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Parma, Festival Verdi 2019 – Nabucco

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“La gazzarra è un venticello che dolcemente incomincia a sussurrar” viene da scrivere, parodiando Don Basilio, dopo aver assistito al Nabucco del Festival Verdi. A forza di soffiare, nelle settimane precedenti all’esordio, sulla fiammella dello scandalo (attività che ha visto impegnati addetti ai lavori, stampa, appassionati), alla fine, come da copione, il bubbone è scoppiato: dapprima alla première, e poi alla seconda recita, alla quale ho assistito. Dopo qualche avvisaglia, fra terzo e quarto atto una parte del loggione s’è messa d’impegno a dileggiare la messinscena, quando un’altra parte del pubblico, per tutta risposta, tentava di zittire fischi e urla a forza di applausi. Scene viste e riviste, ché insultare i registi è da tempo sport nazionale. E poi un po’ di scandalo fa comodo a tutti: non per ultimi ai critici, che in queste circostanze non mancano di fare la paternale ai loggionisti, dipingendoli come cariatidi villane meritevoli di essere isolate (neanche fossero infette) fino al giorno della loro estinzione – tacendo, però, sia detto en passant, che se delle caciare nei teatri italiani si scriveva già (almeno) dai tempi di Rossini e Stendhal, forse si è di fronte a un fenomeno che attiene, più che alle regole della buona creanza, all’antropologia culturale nazionale, e che, in quanto tale, esso fa parte in maniera inestricabile del vivere l’opera nel nostro paese.
Che poi, a concentrarsi troppo sullo spettacolo offerto dal pubblico, va a finire che si lascia in secondo piano quanto accade sul palcoscenico: il che, almeno in questo caso, sarebbe imperdonabile, perché il Nabucco festivaliero è di alta, per certi versi altissima, qualità.

A onta delle contumelie che s’è guadagnata, la regia non è affatto audace quanto si potrebbe pensare, e nemmeno quanto sembrava lecito aspettarsi (o, a seconda dei punti di vista, temere) dai due enfants terribles Stefano Ricci e Gianni Forte. La vicenda è collocata in un futuro post-apocalittico (dal programma di sala si apprende trattarsi dell’anno 2046) che occhieggia pericolosamente al presente. Un popolo in armi, oscurantista e violento, guidato da un dittatore che promuove il culto della propria immagine (questi altri non è, ovviamente, che Nabucco), sottomette con la violenza popoli inermi. La vicenda non si svolge sulla terraferma, ma all’interno di una nave-sottomarino, grigia e claustrofobica, dove ritroviamo alcuni dei simboli tragici del nostra quotidianità (giubbotti salvagente, naufraghi, teleschermi riempiti dai volti del potere). Inutile dilungarsi sul come, di atto in atto, l’intreccio si sviluppi: basti dire che il dislocamento della narrazione in un tempo diverso da quello immaginato da Verdi e Solera nulla toglie all’efficacia del dramma, ma anzi in alcuni casi ne potenzi il messaggio, riuscendo a farne percepire, senza vuota retorica, la stringente attualità. Meritano lodi la perizia tecnica di Nicolas Bovey nella costruzione di scenografie dal sapore cinematografico, la potenza evocativa del progetto luci di Alessandro Carletti, la finitezza dei costumi di Gianluca Sbicca, l’efficace lavoro attoriale svolto su cantanti e coristi. D’impatto le coreografie di Marta Bevilacqua, benché talvolta sibilline negli intenti (ma certo non nell’episodio che ha infiammato il loggione, durante il quale veniva simulato un affogamento in mare con gesti e suoni di ansiogena tragicità).

Il punto di forza di questo spettacolo, in ogni caso, va individuato nel fatto che a un progetto scenico robusto si affianca un altrettanto robusto progetto musicale. Il direttore Francesco Ivan Ciampa ci offre (finalmente!) una lettura di Nabucco vigorosa ma nient’affatto corriva, benissimo calibrata sullo stile giovanile di Verdi. I tempi sono tendenzialmente spediti, le agogiche all’insegna dei contrasti decisi, gli impasti timbrici calibrati senza eccessi di virtuosismo. Il punto più alto dello spettacolo, e che da solo varrebbe il biglietto, va individuato senza ombra di dubbio nel “Va’ pensiero”, una pagina sentita in tutte le salse, ma che qui è apparsa in una veste commovente, di sconvolgente (vorrei quasi dire scandalosa) novità: ogni facile retorica viene disinnescata per far emergere il canto franto di sospiri e singulti di un popolo avvilito ma non vinto. Quanto il coro del Regio abbia saputo brillare in questo allestimento lo si può misurare nell’interminabile corona sul pianissimo finale: pura poesia.

Merito del direttore è stato anche quello di aver saputo valorizzare un parco voci nel complesso eccellente. Nei panni di Nabucco troviamo Amartuvshin Enkhbat, un baritono che si sta guadagnando con merito un posto di spicco nel pantheon dei cantanti d’oggi. La voce è grandiosa per volume e bellezza di timbro, ed è adoperata in modo superlativo: la dizione è perfetta, il fraseggio nobile, gli accenti espressivi. Abigaille è Saioa Hernández, che fa annunciare prima dell’inizio una leggera indisposizione, ma che ciononostante offre una prova d’eccezione: il suo organo potente si adatta benissimo all’ardua vocalità della regina babilonese, tutta virtuosismi spinti e salti intervallari ampi. Solo nell’andante “Anch’io dischiuso un giorno” è emersa una certa asprezza laddove sarebbe servita levigatezza. Per timbro morbido, precisione di emissione ed eleganza del porgere, Annalisa Stroppa è una Fenena di gran lusso, e Ivan Magrì, con la sua vocalità ampia e il fraseggio espressivo si fa molto apprezzare nei panni di Ismaele. Delude lo Zaccaria di Rubén Amoretti, la cui voce pecca di ampiezza, specie negli acuti, mentre ottime prove hanno offerto tutte le parti minori: ieratico il Sacerdote di Belo di Gianluca Breda, volitivo l’Abdallo di Manuel Pierattelli, elegante e puntuale l’Anna di Elisabetta Zizzo.

Festival Verdi 2019 
NABUCCO
Dramma lirico in quattro parti su libretto di Temistocle Solera
Musica di Giuseppe Verdi
Edizione critica a cura di Roger Parker

Nabucco Amartuvshin Enkhbat
Ismaele Ivan Magrì
Zaccaria Rubén Amoretti
Abigaille Saioa Hernández
Fenena Annalisa Stroppa
Il Gran Sacerdote di Belo Gianluca Breda
Abdallo Manuel Pierattelli
Anna Elisabetta Zizzo

Filarmonica Arturo Toscanini
Orchestra Giovanile della Via Emilia
Coro del Teatro Regio di Parma
Direttore Francesco Ivan Ciampa
Maestro del coro Martino Faggiani
Progetto creativo Ricci/Forte
Regia Stefano Ricci
Scene Nicolas Bovey
Costumi Gianluca Sbicca
Luci Alessandro Carletti
Coreografie Marta Bevilacqua
Nuovo allestimento del Teatro Regio di Parma
in coproduzione con Teatro nazionale croato di Zagabria
Parma, Teatro Regio, 3 ottobre 2019

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