresi assistita da Veronica Pattuelli, con cui ci si presenta nel tempio di Salomone. È un’ottima prova che fa della compagine un pilastro sicuro in tutte le scene in cui essa è protagonista, fino all’atteso “Va’ pensiero” di cui offre una lettura interiorizzata, prettamente lirica, spoglia dell’epicità a cui la tradizione e la mitologia, sviluppatalesi intorno, l’hanno caricata, in perfetta sintonia con la suggestiva scena.

L’allestimento è quello del Teatro Ponchielli di Cremona realizzato in coproduzione con il Teatro Grande di Brescia e il Fraschini di Pavia, e si avvale della regia di Andra Cigni, ripresa da Danilo Rubeca, e delle scene di Emanuele Sinisi: un impianto sostanzialmente fisso, ispirato all’iconografia e alle linee della porta di Babilonia rispetto alla quale i colori vengono generalmente invertiti con preponderanza delle tinte sabbia su cui spiccano i blu cobalto di alcuni dettagli, ripresi anche nei costumi, e il bel viola dell’abito di Abigaille. Un ruolo di grande rilievo lo giocano le raffinate luci di Fiammetta Baldisserri. Ne risulta uno spettacolo di grande eleganza e, pur nella monumentalità dei pochi elementi, semplice e di effetto. A parte la scena del celeberrimo coro degli ebrei, qui trasposta in un interno rischiarato dai lumi tremolanti retti dai prigionieri, particolarmente suggestivi sono l’ingresso, in controluce su un fondale terso, di Nabucco nel tempio in groppa a un imponente statua equestre e lo spazio concepito per la prima scena del quarto atto che vede Nabucco prigioniero inginocchiarsi a Jehovah. Luci e ombre, come i volumi dello spazio scenico, sono bene armonizzati e garantiscono uno spettacolo di buon livello, godibilissimo.

Pulizia formale, con un’unica eclatante eccezione, è anche la linea interpretativa dei solisti. Nel complesso ci troviamo di fronte a un cast di buone voci alle quali mancano tuttavia quella solennità e auctoritas richieste dal libretto e quel fuoco, trasposto nell’impulso ritmico e nell’ampio fraseggio della frase verdiana, che pervade di sé gli animi dei protagonisti accendendone i sentimenti. Giovanni Meoni ha uno strumento fascinoso, un’emissione omogenea sempre sul fiato, ma un timbro piuttosto chiaro, a tratti tenorile. Fraseggia con nobiltà, forte di una dizione eccellente, ma convince più sul piano privato che su quello pubblico e militare. È un Nabucco forte sì, ma non propriamente autorevole; credibile nello sgomento di “Chi mi toglie il regio scettro”, nella sconfitta totale, politica e umana di “Oh di qual onta aggravasi”, nell’umiltà sottomessa di “Dio di Giuda”, ma non pienamente plausibile nei tratti più sanguigni che il ruolo gli impone. Più uomo e padre che feroce condottiero; ma cantante di indubbio pregio.
Lo stesso vale per Nicola Ulivieri che veste i panni di Zaccaria; voce morbida, si fa apprezzare soprattutto nel registro centrale, che si assottiglia salendo verso quello acuto e si impoverisce di armonici in quello grave. Non un autentico basso verdiano, non potendo contare neppure su un volume particolarmente grande, a cui supplisce tuttavia con la cura dell’emissione e del fraseggio. Manca al personaggio quella dimensione estatica e profetica richiesta da “Come notte al sol fulgente” e “Del futuro nel buio discerno”; di contro riesce convincente e commovente nella sobria e raccolta invocazione “Tu sul labbro dei veggenti”.
Fenena è Aya Wakizono che riconferma le qualità timbriche di una interessante voce di mezzosoprano già altre volte apprezzata sulle scene triestine. Canta sul fiato, fraseggia molto bene senza forzare mai i suoni e risultando stilisticamente appropriata. Le è a fianco Riccardo Rados, giovane tenore lirico triestino, dotato di un timbro chiaro con alcune importanti prove alle spalle, ma che, almeno a giudicare da questa esibizione, abbisogna di ulteriore studio tecnico per potere mettere a frutto le qualità di cui è dotato. Bene Andrea Schifaudo nel ruolo di Abdallo, Rinako Hara in quello di Anna e Francesco Musinu in quello del Gran Sacerdote di Belo.

A Christopher Franklin va il merito di avere ridato compattezza all’Orchestra del Teatro Verdi che nelle precedenti prove della Stagione era risultata non pienamente convincente; la sua bacchetta non riesce però a eliminare completamente l’impressione che qualcosa nel golfo mistico ancora non funzioni appieno. Sceglie ritmi piuttosto serrati e a tratti ottiene un felice colore orchestrale, senza tuttavia offrire illuminazioni di rilievo; è attento alle esigenze del palco e delle voci ma, come nel caso del “Va’ pensiero”, si limita ad accompagnarle, senza trovare un compiuto amalgama con esse. Risulta, infine, funzionale e narrativamente efficiente.

Ma, includendo, al netto di pregi e difetti, tutti coloro che prendono parte a una rappresentazione, un coro, dicevo, non può bastare al successo di una rappresentazione se manca una delle colonne portanti, uno dei protagonisti, la cui presenza in scena è pari a quella del personaggio eponimo. Rincresce rilevare che Amarilli Nizza, nel ruolo di Abigaille, oggettivamente troppo pesante per il suo strumento, evidenzia una lunga serie di problemi tecnici che si palesano sin dalle prime battute: respirazione, intonazione, agilità, emissione, tutto risulta seriamente difficoltoso al punto, ad esempio, da costringere l’orchestra a un progressivo rallentando nel corso dell’aria del secondo atto. Non si può neppure parlare di interpretazione, mancando le premesse. Una prestazione che il pubblico della prima ha passato sotto un sostanziale silenzio e, a fine spettacolo, salutato con un tenue e imbarazzato applauso di cortesia. Calorosi consensi, invece, per gli altri interpreti e il coro.

Teatro Verdi – Stagione lirica 2018/2019
NABUCCO
Dramma lirico in quattro parti di Temistocle Solera
Musica di Giuseppe Verdi

Nabucco Giovanni Meoni
Abigaille Amarilli Nizza
Zaccaria Nicola Ulivieri
Ismaele Riccardo Rados
Fenena Aya Wakizono
Abdallo Andrea Schifaudo
Anna Rinako Hara
Il Gran Sacerdote di Belo Francesco Musinu

Orchestra e Coro del Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste
Direttore Christopher Franklin
Maestro del coro Francesca Tosi
Regia Andrea Cigni ripresa da Danilo Rubeca
Scene Emanuele Sinisi
Costumi Simona Morresi
Assistente ai costumi Veronica Pattuelli
Disegno Luci Fiammetta Baldisserri
Trieste, 18 gennaio 2019

Download PDF
Connessi all'Opera - Tutti i diritti riservati / Sullo sfondo: National Centre for the Performing Arts, Pechino