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Parigi, Théâtre des Champs-Elysées – Iphigénie en Tauride

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In una Parigi torrida, in cui i termometri si surriscaldano e i pensieri sono rivolti alla caccia di oasi di frescura, arriva un gioiello abbastanza inatteso. Sin dalla “generale” è trionfo e il tam-tam della produzione da non perdere risuona nella capitale. Ed eccoci dunque tutti a riscoprire e ad acclamare questa Iphigénie en Tauride che resterà come uno degli spettacoli migliori della stagione. Inevitabilmente, il confronto richiama in ballo l’Orfeo ed Euridice che andò in scena sempre al Théâtre des Champs Elysées lo scorso anno. Entrambe le produzioni firmate dal regista canadese Robert Carsen. Un paragone però tutto a svantaggio dell’infelice Orfeo.
Le ragioni del successo sono certo i musicisti, tanto quelli in buca quanto quelli sul palcoscenico. Tutti eccellenti. Sin dall’ouverture, l’orchestra, il Balthasar-Neumann-Ensemble, tira fuori gli artigli: la falange tedesca e il suo partner corale (Balthasar-Neumann-Chor) sono anni luce lontani dalla leziosità e peggio da una lettura incolore. Al contrario, orchestra e coro sfoderano un Gluck pieno di pathos, virtuoso per la sua assimilazione del linguaggio della tragédie lyrique francese, dai colori contrastati. E certo l’attentissimo direttore Thomas Hengelbrock può rivendicarne il merito principale.

Mentre in buca, gli strumentisti si dimenano per consegnarci una partitura piena di energia, i cantanti si rivelano non certo da meno. Sin dalle prime note, Gaëlle Arquez è là, dritta su scena, dove resterà quasi fino alla fine, a parte qualche momento di pausa. Il ruolo eponimo dell’opera pesa sulle sue spalle e, va detto, sarà alla fine la prima artefice del trionfo. Già ammirata a Parigi, all’Opéra-Comique, nel Comte Ory di Rossini, la Arquez non smette di progredire. È ormai un’interprete compiuta, capace non solo di conquistare la sala per la tecnica vocale (perfetta) e per il timbro (mai sgradevole, neppure nei passaggi più aspri), ma anche per la sua presenza scenica imponente. L’affiancano altri cantanti degni di lode. Come non citare Stéphane Degout? Il suo è un Oreste impareggiabile, ancora una volta tanto vocalmente quanto attorialmente. Seduce il pubblico parigino pure il tenore italiano Paolo Fanale (Pylade), agile nella vocalità gluckiana quasi da proto-Don Ottavio, dotato di un bel legato sensuale. Fanale e il senese Francesco Salvadori (nel ruolo di uno scita) saranno le eccezioni in un cast altrimenti tutto francese: contrariamente a certi cliché, la nuova scuola del canto francese è ormai capace di produrre artisti impareggiabili. Ma questo non va detto in Italia dove le lobby delle agenzie continuano a fare finta di ignorarlo e dove le rare opere in francese continuano a essere prodotte con un cast tutto balcano-russo-italofono.

E la regia? Ahimè, è l’elemento più deludente della produzione. Carsen fa muovere tutti dentro un grande cubo nero, opprimente. Bella l’idea all’inizio. Un po’ meno alla fine. E quella dei nomi scritti e cancellati è una trovata che sa di déjà-vu. Per fortuna, le coreografie del bravissimo Philippe Giraudeau apportano una brezza di movimento a una scena troppo monolitica.

 Théâtre des Champs-Elysées – Stagione 2018/19
IPHIGÉNIE EN TAURIDE
Tragédie lyrique in quattro atti su libretto di Nicolas-François Guillard
Musica di Christoph Willibald Gluck

Iphigénie Gaëlle Arquez
Oreste Stéphane Degout
Pylade Paolo Fanale
Thoas Alexandre Duhamel
Diane, Seconde Prêtresse Catherine Trottmann
Un Scythe Francesco Salvadori
Première Prêtresse, Femme grecque Charlotte Despaux
un Ministre du Sanctuaire Victor Sicard

Balthasar-Neumann-Ensemble
Balthasar-Neumann-Chor
Direttore Thomas Hengelbrock
Regia e luci Robert Carsen
Scene Christophe Gayral
Coreografie Philippe Giraudeau
Costumi Tobias Hoheisel
Luci Robert Carsen e Peter van Praet
Nuovo allestimento
Parigi, 24 giugno 2019

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