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Roma, Teatro dell’Opera – Idomeneo

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Spettacolo di bellezza estrema nella sua cifra mozartiana esatta e d’incontro fra l’immediata autenticità del segno scenico-sonoro con la forza di un respiro drammatico che lega gli eterni archetipi del mito classico agli orrori di guerra della contemporaneità. Rimbalzando al termine chiaro nel cuore di tutti, a luci accese in sala solo per pochi istanti, con il suo intenso, corale abbraccio di pace fra gli artisti di canto sgusciati fuori dalle rispettive divise militari e i trentuno veri rifugiati della Comunità di Sant’Egidio voluti dai vertici della Fondazione quali figuranti in scena, a incipit e a rigenerato sigillo della festante chiusa “Scenda Amor, scenda Imeneo”.
Dunque coronato a giusto merito da un’immensità di applausi, trionfa l’Idomeneo, re di Creta di Mozart proposto al Teatro dell’Opera di Roma nel nuovo allestimento in coproduzione con il Teatro Real di Madrid, la Den Kongelige Oper di Copenhagen e la Canadian Opera Company di Toronto, con regia di Robert Carsen e la folgorante direzione musicale di Michele Mariotti sul podio di Orchestra e Coro (istruito a meraviglia da Roberto Gabbiani) della Fondazione lirica capitolina. Innanzitutto, perché ben centra all’interno di una quadratura potente, coesa e ad altissima definizione fra buca e scena, il bersaglio del non facile innesto originale fra drammaturgia, musica e forme sperimentali, condensandone il senso fra pensiero e immagini, canto mozartiano “doc” e soluzioni gestuali, a fronte di mezzi scenici minimi e moderni a cura dello stesso Carsen (al pari delle calibratissime luci) e Luis F. Carvalho, a sua volta autore dei costumi divisi fra abiti di strada per i prigionieri troiani e tenute da regime per i cretesi.

Immutato – eccetto il suicidio finale a vista di Elettra, con quel “ferro” nel cuore solo scongiurato dalla sua ultima aria di furia prima di fuggire per sempre – resta il soggetto eroico-mitologico tratto dal libretto dell’Idoménée di Danchet utilizzato settant’anni prima per la tragédie-lyrique di André Campra, ma qui utile a rilanciare con ulteriore peso universale i grandi temi dello scampato naufragio (più voto infranto per il mancato sacrificio del figlio, quindi castigo inflitto per l’inadempimento del voto) e un lieto finale di clemenza, libertà e pace, da consegnare dritto nelle mani delle nuove generazioni. Pertanto, in scena, una grande rete metallica, recinto e sorta di muro del pianto cui si appoggia, spalle al pubblico, l’umanità indistinta e dolente dei profughi giunti dal Mediterraneo. Poi, ombre di ascendenza strehleriana in silhouette a radiografare la grande solitudine di Idomeno o lo scultoreo, magistrale quartetto, quindici panche per il coro che inneggia con birra al dio Nettuno, una tenda militare per l’uscita sensuale di Elettra nell’atto centrale, un gommone per il terzetto, un grande cumulo di giubbotti salvagente arancio fluo in vivace contrasto con il grigio del mare, due bidoni con fuoco vero. Tutto qui. Ma, contrariamente a quanto ipotizzabile, per nulla scontata e anzi potentissima l’idea di attualizzare la Creta di acqua e sabbia facendo vibrare su grande schermo e video di Will Duke le variazioni di cielo e mare, da tranquilla e serena distesa a plumbeo tsunami, in crescente empatia virtuale con i diversi “affetti” cantati dai protagonisti. Per poi affondare, a colpo, lo sguardo nelle più recenti istantanee di una Siria devastata dalle bombe, a partire dalla “Sventurata Sidon!” esclamata da Arbace in apertura di quinta scena dell’atto terzo. Una Siria o qualsiasi altra città distrutta dalla guerra, in prima immagine fumante e distante, poi vicinissima portandoci nel mezzo di una strada urbana, priva di vita, fra desolanti macerie dei palazzi.
E da qui lo scandaglio dei concetti portanti di una delle opere serie in assoluto di maggior sintesi e spinta sperimentale del secondo Settecento musicale europeo: ultimo dramma per musica posto a chiusura di una prima fase di produzione dal Mozart ventiquattrenne su testo dell’abate Varesco e a un passo dagli anni viennesi. Nato dunque ancora con targa salisburghese nell’anno 1780 ma su commissione del principe elettore Karl Theodor come opera di carnevale dell’anno 1781 per il Residenztheater di Monaco di Baviera, avvalendosi dell’eccelsa compagine strumentale ex di Mannheim, con tanto di castrato nel ruolo di Idamante (l’ancora inesperto Vincenzo Del Prato), il celebrato ma ormai anziano tenore Anton Raff per Idomeneo e le sorelle Wendling per le antagoniste Ilia ed Elettra. Un miracolo di equilibri fra monumentalità, introspezioni e innesti di forma, senza precedenti né eredi nel genere per lo stesso Mozart e non solo, ma sufficiente a far saltare le meccaniche convenzioni paratattiche di tradizione metastasiana a favore di una moderna verità e continuità drammatica, eludendo le regole con ponti e interventi di ordine ritmico, dinamico, melodico o armonico fino a quel tempo inediti.
In più calando, all’interno di un’originalissima architettura che nella maggior parte dei numeri chiusi contamina aria e forma-sonata a liaison con i cori scolpiti in tableau di matrice francese, una tornitura vocale e psicologica dei personaggi che funziona da vera e propria cartina al tornasole per gli interpreti in campo.

In tale ottica, motore energico e chiave di volta dell’intero spettacolo si rivela la lucida quanto sensibilissima disamina dal podio di Michele Mariotti, atto a restituire in sommo grado, grazie anche alla sollecita risposta di tutti i professori dell’Orchestra dell’Opera di Roma, luce sontuosa all’insieme e chiarezza ai dettagli entro l’intero arco di tensione del dramma per musica proposto, in tal caso, nella versione viennese. Pertanto, con buona pace del consueto ruolo en travesti a memoria del castrato, con un tenore di tempra chiara, con l’aria di paragone a pieno regime di colorature per Idomeneo e con il taglio dell’aria di Arbace. In sintesi, negli esiti, stacchi metrici tagliati a fuoco e respiri ideali nel pieno rispetto delle voci, agogica di grande effetto con dinamiche d’ampia gamma e accenti pregnanti, cura efficace dei recitativi sia semplici (ottime le prove di cembalo e violoncello) che accompagnati, oltre a un’assai pregevole concertazione dei fiati, legni in primis.

Parimenti d’alto pregio tutte le voci in campo: l’Idomeneo di Charles Workman s’impone sin dalle prime battute della sua sortita “d’ombra” per statura scenica, gran volume nell’emissione e per una bellezza di voce dalla naturale pasta vivaldiana. È un re di alto temperamento, padre e condottiero combattuto fra sentimenti molteplici, interprete di non comune solidità tanto negli affondi drammatici quanto nelle impervie agilità alle cadenze.
L’Idamante di Joel Prieto, parimenti tenore, sfodera invece un canto da amante sincero, tenero e chiaro, ricco di giovanile slancio e mobilità espressiva così come nell’Adagio maestoso al suo arrivo.
La prima ad uscire in scena staccando un monologo lirico denso di ombre, dolcezze e sospiri, sciolto mentre cammina lentamente raminga fra i corpi al suolo dei rifugiati, è intanto il soprano napoletano Rosa Feola, Ilia d’incanto e dunque voce lucente per la prigioniera troiana in terra straniera, figlia del re nemico Priamo ma amante riamata da Idamante. Per quanto assai dimessa in abito moderno di semplice maglina, piumino e stivali, svetta nobile e dolcissima nella tonalità del dolore mozartiano, colorando di lacrime e vivide suggestioni la sua celebre aria di sortita “Padre, germani, addio!”, così come nella sua seconda aria “d’affetto” del successivo atto, giocata entro la concertazione di quattro fiati su un’ulteriore molteplicità del sentire, parimenti rileggendo la ripresa svelandone originali introspezioni dinamiche.
Discorso a sé merita la bionda Elettra di Miah Persson divisa com’è fra le due violente arie di furia negli atti esterni e, al centro, nell’affabilmente decorativa “Idol mio, se ritroso altra amante”. In tenuta da generalessa al primo atto con la sua irata quanto impervia “Tutte nel cor vi sento”, in corta sottoveste nera e coperta militare sulle spalle nel mettere a nudo il suo lato più umano e innamorato, quindi in abito e giubbino in pelle nera nel suo furente sfogo “D’Oreste, d’Aiace” con debito picchiettato, volto a sorpresa nel non previsto suicidio utilizzando lo stesso pugnale destinato all’appena scampato sacrificio di Idamante. Anche nel suo caso, la voce è agile e mozartiana. Peccato solo che negli eccessi della rabbia, fra salti di decima, martellati, dissonanze e durezze di ogni genere, perde potenza già a partire dalla coda della prima sezione nella sua aria “da capo” scorciata (AA’), in elenco al numero 4. Efficaci anche l’Arbace di Alessandro Luciano, il Gran Sacerdote (Liver Johnston) e la sonora Voce (Andrii Ganchuck, selezionato dal progetto “Fabbrica” Young Artist Program del Teatro dell’Opera di Roma) che sentenzia dal cielo, con rapido twist risolutivo e drastico taglio mozartiano ai versi di Varesco, “Ha vinto Amore…Idomeneo cessi esser re… lo sia Idamante…ed Ilia a lui sia sposa”.
Lodevolissima, infine, l’intera prova del coro curato ad arte da Gabbiani stando agli esiti più che pregevoli rilevati per ritmo, stile, smalto e intonazione parimenti ferrea nelle impennate quanto nelle più delicate, quasi ieratiche rarefazioni.

Teatro dell’Opera – Stagione 2018/19
IDOMENEO, RE DI CRETA
Dramma per musica in tre atti
Libretto di Giambattista Varesco
Musica di Wolfgang Amadeus Mozart

Idomeneo Charles Workman
Idamante Joel Prieto
Ilia Rosa Feola
Elettra Miah Persson
Arbace Alessandro Luciano
Gran Sacerdote di Nettuno Oliver Johnston
Una Voce Andrii Ganchuck*
*dal progetto “Fabbrica” Young Artist Program del Teatro dell’Opera di Roma

Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma
Direttore Michele Mariotti
Maestro del coro Roberto Gabbiani
Regia Robert Carsen
Scene Robert Carsen e Luis Carvalho
Luci Robert Carsen e Peter Van Praet
Movimenti coreografici Marco Berriel
Video Will Duke
Nuovo allestimento Teatro dell’Opera di Roma
in coproduzione con Teatro Real di Madrid,
Den Kongelige Opera di Copenhagen
e Canadian Opera Company di Toronto
Roma, 10 novembre 2019

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