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Pisa, Teatro Verdi – L’empio punito

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Altra inaugurazione toscana, altra rarità. In contemporanea con la prima di Fernand Cortez a Firenze, il Teatro Verdi di Pisa recupera L’empio punito di Alessandro Melani, opera composta nel 1669 per le scene romane, al tempo del pontificato di Clemente IX Rospigliosi.
Nato a Pistoia il 4 febbraio 1639, Melani fa parte di una triade di fratelli dediti alla musica: Jacopo è compositore come lui, mentre Atto è uno dei castrati più importanti del Seicento, nonché informatore tra Italia e Francia. Le famiglie dei Rospigliosi e dei Melani condividono la stessa città di provenienza, ma anche stretti rapporti di stima e amicizia, motivo per cui l’elezione al soglio pontificio di Giulio Rospigliosi col nome di Clemente IX nel 1667 finirà per favorire i tre musicisti sulla piazza romana.
Così Alessandro Melani, dopo un apprendistato nella città natale, viene lanciato nell’Urbe prima con il dramma per musica L’Ergenia, e poi con L’empio punito, eseguito per la prima volta il 17 febbraio 1669 nel privato Teatro Colonna in Borgo (odierna via della Conciliazione) alla presenza di Cristina di Svezia. La rappresentazione, assai fastosa secondo i cosiddetti “avvisi” dell’epoca, vede il congiungersi degli sforzi economici di varie famiglie della nobiltà romana. Le cronache riportano inoltre che la regina Cristina aveva vietato la presenza di altre donne tra il pubblico, tanto che Maria Mancini, moglie di Onofrio Colonna e in strettissimi rapporti con Atto Melani, sarà costretta ad assistere alla rappresentazione di nascosto.
Gli autori del libretto, Filippo Acciaiuoli e Giovanni Filippo Apolloni, traggono l’argomento da El burlador de Sevilla y convidado de piedra pubblicato anonimo a Barcellona nel 1630 e attribuito a Tirso de Molina; tale soggetto era andato diffondendosi rapidamente attraverso comici dell’arte girovaghi in Italia e in Francia, dove Molière lo aveva convertito nel più famoso Don Juan nel 1665. Acciaiuoli e Apolloni sono i primi ad approntare un libretto da mettere in musica sulla storia di Don Giovanni, trasponendo la commedia in una ambientazione pseudo-classica, pervasa anche di incongruenze – spari di pistola e naufragi in città della terraferma – senza intaccare l’ambiguità, la sensualità e l’irriverenza dell’intera vicenda, che alterna momenti drammatici a altri sicuramente esilaranti, tra cui un viaggio del protagonista agli inferi, dove cerca di sedurre persino Proserpina.

In questa ripresa toscana del 2019, fortemente voluta dal direttore artistico dell’istituzione pisana, Stefano Vizioli, che ancora una volta propone in apertura della stagione lirica un titolo desueto, le risorse non saranno quelle della nobiltà romana del 1669, ma le idee non mancano. Il merito dell’ottima riuscita si deve in primo luogo a Jacopo Spirei che firma una regia teatralmente e visivamente accattivante. L’allestimento rielabora in chiave moderna quello che doveva rappresentare il teatro d’opera per gli spettatori del Seicento: ecco dunque un sistema di quinte colorate e di elementi scenici bidimensionali che entrano ed escono come vere macchine barocche, ma connotate da una estetica tutta contemporanea, rinforzata anche dalle azzeccatissime luci ideate da Fiammetta Baldiserri, e dai moderni costumi, firmati come le scene da Mauro Tinti, che strizzano l’occhio a certe soluzioni punk alla Vivienne Westwood. Ma tutto ciò sarebbe inutile senza un lavoro serio sugli interpreti, uno più spigliato dell’altro sia nella recitazione che nella costruzione dei personaggi. Pochi sono i momenti di stasi e anche quelli risultano ben calibrati con il continuo caleidoscopio di azioni ben rapportate alla musica, che contribuiscono a dare chiarezza drammaturgica a un libretto piuttosto ingarbugliato, la cui alternanza di serio e faceto viene valorizzata in un barocco che diventa puro pop.

La parte musicale è guidata da Carlo Ipata a capo della sua orchestra Auser Musici. Ipata firma una direzione corretta, che sorregge adeguatamente i cantanti, ma difetta leggermente di estro e mordente teatrale, con il risultato che alcuni momenti dell’esecuzione passano senza essere adeguatamente differenziati.

L’ottimo cast è composto per metà da comprovati interpreti di questo repertorio e per il resto da giovani cantanti vincitori del bando “Accademia barocca”. Vero mattatore dello spettacolo è Raffaele Pe nel ruolo del protagonista, Acrimante, corrispettivo di Don Giovanni. Il controtenore esibisce una voce ampia dal bel timbro ambrato che si muove con sicurezza in tutta l’estensione, dagli affondi nei gravi agli svettanti acuti, piegandosi a una varietà incredibile di sfumature e di fraseggi. La presenza scenica è magnetica e cresce nel corso della rappresentazione, connotandosi come vero motore dell’azione, fino alla presa di coscienza delle scene finali in cui il personaggio accetta la sua condanna agli inferi. Ad aiutare l’empio vi è Bibi, qui interpretato da Giorgio Celenza. Il baritono ha un bel timbro e un buon piglio attoriale (viene addirittura fatto volare con imbracatura), ma una vocalità poco controllata.
Tra le donne spicca in primis la Atamira di Raffaella Milanesi, una sorta di Donna Elvira ante litteram. A lei spetta la parte più tragica dell’opera e la interpreta egregiamente. Il timbro è un po’ aspro, ma ciò aggiunge un certo fascino ai suoi ariosi, simili a lamenti monteverdiani, eseguiti con gusto e musicalità. Roberta Invernizzi veste i panni di Ipomene, molto simile alla Zerlina dapontiana. La voce è ben sostenuta, con una linea omogenea e controllata e un timbro piuttosto chiaro. Come prassi nelle opere del periodo, il suo personaggio è accompagnato da una vecchia serva en travesti, Delfa, qui interpretata da Alberto Allegrezza, in minigonna, tacchi e parrucca bionda alla Donatella Versace: la vocalità tenorile è consistente e la verve comica irresistibile.
Il controtenore Federico Fiorio possiede una voce omogenea dal timbro chiaro, che risulta un po’ fissa nelle salite agli acuti, ma il suo Cloridoro dal sapore adolescenziale funziona molto bene. Lorenzo Barbieri fornisce ad Atrace un timbro caldo e un ottimo fraseggio, affrontando i passaggi più agili con scioltezza e dando il giusto risalto al personaggio. Piersilvio De Santis risulta un po’ appannato come Niceste e Capitano della nave, ma si trova assai a suo agio nei ruoli infernali di Demone e Caronte, dove la voce di basso risulta bene a fuoco su tutta la tessitura. Benedetta Gaggioli affronta i ruoli di Auretta e Proserpina con languore, Shaked Evron è un Corimbo ancora un po’ acerbo, mentre Carlos Negrin Lopez dà adeguato risalto al ruolo tenorile di Tidemo, con una vocalità sicura.
Il pubblico della pomeridiana si dimostra attento e partecipe, e alla fine tributa una vera e propria ovazione a tutti i protagonisti, con punte di entusiasmo per Allegrezza, Milanesi e Pe, sancendo così una vera vittoria per il Teatro Verdi e le sue aperture di stagione fuori dall’ordinario. Resta solo il rimpianto che uno spettacolo del genere finisca in soffitta dopo un pugno di recite.

Teatro Verdi – Stagione 2019/2020
L’EMPIO PUNITO
Dramma per musica in tre atti di Alessandro Melani
Libretto di Filippo Acciaiuoli e Giovanni Filippo Apolloni
Edizione a cura di Carlo Ipata e Alessio Bacci

Acrimante Raffaele Pe
Atamira Raffaella Milanesi
Ipomene Roberta Invernizzi
Bibi Giorgio Celenza
Delfa Alberto Allegrezza
Atrace Lorenzo Barbieri
Cloridoro Federico Fiorio
Niceste, Demonio, Capitano della nave, Caronte Piersilvio De Santis
Corimbo Shaked Evron
Tidemo Carlos Negrin Lopez

Orchestra Auser Musici
Direttore Carlo Ipata
Regia Jacopo Spirei
Scene e costumi Mauro Tinti
Disegno luci Fiammetta Baldiserri
Nuovo allestimento del Teatro di Pisa
Coproduzione Teatro di Pisa e
Associazione Teatrale Pistoiese – Centro di Produzione Teatrale
Pisa, 13 ottobre 2019

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