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Napoli, Teatro San Carlo – La dama di picche

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Tre, sette, asso. E, a fatale boomerang, una beffarda donna di picche. Non sono solo i numeri delle carte stregate e con prepotenza carpite dall’ossessionato ufficiale tedesco Hermann portando all’infarto la decrepita quanto arcigna e post mortem vendicativa Contessa, un tempo bella e corteggiatissima Vénus moscovita dei salotti parigini. Carte che, fra libretto e pentagramma, tornano quale combinazione a chiave in triplice rimbalzo anapestico a mo’ di segnale ipnotico lungo l’intera opera, fino al suicidio del vile e folle giocatore dinanzi all’imprevisto smacco della sua ultima puntata. Ma anche, in radiografia critica tirando la linea dei voti dello spettacolo, senz’altro i numeri della Dama di picche (Pikovaja Dama) di Čajkovskij, con l’Onegin opera somma del compositore russo, così come giocata dal Teatro San Carlo di Napoli sul delicato tavolo inaugurale della nuova Stagione lirica e di balletto 2019/20, portando in scena nella ripresa di Stefan Heinrichs una produzione non inedita, con targa estera (Staatsoper Hamburg) e senza particolari agganci progettuali per quanto in prima nazionale, scegliendo l’ormai datata (anno 2003), smozzata (sia per il taglio della briosa Introduzione che del settecentesco Intermezzo pastorale) e luttuosissima versione firmata dal pur geniale regista Willy Decker, autore del parimenti interiorizzato e cinematografico allestimento della recente Kat’a Kabanová di Janáček proposta sullo stesso palcoscenico nel dicembre dello scorso anno. Praticamente, al di là di una generica allure modernamente europea e di un’indiscutibile qualità di segno garantita fra buca e palco dalla felice intesa fra la mano registica e quella musicale, la cifra cupa ha lasciato un po’ tutto il pubblico della “prima” se non annoiato perplesso, all’ombra delle luci auspicabili e immaginate in apertura di cartellone per una Fondazione lirica italiana dalle glorie storiche uniche quanto a specificità di tradizione, bagaglio documentale e potenziale tecnico-artistico.

In sostanza, ferma restando l’intelligente pertinenza di un’oppressione psichica generata dall’ineluttabile senso della morte, cifra effettivamente presente fino al midollo nell’esistenza ai margini del compositore Čajkovskij come in ogni fibra malata dell’opera confezionata in tandem con il retorico testo del fratello minore Modest, sullo spunto dell’omonima novella di Aleksandr Puškin, non è possibile pensare di somministrare per la festa d’apertura di stagione tre ore di spettacolo di ceppo russo, con cast interamente straniero, al di là del proprio Coro e della propria Orchestra, avvalendosi nella soluzione scenica ideata da Wolfgang Gussmann al pari dei costumi (nell’occasione curati da Sara Berto) di un’unica camera oscura attraversata da sedici alti pilastri a scorrimento meccanico e costante, ovviamente con cardine centrale su un grande tavolo da gioco, più due poltrone trapuntate in pelle nera, poche sedie, tre ritratti, qualche carta in proiezione e null’altro. Per giunta eliminando gli unici momenti a contrasto più sereni (l’Introduzione al numero uno, nel Giardino d’Inverno in primavera, allo splendere del sole, affidato al Coro di bambini e bambinaie, quindi l’Intermezzo bucolico “La sincerità della pastorella” al numero 14 nell’atto centrale) che avrebbero almeno garantito un’utile ricaduta sul pur valido Coro di voci bianche del San Carlo e sui richiami settecenteschi di tradizione partenopea. A ciò si aggiungano alcune manomissioni al testo qua e là, quali la morte della giovane Liza avvenuta non per suicidio in un canale ghiacciato, bensì per un colpo di pistola accidentalmente partito durante lo scontro corpo a corpo con l’amato ma ormai folle Hermann, quindi il suicidio di quest’ultimo usando una rivoltella anziché il previsto pugnale quando ogni suo avere risulta perduto ritrovandosi fra le mani la carta imprevista della donna di picche, anziché il magico asso. Il tutto, tra l’altro, a fronte dell’ultima Dama sancarliana che ben ricordiamo, proposta nel gennaio 2005 con opulento allestimento su un decadente Ottocento russo a firma di Francesca Zambello e magistrale Contessa dell’insuperata mattatrice Raina Kabaivanska, ancora oggi ombra difficile da scalzare in questo e altri ruoli da cantante-attrice purosangue.

Pertanto una Dama di picche, quella di Decker, perfettamente studiata nei gesti aristocratico-militari, compatta e intensa, ma monocorde nella sua tinta perennemente chiusa e sinistra, livida e macabra. Fatta opportunamente di sguardi, prospettive interiori, luci in sovraesposizione spettrale con una Contessa che è sin dal principio già convitato di pietra e acme di dubbio gusto nel sinistro cerimoniale di Corte sovrastato da un’imperiale Caterina II che svela il suo volto di morte. Intorno, teschi sulle carte-stendardo più mascherata da brutto sogno – più che semplicemente onirica – con un feretro cavalcato da uno scheletro in tuta e falce, mentre Hermann appare vestito da inquietante Pierrot. A poco è valso, dinanzi a tanta necrofilia, l’accento sul tema vivo del gioco spinto all’esterno della Fondazione accogliendo il pubblico con due altissimi trampolieri all’ingresso, fra le indecorose impalcature dei lavori di ripresa di un restauro tanto costoso e neanche troppo lontano, o attivando in anteprima un flash mob fatto di giovani e confezionando un delizioso libretto di sala con carta di picche, nella casualità dei citati numeri segreti più figura di donna sul recto, infilata nel taglio della copertina. E pure a poco valgono le lamentele postume da parte del sindaco-presidente della Fondazione lirica napoletana sulla mancata diretta Rai secondo l’esempio scaligero quando, per simili operazioni, si dovrebbe almeno lavorare per tempo ripulendo da teli e tubi innocenti la facciata del teatro al contempo operando, magari, su più mirate connessioni culturali. Vale a dire, tre di picche alla scelta del “pacchetto” e imprevedibile carta della regina alla Dama versione Decker.

Secondo numero, il sette, da consegnare nel complesso al Coro del San Carlo preparato da Gea Garatti Ansini (notevolissima la prova della sezione maschile nella scena finale della bisca, appropriata la resa ritmico-timbrica del gruppo di dame e cameriere al numero 16 mentre, sempre per le donne, resta da correggere l’emissione troppo acida all’acuto), mentre una valutazione paritetica spetta alle diverse voci di un cast di specialisti ben a tiro sia nello per stile che nella non facile dizione. Il tenore Misha Didyk è un Hermann impulsivo e appassionato, di ottima intonazione e bel temperamento canoro, con colori, respiri e slanci a spigoli vivi, da Heldentenor: vile, cieco e folle al punto giusto sia nell’azzardo al gioco, sia per quel che vale in lui l’amore per Liza svettando, soprattutto, nella scena-madre in cui riesce a estorcere, su un tavolo e al contempo letto da gioco, il mefistofelico segreto delle “tri karty” involontariamente uccidendo la Contessa-strega ottuagenaria. Pasta lirica pura e intensa sfodera al suo fianco la brava Anna Nechaeva, soprano dalla proiezione agevole e omogenea, ricca di morbidi legati e di accenti accorati. Anche il baritono Tómas Tómasson convince pienamente per forma e voce con un conte Tomskij ben scolpito fra plasticità di narrazione e un intero ventaglio di suggestioni espressive a partire dalla sua Ballata delle tre carte al numero 5, più pallido invece, ma dolcemente poetico, appare il principe Eleckij del baritono Maksim Aniskin, a ogni buon conto in miglior quota nella sua aria al numero 12. Ferrea per canto e recitazione la contessa dell’ottimo mezzosoprano Julia Gertseva, in netto primo piano dinanzi al ritratto-specchio di una cinematografica Greta Garbo e con il suo cammeo francese a tempra acre tratto dal Richard Cœr de Lion di Gretry. In via analoga da premiare la Polina del contralto Aigul Akhmetshina e la Maša del soprano Sofia Tumanyan.

A chi dunque l’asso? Senza ombra di dubbio al Direttore musicale Juraj Valčuha, numero uno e motore a mille in termini di luce, drammaturgia e colori che, pur se solo parzialmente assecondato dall’Orchestra della Fondazione nella forza del gesto e nella bellezza dai lui richiesta alla cura dei singoli suoni, ha estratto a piene mani tra le infinite pieghe della bellissima partitura di Čajkovskij tutto ciò che il buio e il senso del macabro ingoiavano al di là della quarta parete, restituendone i turgori sinfonici, le trasparenze da camera e gli affondi teatrali. E ancora, i misteri e le ossessioni, le sapidità folcloriche, il vigore della tempesta in cielo e il grande gioco in terra, tra la fedeltà della morte e gli inganni dell’amore.

Teatro San Carlo – Inaugurazione Stagione lirica e di balletto 2019/20
PIKOVAJA DAMA (LA DAMA DI PICCHE)
Opera in tre atti su libretto di Modest Il’ič Čajkovskij
dal racconto omonimo di Aleksandr S. Puškin
Musica di Pëtr Il’ič Čajkovskij

Herman Misha Didyk
Il conte Tomskij Tomas Tomasson
Il principe Eleckij Maksim Aniskin
Liza Anna Nechaeva
Polina Aigul Akhmetchina
La contessa Julia Gertseva
Čekalinskij Alexander Kravets
Surin Alexander Teliga
La governante Anna Viktorova
Maša Sofia Tumanyan
Čaplickij/Il cerimoniere Gianluca Sorrentino
Narumov Seung Pil Choi

Orchestra e Coro del Teatro di San Carlo
Direttore Juraj Valčuha
Maestro del coro Gea Garatti
Regia Willy Decker ripresa da Stefan Heinrichs
Scene e costumi Wolfgang Gussmann
Assistente ai costumi Sara Berto
Luci Hans Toelstede riprese da Wolfgang Schünemann
Vocal coach Nino Pavlenichvili
Produzione Staatsoper Hamburg
Napoli, 11 dicembre 2019

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