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Roma, Teatro dell’Opera – Les vêpres siciliennes

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Un colossale compendio di stili e tasselli della drammaturgia musicale romantica al di qua e al di là delle Alpi, per testo, gusto e schemi francese ma con targa musicale italianissima, a firma del Verdi ormai già maturo indagatore all’indomani della sua più celebre Trilogia popolare. Radiografando e innestando infatti in partitura, con mano si direbbe scientifica entro lo spettacolare contenitore del grand-opéra parigino, elementi disparati e molteplici. Ossia, spunti storici, fervori patriottici e psicologie familiari, un lungo ballabile astratto sulle stagioni più danze di carattere, compresi un valzer, un galop all’Offenbach e una tarantella napoletana, non a caso, nella maniera stilizzata di quel primo stampo offerto ventisette anni prima dalla Muette de Portici di Daniel Auber. E ancora: piani orchestrali e corali sovrapposti e in contrappunto, gallicismi e dinamiche a effetto, modelli di canto ibridati passando in rassegna cantabili, cabalette e mélodies, colorature di matrice italiana e arcate a lunga gittata di marchio francese, pezzi d’assieme sospesi in tableaux e un virtuosistico bolero in coda per la protagonista, dall’autore misteriosamente etichettato sul manoscritto come siciliana. In aggiunta poi, qua e là, tante piccole scintille sonore dallo stesso suo catalogo, futuro e passato.

Ed è appunto restituendo l’esatto fuoco, ossia mettendo a segno e sintesi con lucidità e coerenza estreme l’intelligenza di una simile, immensa costruzione musicale, che convincono e conquistano i bellissimi Vêpres siciliennes di Verdi sul testo di Scribe e Duveyrier scelti in produzione inedita e integrale per una grande inaugurazione della Stagione lirica e di balletto 2019/20 dell’Opera di Roma, portando in scena l’allestimento costruito con ingegno moderno e viva sensibilità d’introspezione dall’eclettica regista argentina Valentina Carrasco, autrice nel mondo di tante riletture per titoli non facili, nota per le sue collaborazioni con La Fura dels Baus e, in ambito capitolino, apprezzata per la Proserpina del contemporaneo Rihm al Teatro Nazionale e per la Carmen in jeans a Caracalla. Immensi, non a caso, gli applausi andati a premiare la nuova produzione, l’eccellenza del direttore sul podio e tutti gli artisti in campo ad eccezione del contestato, ma a nostro parere geniale per invenzione, stile e stacco, Ballet des Quatre Saisons, inserto gestuale-coreutico da ben trenta minuti, reinventato dalla stessa Carrasco in tandem con il coreografo Massimiliano Volpini cercando, ben oltre la scontata e stucchevole oleografia stagionale, un surreale aggancio con l’inconscio dei personaggi, quindi scavando in velatura onirica fra i temi della maternità e della violenza sulle donne a partire dagli abusi dei militari francesi sulle siciliane nei “Vespri”. Il tutto optando per la formula aggiornata e potente di un contemporaneo Theatertanze post-Bausch.

La salda coesione della visione d’insieme e l’acuto approccio storicizzante in sintonia con la stessa operazione verdiana di base arrivano in realtà netti all’udito, prima ancora che attraverso le immagini, sin dalle prime battute dell’Ouverture – quasi un filtro e sipario a sé – staccate da Daniele Gatti con il polso e controllo di pochi: nessuna ridondanza ruffiana fuori rigo e niente eccessi dinamici, ma un Verdi pulito, iconico e, appunto alla francese. Raffinato, misuratissimo. Il vigore delle strategiche deflagrazioni ovviamente non manca e arriva a breve, nella stessa sede sinfonica, dopo il rullo delle percussioni militari e, con ulteriore spinta a seguire, nelle impennate dei singoli interpreti o nelle superbe, possenti cornici corali. Ma solo laddove è necessario, cesellando innanzitutto le peculiarità della metrica e del ritmo; quindi i colori, gli accenti, le emozioni e le cospirazioni a partire dalla texture preziosa dei pianissimi e dei sottovoce, per poi caricare il grilletto lavorando su passaggi di tensione parimenti preparati al millesimo per esaltarne il colpo al rilascio del suono totale. A Daniele Gatti e alla pregevolissima risposta della “sua” Orchestra, sia nei soli che nella piena sintonia dell’insieme, si deve dunque molto in termini di tenuta, bellezza ed efficacia globale, a comun denominatore e legame fra i cinque lunghi quanto eterogenei atti dei Vêpres siciliennes. Così come ampie lodi spettano al Coro che, preparato a meraviglia da Roberto Gabbiani, si è ancora una volta confermato compagine dalla vocalità serrata, luminosa e intatta, eccelsa non solo nel canto a fior di labbra e in proiezione spiegata, ma ben credibile anche nel muoversi e ballare in scena al passo esatto tra i figuranti.

Parimenti ben sostenuto nella sua duplice prospettiva di sintesi fra le diverse tracce teatrali e le istanze di valenza universale, si è rivelato l’impianto del nuovo allestimento diviso a pari merito fra la regia di Valentina Carrasco, le semplici ma monumentali scene di Richard Peduzzi, i costumi pescati dai diversi luoghi del tempo
 di Luis F. Carvalho, le luci nette di Peter van Praet.
Di forza arcaica è la loro Sicilia, con i suoi alti e nudi edifici in pietra sghemba alla Picasso del Pulcinella per Stravinskij, concepita oltre gli assi di cronologia e spazio come cava e territorio di sempre, violato e rubato, a partire dallo spunto di quella fatidica sommossa nell’anno 1282, stretta di sfuggita fra popolo e mura ma a repentina sorpresa e con rara forza nel finale dell’opera. Il tutto osservato costantemente, se non ossessivamente, con l’occhio della paura. Quindi mescolando le carte di generi e reminiscenze se ne scorgono, oltre le immagini pittoriche d’avanguardia del primo Novecento, le ampie regge del Nabucco o dell’Aida, luoghi militari o di prigionia d’impatto espressionista, alla Wozzeck. Il filo che guida le quattro stagioni (Atto III), qui della vita più che della natura, prende invece spunto da una sorta di complesso edipico che rende onnipresente il fantasma della madre di Henri, la donna siciliana violata a suo tempo dal governatore Montfort, emersa dal sepolcro infranto quale simbolo per tutte le donne abusate, a loro volta protagoniste di una rielaborazione in chiave contemporanea del rito solare delle lavandaie, fra secchiate di acqua vera, simulazione del parto, procreazione e ribellione dei figli superstiti che a colpi – neanche a dirlo – di pietra buttano giù come birilli i soldati dell’oppressione straniera. Fino a chiudere con un colorato ballo novecentesco dalle pose mannequin. Fra gli altri arguti momenti coreografici, sempre fortemente impiantati sul gesto più che sulla danza, si citano nell’Atto II anche il valzer con le donne fantoccio che tanto rinvia alla Francia della Coppélia di Delibes (1870) nella versione di Roland Petit, ma alterato in contraddanza a passo di merengue, e la Tarantella con fermo-immagine a flash su uno statuario ratto delle Sabine.

A concorrere al successo, in parallelo, l’alta prestazione delle voci. In primo piano svetta la terna degli uomini. Il tenore John Osborn conferisce cuore e sostanza tali al suo Henri da nobilitare il ruolo ben oltre la stessa, ambigua impostazione drammaturgica prevista dal testo, in virtù di una sincerità di slancio unita a una miracolosa eleganza di tinta e dizione con cui governa e illumina le lunghissime frasi a lui assegnate. Brillando nei saldi acuti e in ogni dove, pensiamo ai combattuti rapporti con il nemico e padre svelato o con l’amata Hélène, per una linea di canto sempre generosa e duttilmente “portata” sul sapiente sostegno dei fiati. Autoritario e severo, ma anche padre affettuoso e capo – invano – clemente è il Montfort del baritono Roberto Frontali, magnificamente scolpito con voce piena e stentorea nella sua statura drammatica quanto mutevole grazie a un’ampia gamma di accenti espressivi. Monolitico com’è giusto che sia, quindi, il Procida del basso Michele Pertusi, ruolo intenso e ben fermo nel suo intento patriottico a partire dalla sua celebre aria d’esordio “Et toi, Palerme” in apertura dell’Atto II, restituita con vocalità compatta e penetrante o, ancora, nell’Atto V, con ulteriore forza d’accusatore dinanzi all’imprevisto rifiuto di Hélène alle nozze con Henri per salvargli la vita nell’ordita insurrezione ai vespri dello stesso giorno al segnale delle campane, quando la sua ombra gigantesca suggerisce invece il pressing e dunque la vera causa del diniego della donna che adduce come scusa il rimorso nei confronti del fratello Federigo caduto vittima con Corradino.
Per notevole ricchezza di pasta e preparazione tecnica si apprezza la bella Hélène del soprano Roberta Mantegna, dotata di una ferrea intonazione e di una densità di smalto in verità al momento maggiormente a tiro con i ruoli dell’Ottocento belliniano e donizettiano o del Verdi in fase patriottica. A dimostrarlo la felicità degli esiti nei passi più lirici a fronte dei punti nei quali, per rinforzare la spinta drammatica verdiana più matura, tende infatti a spostare l’emissione a livello tonsillare, diciamo così “sporcando” una prova che sarebbe invece perfetta per ricchezza di armonici, specificità del timbro e agilità nei virtuosismi ascendenti e discendenti del bolero, al di là di qualche suono esasperato all’acuto. Infine, applausi anche per i bravi interpreti selezionati dal progetto “Fabbrica” Young Artist Program del Teatro dell’Opera di Roma (Irida Dragoti per Ninetta e Andrii Ganchuk per Vaudemont), per Saverio Fiore, Thibault, Francesco Pittari, Daniéli, Daniele Centra, Mainfroid, Alessio Verna, Robert, Dario Russo, Béthune, per il Corpo di ballo e per gli allievi della Scuola di Danza dell’Opera di Roma.

Teatro dell’Opera – Inaugurazione della Stagione lirica e di balletto 2019/20
LES VÊPRES SICILIENNES
Opera in cinque atti
Libretto di Eugène Scribe e Charles Duveyrier
Musica di Giuseppe Verdi

La duchesse Hélène Roberta Mantegna
Ninetta Irida Dragoti*
Henri John Osborn
Guy de Montfort Roberto Frontali
Jean Procida Michele Pertusi
Thibault Saverio Fiore
Daniéli Francesco Pittari
Mainfroid Daniele Centra
Robert Alessio Verna
Le sire de Béthune Dario Russo
Le comte de Vaudemont Andrii Ganchuk*
* dal progetto “Fabbrica” Young Artist Program del Teatro dell’Opera di Roma

Orchestra, Coro e Corpo di ballo del Teatro dell’Opera di Roma

con la partecipazione degli allievi della Scuola di danza del Teatro dell’Opera di Roma
Direttore Daniele Gatti
Regia Valentina Carrasco
Maestro del coro Roberto Gabbiani
Scene Richard Peduzzi
Costumi Luis F. Carvalho
Luci Peter van Praet
Coreografia Valentina CarrascoMassimiliano Volpini
Nuovo allestimento
Roma, 15 dicembre 2019

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