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Roma, Teatro dell’Opera – Don Giovanni

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Don Giovanni secondo Grahm Vick, atto sesto. Giunto alla sua sesta produzione del capolavoro di Mozart, il regista inglese confeziona uno spettacolo sciatto e privo di idee, peraltro fortemente contestato dal pubblico dell’Opera di Roma, dove è in scena fino al 6 ottobre, e dove i fischi arrivano addirittura già a fine primo atto. Sia chiaro: non è detto che ogni nuova lettura registica di un’opera debba per forza svelarne reconditi significati o dischiudere inediti orizzonti di senso. Tuttavia, da un grande uomo di teatro come Vick, francamente, ci si attendeva ben di più. Chi scrive ha visto in scena la precedente sua produzione del Don Giovanni, quella realizzata per il circuito di Opera Lombardia: anche in quel caso non mancarono fischi e pesanti contestazioni, ma si trattava di uno spettacolo per molti versi intelligente.

A Roma le idee davvero mancano: l’unica che ci è parsa interessante è quella di abbigliare Donna Elvira come una suora, anticipando di fatto il suo destino (a fine opera dichiara “Io men vado in un ritiro / a finir la vita mia”). In effetti, nel pur corposo catalogo compilato dal fedele Leporello, tra contadine e nobili, grassotte e magrotte, manca un riferimento alla donna che consacra se stessa a Dio e non è da escludere che un tale “frutto proibito” possa aver acceso il desiderio del licenzioso cavaliere. Tutto ciò senza poi considerare che, durante il sestetto conclusivo, Donna (Suor) Elvira si abbandona a effusioni saffiche con Zerlina… Non mancano dunque, in questo Don Giovanni, i riferimenti sessuali abbastanza espliciti (affidati soprattutto a un gruppo di aitanti mimi i cui movimenti coreografici sono curati da Ron Howell), ma non è questo che sta alla base del giudizio negativo sul lavoro di Vick: nel libretto, i continui rimandi all’erotismo e alla sessualità in qualche modo autorizzano la loro plastica rappresentazione sul palco. Ciò che non convince, come detto, è il sostanziale vuoto di idee.
La scena è grigia e spoglia, caratterizzata solo da un albero rinsecchito posizionato a destra, che diventa anche rifugio e nascondiglio per il protagonista e che forse ne palesa l’aridità d’animo: le sue poche foglie verdi cadono recise nel momento in cui Don Giovanni viene rapito dal Commendatore. Nella (musicalmente) superba scena del confronto con la statua, il nobile libertino è stigmatizzato nella sua iniquità da una enorme riproduzione del braccio e del dito del Dio Padre creatore dell’uomo di Michelangelo. Poco dopo, mentre gli altri personaggi esultano per la sua punizione, Don Giovanni ricompare e spezza quel dito, come a dire che il vero vincitore resta lui. Idea giusta, ma non certo nuova. Per il resto, i cantanti sembrano muoversi abbandonati a se stessi, le luci (affidate a Giuseppe Di Iorio) non sono memorabili, mentre apprezzabili sono i costumi di Anna Bonomelli. Forse, con questa spoglia lettura, Vick vuole dirci che non c’è alcun Dio, che non esistono bene e male, peccato e redenzione (o punizione), che tutto è lecito e che ognuno fa quel che gli pare. Sarà. Nel corposo programma di sala, non manca la riproposizione della recensione della prima dell’opera al Teatro Costanzi. Correva l’anno 1886 e a firmare per la Tribuna quella recensione era un certo Gabriele D’Annunzio: “… gli esecutori – scrive – non facevano che cangiare in piombo greve ed oscuro il nitido e purissimo oro mozartiano”.

Stante il fatto che l’edizione scelta è quella di Praga, le cose vanno meglio sul fronte musicale. Dal podio, il giovane Jérémie Rhorer assicura una più che discreta tenuta, sostenendo adeguatamente le voci e conferendo alla narrazione un buon ritmo. La sua è una prospettiva pienamente ottocentesca e romantica, con tempi dilatati e sonorità corpose (a volte troppo).
Di livello il cast vocale, che trova nel Don Giovanni di Alessio Arduini un seduttore credibile per fascino scenico, versatilità attoriale e incisività musicale. Il timbro è chiaro, omogeneo e sonoro in tutti i registri, l’interprete è attento e sensibile. Così come ottimo è parso il Leporello di Vito Priante, dotato di voce più scura e pastosa, ma ugualmente utilizzata con gusto. Efficace il confronto tra la vocalità luminosa della Donna Anna di Maria Grazia Schiavo e quella più ambrata della Donna Elvira di Salome Jicia: entrambe cantano con attenzione ai segni dinamici, con un fraseggio curato e con ricche sfumature. Juan Francisco Gatell, pur se infortunato (era in scena con una stampella), schizza un ritratto di Don Ottavio perfetto sia sotto il profilo scenico che vocale. L’algida eleganza che ne è caratteristica fondante (in opposizione alla irresistibile sensualità del protagonista) trova espressione in un canto nobile, morbido e duttile. Molto bravi anche Marianne Croux e Emanuele Cordaro nelle vesti di Zerlina e Masetto: pieno e corposo il timbro della prima, scuro e ampio quello del secondo. L’autorevole Commendatore di Antonio Di Matteo ha avvertito qualche difficoltà nella scena penultima. Bene ha fatto il coro istruito da Roberto Gabbiani.

Teatro dell’Opera di Roma – Stagione 2018/19
DON GIOVANNI
Dramma giocoso in due atti
Libretto di Lorenzo Da Ponte
Musica Wolfgang Amadeus Mozart

Don Giovanni Alessio Arduini

Leporello Vito Priante

Masetto Emanuele Cordaro
Il Commendatore Antonio Di Matteo
Don Ottavio Juan Francisco Gatell

Donna Anna Maria Grazia Schiavo
Donna Elvira Salome Jicia

Zerlina Marianne Croux

Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma
Direttore Jérémie Rhorer
Maestro del coro Roberto Gabbiani
Regia Graham Vick
Scene Samal Blak

Costumi Anna Bonomelli

Movimenti coreografici Ron Howell
Luci Giuseppe Di Iorio
Nuovo allestimento Teatro dell’Opera di Roma
Roma, 29 settembre 2019

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