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Parma, Teatro Regio – Il barbiere di Siviglia

A sipario appena calato sulle celebrazioni del centocinquantenario, il Regio di Parma festeggia Rossini programmando come secondo titolo della stagione 2019 l’inossidabile Barbiere di Siviglia. Un caposaldo assoluto dell’opera buffa e del teatro in musica tout court, mai uscito di repertorio dall’anno della sua creazione (il 1815), eppure, paradossalmente, spesso trascurato dagli studiosi.
Se si guarda all’eccezionale fioritura di testi musicologici nati nell’alveo della Rossini-renaissance, si troverà un numero tutto sommato esiguo di pagine consacrate alla vicende di Figaro, Rosina e Almaviva. Un’eccezione in realtà c’è, ed è sostanziale. Un decina d’anni fa Saverio Lamacchia ha licenziato un libro che dovrebbe figurare nella biblioteca di ogni melomane: Il vero Figaro, o sia il falso factotum. Riesame del Barbiere di Rossini. Un testo godibilissimo, che propone una tesi dirompente: che il vero protagonista dell’opera di Rossini non è Figaro, un fanfarone che non ne azzecca una, bensì il Conte d’Almaviva, che si è soliti considerare figura secondaria. Perché evocare qui questo libro? Perché al Regio (ma ciò, beninteso, accade spesso anche altrove) si è scelto di omettere la grande aria di Almaviva nel secondo atto “Cessa di più resistere”. Ora, come sostiene Lamacchia, questo brano rappresenta la chiave di volta su cui si regge l’opera così come la concepirono originariamente Rossini e il suo librettista Cesare Sterbini: è lì che il Conte mostra sia a livello teatrale che musicale tutta la sua nobiltà d’animo e di sangue, e che, dall’alto della posizione di Grande di Spagna, mette ordine in una meschina situazione orchestrata da un manipolo di borghesucci di dubbia virtù. Non è per pedanteria che si sottolinea questo taglio, né per invocare la chimera della fedeltà al testo, bensì per ricordare che a volte basterebbe relativamente poco – in questo caso il ripristino di un brano – per distinguersi dalla routine – pur di livello onestissimo, come nell’edizione di Parma – e mettere in luce caratteristiche spesso celate di un’opera che abbiamo sentito così tante volte da poter credere (ingenuamente) che non abbia più nulla da dirci di nuovo.

Certo è che, per il suo eccezionale virtuosismo, un’aria come “Cessa di più resistere” necessita di un cantante disinvolto nelle agilità. E questo, forse, non è il caso dell’Almaviva del Regio. Xabier Anduaga è un tenore di buon volume, dal timbro suadente benché nasale all’acuto, capace sì di dolcezza di fraseggio, ma a dir poco sommario nel canto fiorito. Un repertorio più tardo rispetto a quello rossiniano gli sarebbe probabilmente più congeniale. Qualche perplessità desta anche il Figaro di Julian Kim: la voce è copiosa e il timbro rotondo, ma l’appiombo ritmico non è sempre perfetto e il coté istrionico della sua interpretazione appare talvolta troppo accentuato. Chi spicca invece per proprietà interpretativa è Chiara Amarù, una Rosina piccantissima, dalla voce espressiva e omogenea, facile all’acuto, e limpida nelle fioriture. La sua è una prova superlativa, giustamente salutata con applausi entusiastici. Ottimo il Don Bartolo di Simone Del Savio, che sfodera un organo dotato di corpo e di tecnica, e che dispiega una comicità franca senza eccessi caricaturali. Piace Roberto Tagliavini, un Don Basilio secco e legnoso come un ceppo, dalla voce cupa e duttile quanto basta per restituire l’irresistibile crescendo dell’aria “della calunnia”. Si fa apprezzare la Berta di Eleonora Bellocci, con la sua aria di sorbetto ben condotta e accentata, e risultano più che adeguati il delicato Fiorello di Lorenzo Barbieri e il caricato Ufficiale di Giovanni Bellavia.

Il direttore Alessandro D’Agostini fornisce una lettura certo non memorabile, ma nel complesso funzionale. L’Orchestra Toscanini si adegua a tempi spesso dilatati, e, pur mantenendo la quadratura, non sempre restituisce impasti sonori perfettamente calibrati. Il concerto con il palcoscenico è comunque ben condotto, e gli interventi del coro risultano a fuoco.
La messinscena è quella di Beppe De Tomasi creata per il Regio nel 2005, e ora rinfrescata da Renato Bonajuto. Gli attori agiscono su un leggerissima struttura in ferro battuto che con le sue volute moresche richiama gli assolati paesaggi andalusi. Le tenui luci di Andrea Borelli e i sontuosi costumi settecenteschi di Artemio Cabassi arricchiscono un palcoscenico che, nella sua elegante semplicità, risulta funzionalissimo.
Tanti applausi a spettacolo finito, con qualche timida disapprovazione al direttore.

Teatro Regio di Parma – Stagione lirica 2019
IL BARBIERE DI SIVIGLIA
Melodramma buffo in due atti, libretto di Cesare Sterbini
dalla commedia omonima di Pierre-Augustin Caron de Beaumarchais
Musica di Gioachino Rossini

Il Conte d’Almaviva Xabier Anduaga
Don Bartolo Simone Del Savio
Rosina Chiara Amarù
Figaro Julian Kim
Don Basilio Roberto Tagliavini
Fiorello Lorenzo Barbieri
Berta Eleonora Bellocci
Un ufficiale Giovanni Bellavia

Orchestra dell’Emilia-Romagna Arturo Toscanini
Coro del Teatro Regio di Parma
Direttore Alessandro D’Agostini
Maestro del coro Martino Faggiani
Regia Beppe De Tomasi ripresa da Renato Bonajuto
Scene Poppi Ranchetti
Costumi Artemio Cabassi
Luci Andrea Borelli
Allestimento del Teatro Regio di Parma
Parma, 22 marzo 2019

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