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Palermo, Teatro Massimo – Il barbiere di Siviglia

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Pacioso, pingue, poltrone. Su un grande schermo, che funge da sipario di scena, Gioachino Rossini troneggia al centro di un lettone, un bicchiere di vino a sinistra, una pila di carta da musica a destra, alle prese con la redazione rapida, rapidissima, anzi vorticosa, della partitura che si reclama a gran voce. È un delizioso Barbiere di Siviglia in versione cartoon quella che il Teatro Massimo di Palermo ospita – in sagace alternanza con la più tradizionale Traviata – nella fortunata produzione firmata da Pier Francesco Maestrini e Joshua Held, che dopo il debutto al Filarmonico di Verona, nel 2015, è già stata salutata con favore da New York a Pechino, da Lubecca a Montevideo. Come nella migliore tradizione cinematografica, anche qui «Gioachino Rossini presenta Gioachino Rossini», ossia un Barbiere di Siviglia di cui il Pesarese è autore e onnipresente interprete. Mentre la Sinfonia scivola leggera e impertinente, Gioachino è uno, nessuno e centomila: il tempo di arricciare un boccolo e assume i panni dell’impertinente Rosina o di indossare l’abito talare per trasformarsi nell’infido Don Basilio. È, insomma, una specie di insospettabile ispettore Clouseau, una sorta di pantera rosa pronta a prendersi gioco di tutto e di tutti prima di consegnare la partitura al suggeritore, uscire di scena e tornare a sonnecchiare tra le spesse coltri del suo accogliente giaciglio.

Frattanto, lo spettacolo incalza e, subito, divide il pubblico. C’è chi si dice sopraffatto e presto affaticato dall’inesauribile verve del cartone animato, che rischia di fagocitare la partitura facendola diventare quasi una ridondante colonna sonora; buona parte del pubblico più giovane, invece, rimane irretito dalla girandola di situazioni, sovraesposizioni, racconti paralleli che il video aggiunge al plot, moltiplicandone e amplificandone la dirompente carica cinetica. A questo si aggiunga che i disegni animati raramente intendono essere meramente illustrativi o didascalici, ma si propongono come sapido commento, chiosa spassosa, arguto contrappunto all’azione principale, grazie a un’arte della citazione sempre calzante, intrigante, convincente. Si prenda il caso della sortita di Rosina, che si presenta su una ruota di rose rosse American Beauty, da cui finirà sensualmente sommersa; o ancora il finale primo, in cui «l’orrida fucina» dove «il cervello poverello […] si riduce ad impazzar» ripete gli stritolanti congegni a orologeria di Metropolis: nel Quadro di stupore che conclude il primo atto è particolarmente sottile l’analogia tra i robot creati dal professor Rotwang, lo scienziato pazzo del film di Fritz Lang, e l’umanità burattinesca e delirante scaturita dalla fervida fantasia di Rossini. Gli esempi sono tanti, non tutti necessariamente memorabili – come la palestra in cui Rosina e Figaro si scambiano le prime confidenze – ma con punte di irresistibile ironia, come nella grande Aria finale del Conte, «Cessa di più resistere», trascinante pagina preparatoria del Rondò di Cenerentola ma anche interminabile zeppa drammaturgica, in cui l’azione si ferma, i personaggi prendono posto nella platea ideale di un cinema e avidamente consumano pop corn, in attesa che il Grande di Spagna dia prova delle sue patenti di nobiltà: sotto lo sguardo vigile e sornione del compositore, pronto ad assicurare il lieto fine della vicenda alla presenza dei suoi colleghi futuri, da Giuseppe Verdi a Giacomo Puccini al riccioluto Giovanni Allevi, testimoni plaudenti del suo genio musicale. Per gli interpreti si tratta di uno spettacolo faticosissimo, attesa la necessità di garantire la sincronia di movimento tra il video e l’azione sul palcoscenico: ma il risultato è calcolato in maniera millimetrica, grazie anche al sostanziale contributo degli ipertrofici, fantasiosi costumi di Luca Dall’Alpi, e al calibratissimo gioco di sfumature realizzato dalle splendide luci di Bruno Ciulli. Dopo tante letture insipide o patinate è, insomma, un Barbiere in cui, finalmente, ci si diverte di gusto: con buona pace di Rossini, sorridente deus ex machina della produzione.

L’eccellenza del risultato finale è assicurato da una compagnia di canto giovane, pimpante, vivace: formata da artisti che appartengono all’ultima generazione di talenti rossiniani, talmente a proprio agio con la scrittura del Pesarese da dimostrarlo anche in condizioni estreme, come quella in questione. È il caso dell’esuberante Figaro di Vincenzo Taormina, dalla presenza scenica di contagiosa bonomia, baritono sempre timbratissimo, dal fraseggio ampio, magniloquente, forbito. È l’incarnazione stessa di quell’arguzia borghese che trionfa sulle difficoltà, piega il destino a proprio vantaggio, raggiunge gli obiettivi che si propone. E, in più, riesce a instaurare un ottimo rapporto con la sala, grazie a degli ‘a parte’ che diventano abile opera di mediazione, garbata ricerca del consenso, condivisione di affetti. Lo affianca l’eccellente Rosina di Chiara Amarù, di cui non sai se apprezzare maggiormente la rotondità del mezzo, il suo morbido velluto, la perizia di una coloratura sempre fluida e scorrevole. Tratteggia un personaggio malizioso e malioso, interamente fondato sulle ragioni del canto: è una ragazza vispa e peperina, scatenata quando comprende che è venuto il momento di agire – segnatamente in una scena della lezione al calor bianco – ma pronta a rivendicare i propri diritti, prima del finale. L’esplosione di gioia che chiude l’opera è anche il momento più convincente di Levy Sekgapane, che sta costruendo una carriera in crescendo di cui adesso miete i primi, persuasivi risultati. Ha voce piccola ma aggraziatissima, leggerissima alcuni anni fa ma adesso adeguatamente leggera: progressivamente più tornita, svettante nei sovracuti, attenta alle sfumature, al colorito affettuoso della Serenata come alla sicurezza con cui affronta l’Aria finale. Sarà interessante seguirlo ulteriormente nei prossimi passi.

Se nei ruoli di fianco efficacemente si disimpegnano la Berta sordastra e pasticciona di Piera Bivona, il Fiorello attendibile di Tommaso Barea, l’Ufficiale altezzoso di Antonio Barbagallo e l’Ambrogio servizievole di Alberto Domenico Mastromarino, una menzione speciale meritano i due buffi: Carlo Lepore, nonostante cominci a far capolino una vocalità a tratti usurata, è un Basilio autorevole e imponente, accorto nel costruire la gamma dinamica ed espressiva della sua sortita; mentre Marco Filippo Romano è forse il migliore della distribuzione, Bartolo musicalissimo, infallibile nei sillabati mitragliati con precisione millimetrica, invidiabile per pienezza di timbro e pronta adesione alla grammatica rossiniana.

Sul podio di un’Orchestra in forma smagliante e di un Coro maschile, preparato da Ciro Visco, perfettamente integrato nell’Introduzione e nel Finale del primo atto, Gianluca Capuano legge Il barbiere di Siviglia come un perfetto meccanismo a orologeria, una macchina oliata, magistralmente accudita, magnificamente rodata. Legge tutto d’un fiato, ma si pone sempre al servizio dei cantanti e di quelle prime parti che hanno modo di brillare ma anche di arricchire l’assieme, di restituire la straordinaria ricchezza e varietà della partitura. Non è facile rendere interessante un titolo fin troppo noto, usurato dal tempo, appesantito da una tradizione stancamente ripetuta: aver tirato a lucido la macchina, rendendola scattante, brillante e sfolgorante è merito non da poco. Per ricordarci che un capolavoro non soltanto resiste al tempo e alle trasformazioni, ma anzi le permette, le accoglie e le esalta.

Teatro Massimo – Stagione di opere e balletti 2019
IL BARBIERE DI SIVIGLIA
Melodramma buffo in due atti di Cesare Sterbini
Musica di Gioachino Rossini

Il conte d’Almaviva Levy Sekgapane
Don Bartolo Marco Filippo Romano
Rosina Chiara Amarù
Figaro Vincenzo Taormina
Don Basilio Carlo Lepore
Berta Piera Bivona
Fiorello Tommaso Barea
Un ufficiale Antonio Barbagallo
Ambrogio Alberto Domenico Mastromarino

Orchestra e Coro del Teatro Massimo
Direttore Gianluca Capuano
Maestro al fortepiano Giacomo Gati
Maestro del coro Ciro Visco
Regia Pier Francesco Maestrini
Animazione e ideazione Joshua Held
Costumi Luca Dall’Alpi
Luci Bruno Ciulli
Allestimento della Fondazione Arena di Verona
Palermo, 24 settembre 2019

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