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Trieste, Teatro Verdi – L’elisir d’amore

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Più che nel titolo in sé, che viene riproposto al Teatro Verdi di Trieste a distanza di soli quattro anni, l’interesse per L’elisir d’amore di Gaetano Donizetti in scena in questi giorni, risiede nell’allestimento della Nausica Opera International per il quale il regista e scenografo Victor García Sierra si è ispirato alla serie di quadri di Fernando Botero El Circo. Come le figure dilatate del controverso pittore colombiano, amato dal pubblico, ma su cui la critica si è ampiamente divisa, potessero, e a che titolo, adattarsi al capolavoro del Maestro bergamasco traducendosi in un allestimento scenico, era un dubbio che circolava nelle scorse settimane, ma che si è dileguato subito all’alzarsi del sipario, grazie anche alla felice mano del regista.

Se in effetti le figure circensi, due trampolieri in proscenio e tre circensi in platea, che fanno il loro ingresso durante il preludio, distraggono dall’ascolto della musica, quanto accade nel corso della rappresentazione non può che conquistare gli occhi e il cuore dello spettatore. La profusione dei colori di Botero, anche nei più marcati contrasti che l’ambientazione circense consente, restituisce, con il taglio dei bellissimi costumi di Marco Guion, fedeli all’iconografia che li ha ispirati, la dilatazione volumetrica imposta da Botero al suo immaginario mondo, mentre gli effetti di luce del light designer Stefano Gorreri conferiscono a personaggi e scene la morbida rotondità degli originali. La lunga teoria di dipinti, a cui i creatori si sono ispirati, letteralmente prende vita in ogni singola scena, in maniera quasi didascalica; si ha come l’impressione di essere proiettati all’interno dei quadri di un’esposizione dell’artista colombiano: il tendone del circo al centro della scena, i carrozzoni degli artisti, l’ingresso di Belcore a fianco di una gabbia da leoni, ogni singolo personaggio della serie El Circo, sino al suonatore di flauto in abito bianco e rosso da pagliaccio che campeggia solitario e gigante sulla scena buia durante “Una furtiva lagrima”, hanno la loro controfigura nei personaggi che animano il palcoscenico e, a ben vedere, riflettono appieno l’anima che Donizetti ha creato per essi nella sua musica. Perché, se le forme e i colori di Botero esprimono una sensuale gioia e spensieratezza di vivere, è pur vero che la sproporzione dei loro volti, dei loro occhi minuscoli, l’impassibilità dei loro visi, riflettono uno smarrimento e uno straniamento, una malinconia infine, che è la cifra stessa del miglior Donizetti. Quella gioiosa volumetria diventa una prigione inquieta in cui langue il desiderio di un pieno godimento: il desiderio di librarsi su un trapezio, di cavalcare leggeri, di compiere capriole corrispondono dunque all’impacciata aspirazione amorosa di Nemorino, all’illusione di Dulcamara di essere proprio lui l’artefice di tutto quel gaio mondo, all’esuberanza strabordante di Belcore, alla ingenua sensualità di Adina, la quale, circondata da tanta pienezza di vita, si scopre tuttavia sul punto di perdere tutto per il capriccio di assecondarla. Questa ossimorica sovrabbondanza di vitalità, che nasconde l’horror vacui e il timore della perdita che accompagnano la nostra esistenza e che Donizetti ha intimamente colto, riduce, sul palcoscenico, gli spazi, con il vantaggio tuttavia di costringere i personaggi guidati da Victor García Sierra a una sobrietà di movimenti che riequilibra volumi e spazi, conferendo leggerezza allo spettacolo.

Purtroppo, tanta esplosiva ricchezza coloristica non trova un corrispettivo in orchestra. Nonostante le intenzioni che non vogliamo negare al giovane direttore Simon Krečič, l’Orchestra del Teatro Verdi non trova le sfumature, i contrasti, le dinamiche richieste dal dettato donizettiano. Il suono è spento in più momenti, specie nei concertati e nei cori, e non mancano sfasature fra golfo mistico e palcoscenico. Il fraseggio non segue né sostiene i cantanti, che sono lasciati talvolta scoperti, come, ad esempio in “Ai perigli della guerra” dove ci si limita a eseguire gli accordi privandoli di respiro e significato, caricando così la voce di ogni responsabilità; o ancora negli incisi che chiudono le frasi di “Una furtiva lagrima”. Peccato, perché certamente abbiamo assistito a prove migliori e sappiamo che questa orchestra sa fare molto più che limitarsi ad accompagnare.

Nemorino è interpretato da Francesco Castoro che riconferma la bella impressione data in Traviata. Voce di tenore lirico bene in maschera, sale con facilità nel registro acuto e canta sempre sul fiato, senza mai sforzare; il timbro è piacevole e il fraseggio, come pure la dizione, chiaro nel disegno delle arcate. Talora il suono risulta vuoto scendendo verso l’ottava bassa, ma non inficia la prestazione. Viste tuttavia le qualità dello strumento e la tecnica bene impostata, piacerebbe ascoltare una maggiore ricerca dinamica ed espressiva che superasse l’intenzione interpretativa; verranno con la maturità artistica e se bene guidate, per lui come pure per Claudia Pavone che veste i panni di Adina. Il timbro è bello, caldo, brunito e morbido nelle ottave basse, ma sale con sicurezza e suono pieno verso gli acuti, anche se a tratti alcune note perdono di rotondità. Come per Castoro, anche nel suo caso la tavolozza di colori risulta non pienamente realizzata; e spiace perché si sente che i personaggi sono prossimi a scaturire più vivi se fosse più tornita la linea vocale; anche perché la Pavone recita e si muove molto bene e si vorrebbe sentire quel quid, quel lavoro di ricerca sui singoli passaggi che potrebbe dare lo slancio definitivo alla sua interpretazione.
Leon Kim ha nel colore bronzeo, metallico e altisonante l’essenza stessa di Belcore, ennesima declinazione del soldato fanfarone, sempre sopra le righe. Il suono è possente e sicuramente si apprezza più qui che in Germont. Le agilità che talora Donizetti gli riserva sono bene eseguite, ma è sempre sul punto di farsi prendere la mano e di sacrificare il belcanto a qualche forzatura caricaturale. Nel complesso tuttavia una buona prova, come per i colleghi, incluso l’ottimo Bruno de Simone, per il quale tuttavia le considerazioni di invertono. Egli supplisce infatti ai limiti di uno strumento su cui il tempo comincia a fare sentire il proprio trascorrere, con una rara intelligenza musicale e con ciò che, invece, il tempo stesso offre: l’esperienza. Il suo Dulcamara ha nella frase musicale, nella parola, nei gesti, negli sguardi, i colori di Botero e il rispetto della partitura – che pure non manca al resto del cast – al di là, ripeto, di un suono certo non limpido e non più pieno, ma che sa farsi musica ben oltre i propri limiti. Non è da meno la sempre affidabile Rinako Hara nel ruolo di Giannetta che completa degnamente un cast che, sul versante musicale, non è stato doverosamente supportato, al punto che anche il Coro del Teatro Verdi, diretto da Francesca Tosi, pure in una prova di buon livello, è sembrato lievemente sotto i suoi standard, non risultando sempre perfetto l’amalgama dei diversi registri vocali. Ma sono appunti di poco conto per uno spettacolo che sicuramente crescerà nelle prossime repliche e che il pubblico ha dimostrato giustamente di apprezzare tributando a tutti, compresi ai bravi acrobati dell’ArsMotus A.S.D., meritati e calorosi applausi.

Teatro Verdi – Stagione lirica 2018/19
L’ELISIR D’AMORE
Melodramma giocoso in due atti su libretto di Felice Romani
da Le philtre di Eugène Scribe

Musica di Gaetano Donizetti
Ispirato a El circo di Fernando Botero

Adina Claudia Pavone
Nemorino Francesco Castoro
Il Dottor Dulcamara Bruno De Simone
Belcore Leon Kim
Giannetta Rinako Hara

Orchestra, Coro e Tecnici della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste
Direttore Simon Krečič
Maestro del coro Francesca Tosi
Regia e scene Victor García Sierra
Costumi Marco Guion
Light designer Stefano Gorreri
Allestimento Nausica Opera International
Trieste, 15 marzo 2019

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