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Trieste, Teatro Verdi – Carmen

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Spetta a un nuovo allestimento di Carmen di Georges Bizet, prodotto dalla Fondazione del Teatro Verdi di Trieste in coproduzione con la Kitakyushu City Opera, chiudere la Stagione Lirica e di Balletto 2018/2019 del Teatro Verdi, tutta dedicata ai grandi classici dell’opera romantica, volendo includervi, a titolo diverso e, per taluni aspetti, forzatamente, anche Principe Igor e Madama Butterfly: grandi passioni, ideali di libertà, ribellione, esotismo sono i caratteri che, unitamente al periodo di composizione, hanno fatto da filo conduttore del cartellone.
Non poteva pertanto mancare un titolo che nel panorama musicale ottocentesco esplose con i caratteri di un unicum, condensando in sé i tratti tipici di un’ epoca e di una corrente culturale che si apprestava a vivere il suo epilogo, segnando un divorzio che sapeva di tradimento fra due pilastri quali Friedrich Nietzsche e Richard Wagner e gettando le fondamenta di un nuovo sentire, di quell’esotismo ispanico che, a cavallo dei due secoli, fece da contraltare al fascino per l’orientale, di cui appunto Butterfly costituisce il polo opposto. Carmen rilegge, tanto nel soggetto quanto nella musica, che Bizet compose conferendole quei tratti di raffinatezza, cantabilità e apparente semplicità che accompagnano una sapiente tecnica a una felice ispirazione che ha i tratti della genialità, il connubio indissolubile di Eros e Thanatos e il contrasto fra amore carnale e ideale, incarnato qui da Michaela, ritratto naïve di un’esistenza tutta vissuta all’interno della certezza degli affetti domestici, evocati nel corso dell’opera dalla terza figura femminile forte, anch’essa con un suo ruolo rilevante nella letteratura Romantica e contro cui Don Josè deve combattere per compiere il suo percorso verso l’età adulta: quella madre che a casa lo attende e prega in continuazione per lui, opponendosi alla fascinazione della libertà (che significa maturazione e coscienza del sé) incarnate dalla protagonista. E non a caso su Carmen incombe quell’effetto alone che ne fa un personaggio dai tratti demoniaci (altro tema caro al Romanticismo in tutte le sue fasi); al contrario ella si configura piuttosto come il solo personaggio – con Escamillo – consapevole e maturo, quello che avrebbe potuto essere la via per la formazione di Don Josè, il più grande sconfitto del dramma, colui che non sa staccarsi dal proprio passato e che per non affrontare le proprie paure, per non rinunciare al capriccio di un io irrisolto, crede di risolvere il contrasto con l’annientamento di chi potrebbe invece liberarlo, confondendo l’estinzione di una dimensione dell’esistenza con la semplice morte fisica. È la sua morte metafisica, come uomo, la seconda morte predetta dalle carte a Carmen, personaggio archetipo e modernissimo, facile alle riletture, come ai travisamenti, affasciante e per questo difficile da afferrare, autentico oiseau rebelle.

Innanzi a questo ampio ventaglio di possibilità, la chiave di lettura offerta da Carlo Antonio De Lucia, che, assistito da Giulia Rivetti, cura la regia, le luci, e, con Alessandra Polimeno, le scene, si pone programmaticamente nel solco della tradizione, coadiuvato dai costumi di Svetalana Kosilova. Con lucida consapevolezza De Lucia ci racconta la storia di Carmen così come Bizet, con Henris Meilhac e Ludovic Halévy, la concepiscono, realizzando uno spettacolo complessivamente solido nell’impianto narrativo, capace di non cadere nel convenzionale, cosa che non riescono a fare invece i poveri movimenti coreografici di Morena Barcone. Ecco dunque la piazza di Siviglia con la manifattura di Tabacchi con insegna piastrellata in bianco e azzurro, illuminata dalle calde luci di una solare Spagna, la fumosa taverna di Lillas Pastias, un passaggio fra i monti che si apre oltre le mura che costituiscono il fondo scena fisso, e l’esterno dell’arena; tutto come da copione, realizzato in funzione di un’idea precisa. Quegli elementi che il pubblico si aspetta e costituiscono l’ambientazione della storia – e il fondamento delle proprie certezze di spettatore – sono tutti didascalicamente presenti: le libertà che il regista di prende sono poche, per lo più tuttavia ben congeniate, specie nel primo atto dove integra la figura di Le Dancaïre, losca e sinistra ombra che si aggira per la scena fingendosi zoppo e che diviene complice chiave nella fuga di Carmen. L’idea di fare uccidere Carmen con una picca, al termine di un duetto bene costruito, è una piccola variazione in un repertorio generalmente consolidato di gesti narrativi che consentono la piena godibilità della storia e della musica.

La georgiana Ketevan Kemoklidze, al suo debutto triestino, disegna una Carmen che delle proprie capacità di seduzione fa un sottile gioco di consapevoli allusioni. La voce, con un timbro non personalissimo, è sorretta da una buona tecnica e un bel controllo dell’emissione, che le permette una dinamica alquanto varia, anche se l’attenzione al dettaglio costringe il personaggio entro una dimensione a tratti cameristica che non gli è propria. È una Carmen per certi versi borghese la sua, poco dissimile da una Zazà a cui probabilmente il Don José di Gaston Rivero avrebbe potuto più facilmente resistere. Voce brunita, con un buon volume, il tenore non convince, tuttavia, per un’emissione poco raffinata e un fraseggio generico che non permettono di conferire a frasi come Ah! Je te tiens, fille damnée il giusto respiro, e lasciano irrisolte pagine come il duetto “Ma Mère, je la vois” o l’aria del fiore. Ruth Iniesta presta a Micaëla una voce dotata di un bel timbro morbido e sorretta da una buona tecnica che le consente di affrontare con sicurezza la scrittura di Bizet e di trovare un’ampia gamma di colori e accenti, specie nell’aria del terzo atto. Lo stesso vale per Domenico Balzani che veste, con la consueta professionalità, i panni di Escamillo: timbro chiaro, tecnica sicura, affronta con spavalderia i couplets del secondo atto, sebbene rispetto ad altre prove il fraseggio risulti più generico. Di alto livello il quartetto di contrabbandieri con Carlo Torriani che colpisce per precisione nel ruolo di Le Dancaïre, sobrio e ironico, Motoharu Takei musicale e accurato in quello di Le Remendado, l’ottima Francesca Carnevale nei panni di Mercédès e Rinako Hara in quelli di Fransquita, nonostante gli estremi acuti nei concertati risultino forzati. Completano il cast offrendo, a diverso titolo, due belle prove Clemente Antonio Daliotti che si fa apprezzare per una buona emissione quale Moralès e Fulvio Valenti per la caratterizzazione di Zuniga.

L’orchestra del Teatro Verdi è diretta da Oleg Caetani, che offre il meglio di sé nei preludi ai quattro atti. L’approccio alla partitura vuole essere analitico, certosino nella lettura delle indicazioni dinamiche, ma restano difficilmente comprensibili alcune scelte del Maestro. I tempi sono dilatatissimi e si riscontra una progressiva tendenza a estenuanti rallentando. La ricerca del dettaglio si tramuta in una pesantezza che penalizza il suono orchestrale, mentre la coesione fra palcoscenico e golfo mistico è in più punti periclitante, al punto che anche il Coro del Teatro Verdi, diretto da Francesca Tosi è messo a tratti in difficoltà, superate in virtù di una solida preparazione e professionalità, che vanno riconosciute anche al coro “I Piccoli Cantori della Città di Trieste” ottimamente istruito e diretto da Cristina Semeraro: precisi per intonazione, ritmo e amalgama delle voci i giovanissimi cantanti hanno offerto un valido contributo all’esecuzione delle pagine a essi assegnate.

Teatro Verdi – Stagione lirica 2018/19
CARMEN
Opéra-comique in quattro atti di Henri Meilhac e Ludovic Halévy
dalla novella omonima di Prosper Mérimée
Musica di Georges Bizet

Carmen Ketevan Kemoklidze
Don José Gaston Rivero
Escamillo Domenico Balzani
Micaëla Ruth Iniesta
Frasquita Rinako Hara
Moralès Clemente Antonio Daliotti
Mercédès Federica Carnevale
Zuniga Fulvio Valenti
Le Dancaïre Carlo Torriani
Le Remendado Motoharu Takei

Orchestra, Coro e Tecnici della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi
Direttore Oleg Caetani
Coro “I Piccoli Cantori della Città di Trieste” diretti da Cristina Semeraro
Regia e luci Carlo Antonio De Lucia
Scene Carlo Antonio De Lucia e Alessandra Polimeno
Costumi Svetlana Kosilova
Coreografie Morena Barcone
Maestro del coro Francesca Tosi
Nuovo allestimento della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste
in coproduzione con la Kitakyūshū City Opera
Trieste, 21 giugno 2019

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