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Torino, Teatro Regio – Les pêcheurs des perles

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Una fiaba romantica ambientata in un Oriente fantastico. Così i registi – e scenografi, costumisti, coreografi e curatori delle luci – Julien Lubek e Cécile Roussat definiscono Les pêcheurs des perles (I pescatori di perle) di Georges Bizet, opera che ha inaugurato la stagione del Teatro Regio di Torino. Per il nuovo allestimento, i due artisti si sono ispirati all’universo delle miniature indiane: quadri semplici, naïf, dai colori primari, ora luminosi, ora in chiaroscuro, col popolo che in qualche modo fa parte della scenografia.

Bisogna ammettere che il disegno complessivo ha una sua coerenza. Tuttavia l’esito è discutibile e la sensazione che genera, al netto di alcuni momenti di un certo quale fascino visivo, è di qualcosa a metà strada tra Bollywood e Gardaland. Colpa anzitutto della scenografia: una roccia realizzata con cartapesta lucida, lambita da uno specchio d’acqua, incorniciata dai caratteristici tetti a punta che evocano l’Oriente. Alcuni sipari scandiscono i vari momenti del dramma e sono pochi gli altri elementi scenici (un letto, una riproduzione della Trimurti invero bruttina, alcune palme). Le luci, poi, non sono sempre perfette (si veda ad esempio la scena della celebre aria di Nadir, con l’ombra di lei che si muove proiettata su un fondale chiaro, mentre scioglie i lunghi veli alla carezza del vento della sera).
Discutibile anche la scelta di confinare il coro in una posizione sostanzialmente decorativa: da tale massa indistinta, emergono di tanto in tanto alcuni volenterosi ballerini per animare le scene con i loro corpi in movimento, prima di svanire nuovamente tra il popolo. Sinceramente, i danzatori paiono catapultati lì senza gran costrutto, mentre il coro – per inciso, musicalmente eccellente – si muove poco e, quando lo fa, convenzionalmente, spesso all’unisono (braccia alzate, braccia abbassate, movimenti del capo… tanto che, a un certo punto, nella scena finale sembra di assistere a una sorta di ballo di gruppo…). Lo stesso dicasi dei protagonisti, la cui recitazione non va al di là di generiche pose melodrammatiche, così che la loro toccante umanità emerge unicamente dalla musica. Che trova nell’orchestra del Teatro Regio (e, come già detto, nel coro istruito da Andrea Secchi) un’esecuzione di pregio.

Merito anche del direttore Ryan McAdams, capace di tessere le fila di una narrazione serrata, ma pure attentissimo alle preziosità di una partitura così ricca sotto il profilo strumentale e timbrico. Emergono così la morbidezza degli archi, il colore scuro e introverso dei legni, le sonorità più tornite degli ottoni; il fraseggio è duttile, con una scelta agogica sempre precisa, con un bel ventaglio di dinamiche e una costante incisività ritmica. L’orchestra respira col canto, all’occorrenza ne distende l’ispirazione lirica o ne accende lo sdegno con vigore. Sempre la situazione drammatica è identificata con nitidezza.

Tra i cantanti, brilla il soprano Hasmik Torosyan: nell’intreccio, la voce di Leila sembra avere poteri magici. E c’è da crederci ascoltando (e vedendo sulla scena) l’artista armena. Anzitutto per le qualità del timbro, così ricco e pastoso, dotato di una naturale sensualità che costituisce un grande valore aggiunto per il personaggio della sacerdotessa. E poi per la sensibilità con cui porge al pubblico un canto sempre sfumato, morbido, ben proiettato, perfettamente aderente alla naturale musicalità della lingua francese. Purtroppo non si pone al suo stesso livello il Nadir di Kévin Amiel, che vanta una voce chiara e omogenea, di un buon volume, ma che palesa alcune difficoltà nel fraseggio e nell’intonazione. Peccato perché si impegna molto, soprattutto nella sua magnifica aria “Je crois entendre encore”, per la quale il direttore stende un tappeto sonoro fluttuante e vaporoso. Convincente lo Zurga di Pierre Doyen (che nella recita a cui ho assistito ha sostituito l’indisposto Fabio Maria Capitanucci): il suo personaggio è più tormentato e introverso che irascibile e sconvolto dalla passione (in ciò perfettamente coerente con l’edizione scelta a Torino, che è quella originale del 1863, quindi senza il finale tragico del rogo di Zurga). La voce è bella e l’interprete efficace. Bene ha fatto Ugo Guagliardo quale protervo Gran sacerdote.

Teatro Regio di Torino – Stagione d’opera e di balletto 2019/20
LES PÊCHEURS DE PERLES
(I pescatori di perle)
Opéra lyrique in tre atti
Libretto di Eugène Cormon e Michel Carré
Musica di Georges Bizet
Edizione critica a cura di Brad Cohen

Leïla Hasmik Torosyan
Nadir Kévin Amiel
Zurga Pierre Doyen
Nourabad Ugo Guagliardo

Orchestra e Coro del Teatro Regio Torino
Direttore Ryan McAdams
Maestro del coro Andrea Secchi
Regia, scene, costumi, coreografia e luci Julien Lubek e Cécile Roussat
Direttore dell’allestimento Pier Giovanni Bormida
Nuovo allestimento Teatro Regio Torino
Torino, 6 ottobre 2019

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