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Palermo, Chiostro della GAM – La Cenerentola

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Il nodo della cravatta leggermente allentato, il primo bottone della camicia sbottonato, Alessandro Cadario guadagna rapidamente il podio di una Cenerentola estiva, quella che il Teatro Massimo di Palermo programma extra muros nella sobria cornice del chiostro dell’antico complesso monastico di Sant’Anna la Misericordia, gemma dell’architettura barocca siciliana, oggi sede della prestigiosa Galleria d’Arte Moderna (GAM): benché sia sera inoltrata, la colonnina di mercurio si ostina a non scendere al di sotto dei 30° centigradi, condizione non certo ottimale per affrontare il capolavoro di Gioachino Rossini. Pure, gli bastano pochi minuti per prendere in mano la situazione e galvanizzare un’orchestra che, se appare abbastanza svogliata nella Sinfonia, progressivamente recupera una scansione più incalzante, un’efficace gamma delle dinamiche e dei segni espressivi, un suggestivo gioco di chiaroscuri. Certo è un’edizione light, con i recitativi abilmente sfrondati e, addirittura, un taglio più rilevante nella prima parte del Finale I (l’intera scena decima del primo atto, con la nomina di Don Magnifico a cantiniere regio), oltre all’inversione della Canzone di Angelina, nella ripresa del II atto, eseguita dopo il Temporale per esigenza di mutazione scenica. Ma La Cenerentola è quasi tutta lì e, soprattutto, mai viene meno lo spirito rossiniano: una comicità che non elude i grandi passaggi buffi, ma sa valorizzare anche la tinta più sottilmente malinconica, la soavità del primo incontro tra Ramiro e Angelina, il piglio eroico della grande Aria tenorile. Ne scaturisce un’edizione fresca e coinvolgente, condotta in maniera oculata, al netto di alcune intemperanze nella buca (ahi, quel trombone!) e di qualche istante di sfasatura col palcoscenico, nella sortita di Don Magnifico. Ma sono sfumature veniali, in un contesto sempre estremamente godibile e spensierato.

Fa bene, poi, il Teatro a valorizzare alcuni talenti siciliani, ormai affermati in tutto il mondo, in una serata che segna quasi un ideale passaggio di testimone: ospite d’onore del parterre è infatti una pietra miliare del belcanto rossiniano, Simone Alaimo, che non soltanto è Don Magnifico di riferimento, ma è stato anche il primo Alidoro a intonare l’Aria «Là del ciel nell’arcano profondo», pezzo virtuosistico composto per il basso Gioacchino Moncada e recuperato per la prima volta da Claudio Abbado alla Scala, in occasione della leggendaria produzione del 1982. Tanto più che si tratta di artisti di pregio, a cominciare dall’Angelina di Chiara Amarù, che ritorna a essere applaudita tre anni dopo la sua esibizione al Massimo. Voce omogenea e pastosa, incarna una Cenerentola sopranile, arma che impiega per evidenziare il candore, perfino l’ingenuità del personaggio, di cui coglie alla perfezione l’evoluzione drammatica, dalla Canzone iniziale, intonata con fraseggio languido e vellutato, fino al tripudio delle roulades del Rondò finale, affrontato con invidiabile sicurezza e slancio. Rispetto alla precedente edizione, sembra aver maturato una consapevolezza scenica, una presenza carismatica capaci di conquistare il pubblico e suscitare un’empatia spontanea, affettuosa, modernamente fondata sull’eleganza di un tessuto di variazioni, appositamente impostato per valorizzarne la tecnica. La affianca il valido Ramiro di Francisco Brito, voce puntuta ma aggraziata, interprete funzionale ed efficace, protagonista di una prova in crescendo che culmina nella grande Aria, declinata con ampio sostegno dei fiati, fluidità della coloratura, proprietà stilistica.
Sugli scudi Francesco Vultaggio, Dandini di eccellente caratura vocale, sempre timbratissimo, presente, dominatore del palcoscenico. Ha dalla sua, infatti, una tale consentaneità con la sintassi buffa, da suscitare il pieno coinvolgimento del pubblico soprattutto negli a parte, che costellano il ruolo sin dalla sua esilarante sortita e fino al Sestetto conclusivo. Con un’estrosa parrucca cilestrina, costruisce un monarca compiaciuto del suo dandismo, rientrando poi nei ranghi del servitore in un Duetto di sapida, contagiosa comicità. Gli fa da contraltare Fabio Maria Capitanucci, Don Magnifico forse fin troppo chiaro, in punto timbrico, ma comunque convincente in un ruolo che, tuttavia, dovrà maturare, a partire dai sillabati che, al momento, non sono ancora pienamente scorrevoli. È, peraltro, interprete estremamente sobrio sulla scena: dando vita a un ritratto che evita una retorica ormai superata, ma tarda a rivelarsi catturante.
Meritano infine un plauso la svettante Clorinda di Giulia Mazzola, strepitosa nell’attacco del grande concertato del Finale I; e la prorompente Tisbe di Irene Savignano, caricaturale ma senza eccessi, persuasiva scenicamente e vocalmente. Non convince invece l’Alidoro di Emanuele Cordaro, manifestamente impari alle esigenze dell’Aria, ma soprattutto incline a un fastidioso parlato, che ne denuncia i limiti espressivi. Corretti gli interventi del Coro maschile, istruito da Piero Monti, che così si congeda dalla compagine palermitana.

Quanto allo spettacolo, è un esempio di gestione virtuosa del materiale di repertorio. I costumi, infatti, in gran parte riutilizzano quelli della memorabile Figlia del reggimento di Franco Zeffirelli, forse lo spettacolo più longevo dell’intera storia del Massimo, per la prima volta allestito nel 1959 ma ripreso fino al 2016: tinte sgargianti, tutto un gioco di sfumature ton sur ton che si contrappongono alle nuove scene, dipinte da Christian Lanni. Delimitata da un sipario turchese, la ‘scatola’ scenica è architettata secondo la prassi ottocentesca – un fondale, un principale e tre quinte laterali: che se da un lato omaggiano l’approccio naïf di Zeffirelli, dall’altro ricordano le stampe di Épinal, dal garbato sapore popolaresco. Non si tratta, dunque, solo di una produzione all’insegna del risparmio: è commendevole, talora, rievocare in maniera sorridente un modo di far teatro oggi definitivamente tramontato, ma dalle salde radici storiche. Sono mirabilmente studiate, infatti, le tre mutazioni sceniche (la sbiadita dimora di Don Magnifico; la scena «deliziosa», con tanto di nuvole ispirate a Magritte, «fra giardini e fra boschetti»; e infine la sontuosa reggia dai colori chiassosi, comicamente ai limiti del kitsch) su cui Alberto Cavallotti dispone una regia nel solco di una tradizione rassicurante, sorridente, fiabesca. Non mancano, peraltro, trovate divertenti, come l’arrivo della carrozza e il cambio d’abito di Angelina, che in pochi istanti sostituisci gli stracci con un sontuoso abito da sera. Quasi a voler ricordare che, se i sogni son desideri, a teatro possono avverarsi in una torrida notte di mezza estate: «finito è lo spettacolo e l’incanto», avrebbe assicurato Puck, in attesa che il sipario si rialzi, domani, un’altra volta.

Teatro Massimo – Summerwhere 2019
Chiostro della GAM (Galleria d’Arte Moderna)
LA CENERENTOLA
Dramma giocoso in due atti di Jacopo Ferretti
Musica di Gioachino Rossini

Don Ramiro Francisco Brito
Dandini Francesco Vultaggio
Don Magnifico Fabio Maria Capitanucci
Clorinda Giulia Mazzola
Tisbe Irene Savignano
Angelina Chiara Amarù
Alidoro Emanuele Cordaro

Orchestra e Coro del Teatro Massimo di Palermo
Direttore Alessandro Cadario
Maestro al fortepiano Giacomo Gati
Maestro del coro Piero Monti
Regia Alberto Cavallotti
Scene Christian Lanni
Costumi della Sartoria del Teatro Massimo
Nuovo allestimento del Teatro Massimo di Palermo
Palermo, 7 luglio 2019

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