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Palermo, Teatro Massimo – La Favorite

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Antiquari (e antiquati…) di tutto il mondo, unitevi! Torniamo all’antico e sarà un progresso! Parafrasare Marx e citare Verdi può forse essere utile per tentare di spiegare quello che il teatro d’opera sta vivendo nel corso degli ultimi mesi: a voler tacere di irrefrenabili registi nonagenari, nel pieno fervore creativo, dalle Alpi alla Conca d’oro sembra avanzare un movimento di ritorno al passato che ormai dilaga sui palcoscenici italiani. L’Ernani scaligero dell’autunno scorso, infatti, ha riportato alla ribalta scenari dipinti e costumi d’epoca, facendo risorgere dalle ceneri tutto un mondo che il teatro di regia, nel corso dell’ultimo mezzo secolo, sembrava aver definitivamente sepolto nella polvere. Il Teatro Massimo di Palermo si allinea con questa tendenza riproponendo – a quasi cinquant’anni dall’ultima edizione, peraltro nella versione italiana – La Favorite di Gaetano Donizetti, titolo un tempo radicato nel repertorio dei teatri lirici ma adesso caduto in desuetudine. Proposta interessante, dunque, che però è da accogliere con un pizzico di rammarico per quell’Ange de Nisida, cartone preparatorio dell’opera, recentemente riscoperto nel Regno Unito e che il pubblico italiano avrebbe forse potuto conoscere, in questa circostanza.

Accolto con entusiasmo e vibrante successo da un pubblico internazionale, lo spettacolo palermitano è sontuoso, oltre ogni umana idea. Come già in Scala, l’espediente è sempre quello del teatro nel teatro, qui peraltro appena accennato: l’alzarsi di un triplice sipario accompagna infatti l’opera, dapprima quello di Giuseppe Sciuti, recentemente restaurato (un’imponente tela che raffigura L’uscita di re Ruggero da Palazzo reale), quindi il velario vero e proprio, e infine un terzo, sempre scarlatto, che si apre all’imperiale per incorniciare l’azione. E quando infine è dato penetrare in una navata laterale della chiesa di San Giacomo di Compostela, l’ardita prospettiva per angolo sviluppata dalla tela dipinta da Francesco Zito rinnova i fasti del grand opéra francese. Sono ormai pochi gli scenografi in grado di misurarsi con una spettacolarità leggendaria, qui ricostruita con una minuzia di dettagli, con un gusto della ricerca storica e della couleur locale, quale figurava sin dalla creazione dell’opera – spettacolo cui attesero, com’è noto, ben sei tra gli scenografi attitrés dell’Opéra. Artigianato d’altissimo profilo, nel quale si riscopre non soltanto la Spagna immaginaria, che avrebbe dominato la cultura francese fino al vertice di Carmen; ma soprattutto quel filone medievalista, riportato in auge dai restauri e dalle ricostruzioni storiche di Viollet-le-Duc. A questa felicità inventiva – che dopo lo sfarzoso incipit tocca il culmine nel terzo atto, all’Alcazar di Siviglia – l’artista palermitano aggiunge quanto oggi consente la tecnica: su tutto il gioco di trasparenze, che si fa prezioso intarsio di filigrane nell’ultimo atto, con il ritorno al Monastero attraversato da processioni penitenziali, fino alla folgorante visione della cupola della cattedrale, quando si spegne la protagonista. Lussuosi, i costumi contribuiscono in maniera determinante a restituire quell’estetica del tableau vivant, propria del teatro musicale francese, senza mai scadere nell’eccesso o, peggio, nel kitsch più dichiarato. Note meno positive, invece, sono da registrarsi per la regia di Allex Aguilera, che probabilmente ha assicurato la concezione dello spettacolo, ma che per il resto rimane fin troppo discreta, se non palesemente assente, isolando solisti e masse corali in composizioni staticamente decorative. Più convincente l’esecuzione del balletto, che Carmen Marcuccio opportunamente affida in forma squisitamente accademica a un affiatato pas de huit, fino a un pas mauresque che conclude trionfalmente il divertissement del secondo atto.

La cornice, tuttavia, non distoglie dal contenuto, che è di gran pregio, in equilibrio tra artisti stranieri e italiani, questi ultimi perfettamente in grado di affrontare il repertorio francese. Léonor è Sonia Ganassi, che – al di là di alterne vicende, peraltro con alcuni perigliosi debutti all’orizzonte – nel belcanto di primo Ottocento è sempre e comunque interprete di riferimento: per cominciare perché conferisce alla sua Favorita una nobiltà d’accento, che la fa ben figurare alla corte di Spagna; e perché esalta – ma senza mai eccedere – la dimensione patetica del personaggio, fino al commovente duetto finale, in cui rimane innamorata seppur pentita, appassionata ma pronta al sacrificio finale. Non è il registro grave a rendere giustizia all’interprete, ma quello acuto, che le permette di cesellare un «O mon Fernand» morbido, generosamente pastoso, accuratamente levigato, in mirabile accordo con il corno concertante.
In Fernand John Osborn trova uno dei suoi ruoli di elezione. Stilista inarrivabile, sfodera una padronanza dello strumento senza pari: duttilità dell’emissione, controllo dei fiati portentoso, cura della prosodia francese sempre rotonda, ricercata, eloquente, gusto per l’edonismo vocale, cui lo destina la consentaneità timbrica alla mitica vocalità di Gilbert Duprez, primo interprete del ruolo. Sfugge, peraltro, al pericolo del personaggio monocorde, a senso unico, privo di spessore: e se la romance del primo atto è inscritta in un legato memorabile, atto a descrivere il fascino dell’incontro con «Un ange, une femme inconnue», fino al luminoso do diesis della cadenza; nel gran Finale del terzo atto esibisce fierezza e nobiltà d’animo, che scaturisce dalla tragedia del tradimento di cui è stato vittima. Vertice di questa interpretazione è, tuttavia, un «Ange si pur» in cui il canto angelicato sfuma nell’estasi onirica, nel rapimento mistico: intonato a fior di labbro, a mezza voce, culmina su un do sovracuto giustamente conquistato in pianissimo, impresa forse tra le più luminose che il tenore statunitense ha coronato nella sua pur blasonata carriera.
Di eccellente caratura è pure l’Alphonse di Mattia Olivieri, che s’impone per il piglio giovanile, la foga baldanzosa, l’energia volitiva con cui tratteggia un monarca tanto innamorato quanto spietato. In questa visione del personaggio, lo supportano un timbro chiaro, che lo rende persuasivo antagonista del jeune premier, l’eccellente proiezione del suono ma soprattutto l’esemplare nobiltà del legato: «Léonor, viens», la sua grande aria di sortita, diventa tributo all’eleganza del belcanto di stampo belliniano, alla purezza di una linea di canto tornita, magniloquente, sontuosa.
Adeguato appare pure il Balthazar di Mirko Mimica, a proprio agio nel repertorio di primo Ottocento tanto per l’asciutto physique du rôle quanto per l’autorevolezza del potere religioso, chiamato a rappresentare. Nei ruoli di fianco si ritaglia un posto di rilievo, infine, l’ottimo Gaspar di Blagoj Nacoski, insinuante anticipazione di Jago, incarnazione delle perversioni del male tra le pieghe della storia, mentre la compagine corale risponde con efficacia e varietà di coloriti alla direzione di Piero Monti.

Sul podio dell’Orchestra del Massimo di Palermo, la bacchetta di Francesco Lanzillotta si rivela sensibile al dettato donizettiano, mettendo a profitto l’edizione critica curata oltre vent’anni or sono da Rebecca Harris-Warrick. Governa con scrupolosa attenzione una materia tanto complessa e impegnativa, sostenendo le ragioni del canto e, in maniera più ampia, della scena: sin dal Prélude evidenzia infatti quel respiro melodico, destinato a espandersi progressivamente, fino al magnifico concertato che chiude il terzo atto, autentica esplosione di affetti contrastanti, di un turbine di sentimenti portati verso un turgore espressivo dominato con calcolato effetto. Lo asseconda una compagine in grande spolvero, capace di rendere giustizia alle complessità concertanti della partitura, in un gioco di dinamiche, chiaroscuri e accenti capaci di creare atmosfere sempre suggestive: perché della Favorite il direttore romano perfettamente coglie l’aspetto più malinconico e autunnale, anticamera verso un prematuro crepuscolo, venato di rimpianto.

Teatro Massimo – Stagione di opere e balletti 2019
LA FAVORITE
Opéra in quattro atti di Alphone Royer, Gustave Vaëz e Eugène Scribe
Musica di Gaetano Donizetti
Edizione critica a cura di Rebecca Harris-Warrick

Léonor de Guzman Sonia Ganassi
Fernand John Osborn
Alphonse XI Mattia Olivieri
Balthazar Marko Mimica
Don Gaspar Blagoj Nacoski
Inès Clara Polito
Un seigneur Carlo Morgante

Orchestra, Coro e Corpo di ballo del Teatro Massimo di Palermo
Direttore Francesco Lanzillotta
Maestro del coro Piero Monti
Regia Allex Aguilera
Scene e costumi Francesco Zito
Luci Caetano Vilela
Coreografia Carmen Marcuccio
Nuovo allestimento
Palermo, 3 marzo 2019

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