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Trieste, Teatro Verdi – Andrea Chénier

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Penultimo titolo della Stagione lirica e di balletto, debutta a Trieste, dopo diciassette anni di assenza, Andrea Chénier di Umberto Giordano, titolo di grande richiamo e impegno, fra i più rappresentativi della giovane scuola che cercava, sul finire del secolo XIX, dominato da due titani quali furono Giuseppe Verdi e Richard Wagner, di tracciare una propria strada, complice anche il progetto imprenditoriale e culturale dell’editore Sonzogno.
Il soggetto scelto da Illica e Giordano rappresenta in qualche modo l’ultimo canto del Romanticismo di cui riprende tutte le tematiche principali, rivelando così, ancora una volta, quanto labile sia la definizione di “verismo” per questa fase della storia del melodramma, tanto dal punto di vista musicale che drammaturgico. Ambientazione storica, amore di patria, l’idea di Ribellione/Rivoluzione, il binomio amore-morte, l’eroe puro votato al sacrificio estremo in nome dell’Idea, la donna pronta a immolarsi per amore e per rendere compiuto il gesto dell’eroe, si incarnano in Andrea Chénier, forse per l’ultima volta in maniera così sistematica e organica, in personaggi che sono gli eredi dei grandi drammi ottocenteschi: in Chénier riecheggiano gli echi di Ernani e Lohengrin, in Gérard di un Ezio, in Maddalena di Leonora. E se l’Amore come ideale sentimento “d’anime” pure, capace di rendere eroica l’esistenza umana, l’Amore come fonte stessa di vita, qualche anno dopo questo 1896, ispira a Illica versi simili per Iris di Mascagni, è pur vero che a soli due anni di distanza il poeta già inclinerà violentemente verso le imperanti suggestioni orientalizzanti del tempo e il simbolismo. Giordano coglie nella sua musica questo afflato, questa ultima esaltazione del Romanticismo, con una vena melodica ricchissima, alla quale non mancano il senso del teatro, la mano felice nel ritratto psicologico, una scrittura equilibrata prodiga di spunti, in cui l’effetto si coniuga e mitiga in un principio di misura dettato da una ispirazione che ritroveremo, nel Nostro, solo in Fedora.

Lo spettacolo prodotto dal Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste in coproduzione con il Teatro Opera Sng di Maribor, coglie del dramma per lo più gli aspetti esteriori. La presenza di un personaggio come Gérard, che, fino alla metà del terzo atto, anticipa il percorso che circa un decennio dopo trascinerà il protagonista de Les Dieux ont soif di Anatole France – che dello Chénier poeta era un grande ammiratore – da un’idea schietta e integra di rivoluzione a una posizione integralista che lo renderà vittima del Terrore di cui era stato complice, poteva offrire alla regista Sarah Schinasi spunti più profondi dei generici richiami alla Libertà che si sono qui tradotti in soluzioni inorganiche e ingenue: il grido “libertà” che precede l’inizio dell’opera, la scritta “Amore” sul nastro che cinge la bianca veste di Maddalena nel primo atto, il suono della lama di ghigliottina che marca gli accordi della ronda del secondo atto, le proiezioni di versi dello Chénier storico che hanno ispirato “Come un bel dì di maggio” o la scritta finale “Amiz, vivez en paix”. Alcuni momenti non funzionano, come l’ingresso di “Sua Grandezza la Miseria” nel primo atto, quasi uno sparuto gruppo di miserables che entrano nella casa della Contessa di Coigny come un gruppo di turisti entrerebbe a Versailles; i cambi di scena a vista fra un atto e l’altro inoltre non hanno una ragione drammaturgica e risultano momenti morti che tolgono ogni tensione al dramma. Le scene di William Orlandi ci restituiscono una memoria del Settecento. Sfruttando un impianto fisso, l’azione è collocata in una grande ambiente, una profonda galleria con volte a botte che termina in un fondale chiuso da colonne dipinte. Due grandi elementi mobili, concepiti come sezione architettonica di due facciate neoclassiche bianche, profilate in nero con le ombreggiature marcatamente tratteggiate, tradiscono (volutamente?) il fatto che siamo in teatro, richiamando alcune soluzioni sceniche settecentesche; consentono di creare ambienti diversi secondo necessità e di proiettarvi immagini di alberi, di putti o il filmato di Gérard che fanciullo corre nei prati con Maddalena, epifania, francamente superflua, dei ricordi cantati dallo stesso nel terzo atto. Soluzioni funzionali tuttavia in cui si riconosce la classe di Orlandi, ma non certo la sua creazione migliore. Belli i costumi di Jesús Ruiz che amalgama felicemente i colori, mantenendo i tagli del Settecento ma rifuggendo al contempo ogni realismo descrittivo.

Dopo la convincente prova offerta in Madama Butterfly, l’Orchestra del Teatro Verdi riconferma l’impressione di avere ritrovato compattezza, bel suono e pulizia, ma questo felice momento viene penalizzato dalla direzione e concertazione di Fabrizio Maria Carmianti. Anch’egli predilige i momenti più esteriori del dramma, sacrificando lo scavo psicologico. Una esecuzione che si segnala per un persistente squilibrio fra golfo mistico e palcoscenico: le dinamiche eccessive nei fortissimo giungono a livelli tali di suono che nel finale del terzo atto l’orchestra copre solisti e coro del Teatro Verdi, altrimenti validamente preparato, come sempre, da Francesca Tosi. Per contro, la carenza di un’ampia gamma dinamica e di colori, sacrifica quell’afflato che è appunto pienezza di sentimento ma che necessita tuttavia di leggerezza per librarsi alto nel canto e nell’arcata della melodia di Giordano. I tempi staccati sono molto serrati, il che non sarebbe di per sé un male, se non mancasse una meta a cui tendere; è una rutilante corsa verso l’epilogo, in cui fraseggio e respiro vengono meno. Paradossalmente è una lettura verticale, battuta per battuta senza una tensione autentica, che mette in difficoltà i solisti di un cast disomogeneo.

Svetla Vassileva ha voce scura e certamente il suo strumento ha le potenzialità per sostenere il ruolo di Maddalena. Il registro medio basso suona tuttavia artificioso, e così l’incipit di “La mamma morta” risulta poco sincero, marcatamente drammatico. Usa pochi colori, per lo più mezzi forti e forti, in due sole, brevissime occasioni canta piano, come prescritto; la voce tende a farsi metallica nel registro acuto dove si rilevano la tendenza a forzare e, a tratti, un ampio vibrato che compromette il fraseggio, mentre la dizione è carente e le parole difficilmente comprensibili. Kristian Benedikt ha voce di tenore lirico, con un timbro non certo accattivante, che tende a suoni nasali soprattutto nel passaggio e negli attacchi; riesce tuttavia a trovare una certa morbidezza nell’emissione, ma non il giusto accento. La salita verso l’alto, dove la voce acquista volume, è perigliosa e gli acuti mancano di proiezione e del necessario sostegno: sono presi sempre dalla nota inferiore e mai propriamente centrati. Per i due protagonisti è difficile parlare di una interpretazione pienamente compiuta, anche se scenicamente la Vassileva è molto convincente e supplisce così alla genericità del canto.
Devid Cecconi presta il suo timbro brunito e il suo strumento possente a Gérard, ottenendo l’unico applauso convinto della serata. Rispetto ad altre occasioni la voce è parsa appena appannata, ma supportata da una buona tecnica. Parte in maniera generica, non segnalandosi per scavo psicologico nella prima parte di “Son sessant’anni o vecchio”, trovandosi invece più a suo agio nella seconda parte dell’aria. Offre una prova in crescita, già a partire dagli interventi nel secondo atto e persuade nell’interpretazione ed esecuzione del monologo del terzo atto. Professionale e ben preparato, disegna un personaggio sfaccettato, credibile e a tratti coinvolgente.
Buone le prove di Isabel De Paoli, intensa Madelon e di Saverio Pugliese, ottimo ne l’Abate poeta e nel ruolo di Un Incredibile. Albane Carrère ha alcune difficoltà nella parte di Bersi, a cui è riservata una pagina di un certo impegno nel secondo atto, e non convince per dizione ed emissione neppure Anna Evtekhova quale Contessa di Coigny. Bene Francesco Musinu come Roucher, Gianni Giuga, Pietro Fléville/Mathieu, Giuliano Pelizion, Scmidt, Giovanni Palumbo, Fouquier Tinville, Francesco Paccorini, Dumas.
Il pubblico ha applaudito tiepidamente, riservando meritatamente la palma del trionfo a Devid Cecconi in una serata in cui i fuochi romantici e rivoluzionari hanno arso tiepidamente.

Teatro Verdi – Stagione lirica 2018/19
ANDREA CHÉNIER
dramma storico in quattro quadri su libretto di Luigi Illica
musica di Umberto Giordano

Andrea Chénier Kristian Benedikt
Maddalena di Coigny Svetla Vassileva
Carlo Gérard Devid Cecconi
Madelon Isabel De Paoli
La Contessa di Coigny Anna Evtekhova
La mulatta Bersi Albane Carrère
Roucher Francesco Musinu
Un Incredibile/L’abate poeta Saverio Pugliese
Pietro Fléville/Il sanculotto Mathieu Gianni Giuga
Schmidt/Il Maestro di casa Giuliano Pelizon
Fouquier Tinville Giovanni Palumbo
Dumas Francesco Paccorini

Orchestra, Coro e Tecnici della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste
Direttore Fabrizio Maria Carminati
Maestro del coro Francesca Tosi
Regia Sarah Schinasi
Scene William Orlandi
Costumi Jesus Ruiz
Nuovo allestimento della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste
in coproduzione con il Teatro Opera SNG di Maribor
Trieste, 17 maggio 2019

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