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Pesaro, Rossini Opera Festival 2019 – Demetrio e Polibio

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E fu trionfo. Vibrante, corale, indiscutibile. Nonostante il caldo soffocante, la seconda produzione del Rossini Opera Festival di Pesaro, nell’edizione del quarantennale, ha conquistato l’uditorio, per nulla sbigottito dalla rarità del titolo, con una ripresa di Demetrio e Polibio che, se possibile, ha superato le aspettative dell’edizione del 2010, da tempo consegnata al mercato discografico. È bello, in casi come questo, assistere a un atteggiamento produttivo che, negli anni, si è rivelato la carta vincente della rassegna, e cioè quel circolo virtuoso tra gli studi della Fondazione Rossini e gli allestimenti del Festival, che permette l’avanzamento dei primi e feconda i secondi. Fresca di stampa, l’edizione critica, dovuta alle cure di Daniele Carnini, ha potuto infatti beneficiare di un secondo, definitivo confronto con la dimensione performativa, che permette non soltanto di valutarne la tenuta scenica, ma soprattutto di ponderare il ruolo di un lavoro, come questo, strategico nell’evoluzione della drammaturgia rossiniana. Come era già avvenuto in occasione di Adina, ripresa l’anno passato, è significativo sottolineare come il cantiere stesso dell’edizione critica del corpus rossiniano abbia subito un capitale mutamento di prospettiva: anche di Demetrio e Polibio, infatti, non esiste l’autografo né è garantita l’autorialità integrale della partitura. L’impossibilità di applicare una filologia d’autore, se da un lato ha impedito l’applicazione rigorosa dei criteri editoriali stabiliti dalla Fondazione, dall’altro schiude prospettive inedite e appassionanti al lavoro del ricercatore: che non si misura più esclusivamente con l’astro rossiniano ma, come in questo caso, con «un oggetto ‘di confine’», come lo definisce Carnini, in cui confluiscono i contributi «di un raffazzonatore, di un collaboratore, […] di qualche copista creativo», di tutto quel colorato e colorito microcosmo che restituisce intatto il fascino del mondo musicale italiano di primo Ottocento.

Oltre a costituire il titolo d’esordio del catalogo rossiniano, Demetrio e Polibio è, infatti, «un’avventura intellettuale» straordinaria, che efficacemente sintetizza un contesto di produzione estremamente variegato. Viene composta per una famiglia d’artisti, capeggiata dal leggendario Domenico Mombelli, tenore e impresario, già consorte di Luisa Laschi, Contessa d’Almaviva alla creazione delle Nozze di Figaro di Mozart, ma coniugato in seconde nozze con la «diletta Viganò», cui il Pesarese avrebbe dedicato «Se il vuol la molinara»: quella Vincenza Viganò, letterata e librettista, che era nipote, per parte di madre, di Luigi Boccherini, e sorella del più celebre danzatore Salvatore, coreografo delle Creature di Prometeo di Beethoven. Con le figlie, il soprano Ester e il contralto Anna, costituiscono il quartetto della minuscola compagnia di giro – oggi diremmo a gestione familiare – per la quale vede la luce Demetrio e Polibio. Che non è opera precoce, perché le più aggiornate ricostruzioni la collocano all’altezza del 1810, ma che conserva l’incanto dell’opera prima, immersa com’è in un clima metastasiano, per ciò che concerne il lambiccato testo poetico, e in un’atmosfera liricamente mozartiana, sotto il profilo musicale. È, insomma, una piccola gemma del teatro musicale rossiniano, che non a caso scatenò gli entusiasmi di Stendhal come di Fétis, pronti ad accordare lo statuto del capolavoro al Quartetto «Donami omai Siveno».

Non c’è da stupirsi, allora, se anche in questa circostanza Demetrio e Polibio ha suscitato i favori del pubblico: caloroso come non mai in alcuni momenti di grazia – su tutti gli interminabili applausi dopo l’Aria «Superbo, ah! tu vedrai», in cui il tempo è parso sospendersi in una bolla di irrefrenabile entusiasmo condiviso. A raccogliere questo meritato trionfo la memorabile Lisinga di Jessica Pratt, che sigla una delle sue prove più riuscite sin dalla Cavatina di sortita, in cui il liquido, cristallino nitore di una coloratura perlacea si stempera nel clima affettuoso del Duettino «Questo cor ti giura amore», intonato con l’ottimo Siveno di Cecilia Molinari, primo esempio di quella fusione tra voci femminili che raggiungerà il culmine nei sontuosi duetti di Semiramide. Ma sono almeno altri due gli interventi in cui la Lisinga di Pratt conquista gli allori: la grande Aria «Sempre teco, ognor contenta» – autentico pezzo da concerto di struttura estremamente complessa, con pertichini dapprima di contralto e basso e poi del coro – in cui un florilegio di strumenti concertanti diventa animato sfondo di picchiettati siderali, cadenze stratosferiche e una serie di inebrianti variazioni di bravura che si vorrebbe non avessero mai fine. Vergine pugnace e battagliera, trepidante nel Finale I in cui è vittima di rapimento, nel secondo atto Pratt esce vittoriosa dal confronto con un’aria di furore in cui inanella strabilianti scarti intervallari dal registro grave a quello sovracuto, stordisce con fioriture valorizzate dalla proiezione di uno strumento di grana sopraffina, e, soprattutto, sublima nel canto l’elevatissima, incandescente temperatura emotiva del brano.

La affianca la più piacevole sorpresa della serata, il Siveno di Cecilia Molinari, che punta sulla duttilità di una voce di pregevole impostazione, dal bel colore mezzosopranile, morbidamente sostenuta sul fiato. Si misura con musicalità e destrezza con un personaggio di cui privilegia la tinta malinconica e il tono accorato nella scena dell’agnizione con il padre, intessuta di pregevoli filati: è, forse, il ruolo che maggiormente risente dell’influenza mozartiana, e l’artista trentina opportunamente ne fa una sorta di Sesto combattuto e agitato.

Pregevole si rivela anche la distribuzione maschile, capeggiata dal perfido Eumene di Juan Francisco Gatell, quasi una sinopia in vista dell’Argirio di Tancredi. Incarna, infatti, un padre crudele e autoritario, e deve fare i conti con i pre-finali dei due atti, che Mombelli aveva riservato per sé: due Arie di fortissimo impatto e di sesquipedale difficoltà tecnica, che il tenore argentino interpreta con disinvoltura, forte di una consentaneità stilistica acquisita in anni di frequentazioni mozartiane. Ha dalla sua il timbro tenorile più bello esibito in questa edizione del Festival, l’estrema cura per la linea di canto e il senso del legato. È, peraltro, interprete particolarmente attento ai trapassi espressivi delle arie: «All’alta impresa tutti» viene scandita esaltando l’aspetto eroico del personaggio, salvo riguadagnare la soavità improvvisa della sezione mediana, «Clemente Ciel, che a’ miseri», per poi ritornare alla coloratura di forza della fiammeggiante cabaletta «L’ora fatal s’appressa». Nel secondo atto, invece, la conclusione dell’opera viene avviata da una scena in cui il calco di Idomeneo si profila in tutta la sua forza drammatica: «Lungi dal figlio amato» restituisce spessore psicologico al personaggio, quasi una scena della pazzia in cui Gatell s’impone per il calore interpretativo e la mirabile ricerca dei coloriti. Sul fronte opposto, Riccardo Fassi è un Polibio estremamente promettente, sia sotto il profilo scenico sia nei brevi interventi vocali, in cui esibisce omogeneità di emissione e suggestivo colore vocale. Fervidi e incalzanti gli interventi del Coro del Teatro della Fortuna M. Agostini, preparato con cura da Mirca Rosciani, che contribuiscono a supportare efficacemente il quartetto dei protagonisti fino al delizioso Finale in forma di vaudeville.

Sul podio della perfettibile Filarmonica Gioachino Rossini, Paolo Arrivabeni conosce il mestiere e sa perfettamente come imprimere coesione e unità a una partitura, che in realtà denuncia la frammentazione dei numeri chiusi: riesce infatti a ricreare situazioni coerenti e cangianti all’interno di ciascuno di essi, sviluppando dinamiche espressive che li animano, uno dopo l’altro, verso i due finali. Sotto questo profilo, si rivela bacchetta accorta nel definire il clima che regna in ciascun pezzo: dai recitativi secchi, supportati con mano calorosa da un continuo di grande spessore, assicurato da Daniela Pellegrino e Sebastiano Severi, fino alle Arie, tutte di impianto tripartito ma tendenti ad ampliarsi verso la dimensione della Scena. Particolare attenzione riserva agli assieme: segnatamente il Finale I, travolgente nella successione dei colpi di scena; e il celebre Quartetto, di cui esalta la dimensione cinetica e l’atmosfera concitata: l’influsso del corrispondente brano di Idomeneo è, ancora una volta, pienamente avvertibile, ma il protoromanticismo mozartiano sembra schiudersi verso nuovi, vibranti orizzonti espressivi.

Per questo pienamente convince la lettura registica di Davide Livermore, per l’occasione fedelmente ricostruita da Alessandra Premoli. Tutto è inquadrato, infatti, in una dimensione metateatrale – poeticamente evocata dalla Scuola di Scenografia dell’Accademia di Belle Arti di Urbino che tanto ricorda i più celebri allestimenti di Carsen, in un gioco di teatro nel teatro che si fa labirinto, vertigine, gioco di rifrazioni e di specchi. Durante la Sinfonia, infatti, si assiste alla chiusura del sipario di uno spettacolo musicale: ricevuti gli ultimi omaggi, il divo di turno si allontana dal palcoscenico, che viene liberato dai macchinisti e riportato a uno stato di quiete apparente, fino all’ultimo accordo che coincide con un gesto di un vigile del fuoco, imperioso quanto ironico, che spegne l’interruttore generale. È dal silenzio generale che sorge la memoria del passato, frammenti di storia del melodramma a lungo tempo sepolti nel dimenticatoio, proprio come questo Demetrio e Polibio, battesimo teatrale di Rossini che solo di recente ha ritrovato la via della scena. I personaggi appaiono come fantasmi, volti imbiancati che riemergono dalle tenebre, improvvisamente squarciate dalle luci radenti di Nicolas Bovey, e da queste vengono risucchiati, presenze imponderabili che si aggirano fra velari ripiegati, praticabili sovrapposti, file di costumi di scena tra le quali nascondersi, per poi ricomparire all’improvviso. È una chiave di lettura fortemente ironica, esaltata dalla presenza di doppi che permettono un ardito gioco di assolvenze e dissolvenze, apparizioni improvvise e sorprendenti che esaltano la teatralità dell’azione: ma che in realtà permette di ragionare su strategie narrative meno sconclusionate di quanto si possa credere (difficile resistere a un elenco di personaggi che comincia da Demetrio e prosegue con Demetrio, figlio di Demetrio…) perché strutturate sul chiasmo di affetti di due padri opposti a due figli. Il finale intermedio del Quartetto diventa, così, vero e proprio capolavoro: perché ne incrocia gli inconciliabili destini e si spinge sugli abissi di un’incomunicabilità apparentemente insolubile.

Ma tutto questo Livermore racconta con irresistibile leggerezza di tono, facendo ricorso ai più antichi trucchi dell’arte della scena per restituire la magia dell’esordio rossiniano: più le ombre sono illusorie, più le moltiplica in un gioco di apparenti inganni, che diventano realtà sulla scena. Da qui la presenza di candele che volteggiano nell’aria, i suoi – ormai irrinunciabili – doppieri che disegnano impossibili itinerari prossemici, e soprattutto quelle luminose fiammelle che s’accendono nel cavo delle mani dei personaggi per disegnarne volti, espressioni, passioni. Perché, in fondo, è questa la funzione del teatro: accendere i riflettori su una storia impossibile e, poi, impedire che si spengano. Come nel teatro di Rossini, come nel ritrovato Demetrio e Polibio, che si conclude quando lo spettacolo ricomincia – e gli applausi incrociano verità e finzione, ricordo e memoria, presente e futuro.

Rossini Opera Festival 2019
DEMETRIO E POLIBIO
Dramma serio per musica in due atti di Vincenzina Viganò Mombelli
Musica di Gioachino Rossini
Revisione sulle fonti della Fondazione Rossini, in collaborazione con Casa Ricordi,
a cura di Daniele Carnini

Lisinga Jessica Pratt
Demetrio-Siveno Cecilia Molinari
Demetrio-Eumene Juan Francisco Gatell
Polibio Riccardo Fassi

Filarmonica Gioachino Rossini
Coro del Teatro della Fortuna M. Agostini
Direttore Paolo Arrivabeni
Maestro del coro Mirca Rosciani
Maestro al cembalo Daniela Pellegrino
Violoncello al continuo Sebastiano Severi
Regia Davide Livermore
ripresa da Alessandra Premoli
Scene e costumi Accademia di Belle Arti di Urbino
Luci Nicolas Bovey
Pesaro, Teatro Rossini, 12 agosto 2019

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