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Tours, Festival Concerts d’automne 2019 – Petite messe solennelle

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Se un appassionato di musica classica dice “hip” e t’aspetti che continui con “-py”, o “-ster”, o “hip urrà”, beh, sei fuori strada. “Hip”, infatti, è (anche) l’acronimo di historically informed performance: una formula che rimanda a un’idea che data ormai mezzo secolo, che ha suscitato polemiche a non finire, ma che si mantiene vitalissima e si configura come uno dei grandi fatti nella storia della musica del nostro tempo. L’“esecuzione storicamente informata” (diciamolo in italiano) è al tempo stesso un modo di fare musica e un credo estetico. Suo scopo, a grandi linee, è quello di eseguire il testo musicale in una maniera vicina a (o almeno consapevole di) quella verosimilmente praticata nell’epoca in cui quel testo fu composto. Strumenti, tecniche, stile, ambienti: tutto quello che attiene all’esecuzione viene ripensato in una prospettiva storica. Inizialmente associata alla riscoperta della musica antica, la hip ha gradualmente investito altre epoche: nulla di più naturale, dato che uno dei suoi punti di forza è proprio quello di potersi potenzialmente applicare a qualunque composizione di un passato più o meno recente. Tuttavia, se si guarda a certi repertori (l’opera dell’Ottocento è fra questi), la hip rimane un fenomeno minoritario, se non di nicchia. Per dire: sarà molto più facile ascoltare un’esecuzione storicamente informata di un concerto di Vivaldi che del Trovatore. Con questa consapevolezza sono andato a Tours, in occasione dell’ultimo weekend del Festival Concerts d’automne – una bella e consolidata realtà nel panorama musicale francese, quest’anno alla sua quarta edizione -, per assistere a una hip della Petite messe solennelle.
La scelta di confrontarsi con il capolavoro di Gioachino Rossini appare tutt’altro che scontata se si pensa che il festival nasce come contenitore di musica rinascimentale e barocca. Eppure, quello che poteva essere un limite si è rivelato un punto di forza. Coinvolgere artisti per la maggior parte abituati ad eseguire musica antica secondo un approccio storicamente informato ha infatti permesso di cogliere sfumature inedite ed entusiasmanti della Petite messe. Non è la versione orchestrale che abbiamo sentito, ma quella da camera, con il suo sorprendente organico di quattro solisti, piccolo ensemble corale, due pianoforti e un harmonium.

A colpire è stata anzitutto la compattezza stilistica dell’esecuzione. Fra le specificità della Petite messe una delle più spiccate è senza dubbio il camaleontismo linguistico: nella partitura di Rossini convivono in modo del tutto naturale arie di palese matrice operistica, fughe alla Bach, allusioni palestriniane, inflessioni pianistiche tipicamente romantiche. Joël Suhubiette è riuscito nella non facile impresa di realizzare, su questo materiale così variegato, un progetto musicale perfettamente bilanciato, in grado di esaltare il plurilinguismo senza perdere mai di vista la coerenza interna dell’opera. Precisione esecutiva, equilibrio dei volumi sonori e coesione dell’assieme: su questi tre ingredienti di base mi sembra che il direttore abbia voluto costruire la sua lettura, resa possibile in tutta la sua raffinatezza anche grazie a esecutori di alto livello.

La parte corale era affidata a Les éléments, ensemble vocale che unisce all’impeccabile perizia tecnica una meravigliosa duttilità: ogni intervento è sembrato perfettamente calibrato sulle specificità del singolo episodio musicale, perfino della singola frase, e il ricorso a una tavolozza cangiante si è rivelata del tutto pertinente alle già citate policromie proprie della partitura. Perfetto poi il rapporto fra dimensionamento del coro (sedici elementi in totale) e lo strumentale. Come vuole l’approccio hip, si sono utilizzati strumenti d’epoca, che non assicurano il volume di quelli moderni, ma colori e dinamiche di grande fascino: Natalie Steinberg e Mary Olivon ai due pianoforti e Emmanuel Mandrin all’harmonium hanno sfoggiato tecnica magistrale e grande consapevolezza stilistica, facendosi apprezzare in particolare per assertività d’eloquio e nettezza di sintassi.

Ottimo, infine, anche l’assortimento delle quattro voci soliste – che negli assieme andavano a rinforzare la compagine corale. Nonostante alcune note sfibrate ne suggerissero un certo affaticamento, il soprano Julia Wischniewski ha mostrato ottima agilità e accenti lirici pertinenti. Il basso Olivier Déjean si è fatto apprezzare per la voce non immensa ma ben dosata, e per il fraseggio nobile, messo a frutto in particolare nel Quoniam. Emissione limpida, morbidezza dell’eloquio e invidiabile omogeneità nei registri hanno caratterizzato la prova del giovane tenore Riccardo Romeo. Eccellente Lise Nougier, contralto dalla voce levigata e relativamente chiara, parca di vibrato, controllatissima e assai espressiva: particolarmente convincente la sua interpretazione del toccante Agnus Dei.
A suggellare il concerto applausi entusiastici, tutti meritati.

Tours – Festival Concerts d’automne 2019
PETITE MESSE SOLENNELLE
per soli, coro, harmonium e due pianoforti
Musica di Gioachino Rossini

Soprano Julia Wieschniewski
Contralto Lise Nougier
Tenore Riccardo Romeo
Basso Olivier Déjean

Ensemble Les éléments
Direttore Joël Suhubiette
Pianoforte Natalie Steinberg
Pianoforte Mary Olivon
Harmonium Emmanuel Mandrin
Tours, Grand Théâtre, 25 ottobre 2019

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