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Parma, Teatro Regio – Un ballo in maschera

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Il titolo inaugurale della stagione lirica del Regio di Parma nasce da un caso fortuito e fortunato. Qualche tempo fa, durante lavori di riordino, è stata ritrovata nei depositi del teatro la scenografia completa di Un ballo in maschera allestito nel 1913 in occasione delle celebrazioni del primo centenario verdiano. Si trattava di enormi scene cartacee, dipinte da Giuseppe Carmignani, uno degli ultimi rappresentanti di spicco della gloriosa scuola scenografica italiana, allievo di quel Girolamo Magnani che fu collaboratore prediletto di Verdi. Un delicato e sapiente restauro ha riportato il materiale all’antico splendore e lo ha restituito all’uso.
Grazie al lavoro meritorio di tanti studiosi, sulla realizzazione scenica dello spettacolo d’opera italiano nell’Ottocento sappiamo ormai molte cose: conosciamo i protagonisti e il loro modo di lavorare, siamo informati sui dibatti estetici dell’epoca, possediamo disposizioni sceniche e iconografia. Ma si tratta pure sempre di competenze parziali, poiché inevitabilmente distanti dal loro oggetto. L’allestimento del Regio regala la possibilità di sperimentare qualcosa che nemmeno la più scaltrita ricostruzione storica riuscirebbe mai ad offrire: la possibilità, cioè, di toccare con mano il modo in cui, verosimilmente, Verdi era solito veder allestite le proprie opere.

La gioia per gli occhi è grande. Le scene di Carmignani rivelano grande maestria pittorica, tanto più sorprendente se comparata alla sciatteria che contraddistingue tante scenografie odierne. Colori vivacissimi e un gioco magistrale di prospettive delineano spazi maestosi, valorizzati dai bei costumi secenteschi di Lorena Marin. Il restauratore Rinaldo Rinaldi e la regista Marina Bianchi meritano elogi non solo per aver ridato vita a un frammento di passato, ma anche per il loro approccio estremamente rispettoso. Laddove i fondali sono risultati irrecuperabili, non si è proceduto a ricostruzioni posticce, ma si sono lasciati spazi vuoti che gli arredi spartani firmati da Leila Fteita esaltano invece che colmare. L’effetto è sorprendente: basta togliere un’esile quinta e la perfetta economia volumetrica originale si slabbra, lasciando il palco seminudo (esempio lampante è quello dell’orrido campo).
Un allestimento di questo genere non ha conseguenze solo sulla fruizione visiva dello spettacolo. Lo spazio praticabile concesso dalle scene è quello strettamente necessario: in altre parole, i cantanti sono sempre alla ribalta, e le loro voci, invece che disperdersi nel palco, vengono proiettate verso la platea. Di conseguenza solisti orchestra e coro possono – anzi, devono – modulare i volumi: ed ecco che si crea lo spazio per la cura delle sfumature, degli accenti, delle dinamiche, degli impasti.

Un’opportunità, questa, còlta a piene mani da Sebastiano Rolli. Beniamino del pubblico locale, la bacchetta parmigiana sfodera tutta la sua padronanza del repertorio di metà Ottocento per offrire una lettura in punta di pennello, delicata e plastica, curata nei colori e nei silenzi: una lettura profondamente teatrale, capace di dare massimo risalto a quel mirabile impasto di registri stilistici concepito da Verdi e dal librettista Somma. Se l’Orchestra Filarmonica Italiana e il Coro del Regio seguono con perizia il dettato direttoriale, nel cast vocale si notano purtroppo alcune disomogeneità.

Piace il Renato di Leon Kim: il baritono sudcoreano recupera una partenza contratta e sfodera una voce educata, di bel timbro, capace di fraseggiare con nobiltà. Buone anche le prove di Silvia Beltrami, un’Ulrica con vocalità ben tornita e forte espressività scenica, e di Laura Giordano, che affronta con carattere e proprietà tecnica i virtuosismi della parte di Oscar. Non eccezionale ma volitivo è il Riccardo di Saimir Pirgu, che mostra un organo squillante e una discreta padronanza del registro sentimentale. Immeritati, oltre che maleducati, i rimbrotti che qualche loggionista gli indirizza nel bel mezzo della cabaletta dell’aria del terz’atto. A completare le parti principali è l’Amelia di Irina Churilova, che possiede un bel registro centrale e mezze voci suadenti, ma che manca per fraseggio e dizione, e ha il malvezzo di risparmiarsi nei passaggi difficoltosi (va detto però che, chiamata a ridosso dell’esordio, le prove per lei sono state poche). Massimiliano Catellani (Samuel) ed Emanuele Cordaro (Tom) offrono esibizioni dignitose, così come Fabio Previati e Blagoj Nacoski nelle parti di contorno.
Il teatro pieno e gli applausi generosi (con qualche isolato dissenso a baritono e tenore) suggellano un allestimento d’eccezione, dedicato alla memoria di Marcello Conati, l’eminente musicologo scomparso poche settimane fa, che proprio alla scenotecnica operistica ottocentesca aveva consacrato studi di riferimento.

Teatro Regio – Stagione lirica 2019
UN BALLO IN MASCHERA
Melodramma in tre atti, libretto di Antonio Somma
da Gustave III ou Le bal masqué di Eugène Scribe
Musica di Giuseppe Verdi

Riccardo Saimir Pirgu
Renato Leon Kim
Amelia Irina Churilova
Ulrica Silvia Beltrami
Oscar Laura Giordano
Silvano Fabio Previati
Samuel Massimiliano Catellani
Tom Emanuele Cordaro
Un giudice Blagoj Nacoski
Un servo di Amelia Blagoj Nacoski

Orchestra Filarmonica Italiana
Coro del Teatro Regio di Parma
Direttore Sebastiano Rolli
Maestro del coro Martino Faggiani
Regia Marina Bianchi
Scene Giuseppe Carmignani
Ripristino fondali Rinaldo Rinaldi
Coordinamento spazio scenico e arredi Leila Fteita
Costumi Lorena Marin
Luci Guido Levi
Coreografie Michele Cosentino
Corpo di ballo Artemis Danza
Allestimento storico (1913) del Teatro Regio di Parma
In coproduzione con Auditorio de Tenerife, Royal Opera House Muscat
Parma, 12 gennaio 2019

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