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Napoli, Teatro San Carlo – La bohème

Napoli, con il suo oleografico Vesuvio sullo sfondo, come la Parigi della Bohème di Puccini, evocata dalla sagoma di lucine di una stilizzata Tour Eiffel. Il tutto giocato con innegabile, ma troppo facile colpo d’occhio alle spalle di una soffitta en plein air, entro l’abbraccio serrato di un unico golfo dipinto a tinte pastello tra l’ammasso in abbozzo delle case, l’obliquo dedalo dei tetti e la bianca luce di una luna piena, alta sul mare.
Dunque la nuova, esplicita spinta partenopea con cui si è voluta rispolverare al Teatro San Carlo la pur pertinente visione in chiave socio-ambientale creata nel 2012 dal regista Francesco Saponaro per portare il capolavoro pucciniano in periferia all’interno del polo laboratoriale sancarliano di Vigliena, a San Giovanni a Teduccio, già testata sul palco del Lirico napoletano con buon successo nel 2015 e ancora nel 2016 sempre con le scene e i costumi di Lino Fiorito più le luci di Pasquale Mari ma con diverse bacchette e altri cast, nella concreta resa dei conti non funziona e, stando alla raffica di contestazioni andate a colpire gli artefici dell’allestimento usciti al proscenio per gli applausi in chiusa alla prima, non ha convinto nessuno. In molti hanno ironicamente paragonato per posizione e immagine la torre Eiffel a “N’Albero”, ossia all’assai discussa impalcatura multipiano in tubi innocenti montata per il Natale di due anni fa sul lungomare, con targa del Comune di Napoli.
Vale a dire che, per quanto nelle premesse basato su un’intuizione felice, non era il caso di forzare più di tanto il delicato equilibrio dell’allestimento firmato da Saponaro e Fiorito, in via analogica spostato in era e periferia postindustriali con l’obiettivo di astrarre in simbolo, oltre il senso e il tempo nel binomio Napoli-Parigi quale medesimo luogo dell’anima e di obliquità dei destini, lo smarrimento che appartiene ad ogni esistenza. Ben ricordando tra l’altro alle nostre coscienze, attraverso il filtro degli spazi che più ci appartengono per le piccole cose pucciniane e la popolarità degli ambienti o la quotidianità dei gesti, l’ingannevole fragilità di una vita pronta a sfiorire livida e veloce verso la malattia e la morte. E ancora, con essa, la precarietà dei legami tra vita e arte, amore e povertà, finzione drammatica e realtà secondo quanto chiaramente in evidenza nella realizzazione scenica al termine del primo quadro con la rumorosa e goliardica promenade in sala di Marcello, Colline e Schaunard lungo il bordo della buca orchestrale o, in coda al quarto, con la trovata del corteo funebre che sottrae la salma di Mimì alle braccia di Rodolfo per portarla invece fra la gente comune. Sostanzialmente spogli pertanto, al di là del comunque suggestivo panorama di fondo e dei ben animati movimenti di scena, i quadri in soffitta, lo scorcio da semplice festa paesana di piazza con vino, vivande e giocattoli per il Quartiere Latino e la gelida periferia industriale per la Barrière d’Enfer.

Effetto cartolina? Può darsi ma, in verità, il taglio provinciale saltava fuori innanzitutto dai livelli della frontiera sonora. A partire dalla direzione musicale dell’artisticamente troppo acerbo – per il podio del Teatro San Carlo – Alessandro Palumbo, milanese classe 1984 con residenza a Berlino e, nell’occasione, al suo esordio alla testa dell’Orchestra (comunque al riparo su tale partitura, praticamente in crociera “a pilota automatico”), del Coro (preparato da Gea Garatti Ansini) e del Coro di voci bianche (curato da Stefania Rinaldi) della Fondazione. Nessun dubbio sulla sua conoscenza dell’opera ma, pur cantandone a fior di labbra la maggior parte dei numeri chiusi, flettendo continuamente le gambe e accompagnando costantemente il flusso melodico con entrambe le braccia e i gomiti, ne esce fuori un’esecuzione che non lascia il segno, “camminata” e piuttosto concentrata sulla tenuta d’assieme anziché attenta alla forza del gesto e alla tornitura dei pur molteplici dettagli. Nel complesso, annacquata in ogni possibilità di scavo sulle tensioni agogiche e sui contrasti dinamici, nelle sfumature di colore, sul peso delle reminiscenze, dei timbri puri e sul potenziale drammatico degli attacchi.

Non dissimile la levatura delle due voci protagoniste per la coppia formata da Mimì e da Rodolfo. Il ruolo dell’eroina, disegnato da Puccini per un lirico puro, non trova l’esatto riscontro di stile nell’interpretazione della giovane messicana Karen Gardeazabal, apprezzabile per volume e per la corretta proiezione ricca di notevoli filati soprattutto all’acuto, ma voce ancora discontinua non per dizione quanto per metrica, pregnanza nel rapporto parola-musica e scarna sostanza in zona grave, così come nei recitativi. Al suo fianco, per quanto applaudito dal pubblico, lascia assai perplessi il Rodolfo del tenore Francesco Pio Galasso, in locandina per il secondo cast e senz’altro sotto sforzo per l’improvvisa e definitiva defezione del previsto Giorgio Berrugi. Sostituzione che, a ogni modo, non giustifica la sua totale assenza di fraseggio, l’emissione per lo più trattenuta, la disomogeneità al passaggio dai centri all’acuto e l’estraneità timbrica allo stile pucciniano, nonostante la non comune lunghezza e solidità dei suoi fiati. Vince facile, di conseguenza, la seconda coppia: il baritono Simone Alberghini, interprete di bella esperienza nonché ben saldo per tecnica e stile, garantisce grande suono e prestanza al suo Marcello e, analogamente, il soprano Hasmik Torosyan è una Musetta finalmente capricciosa e acuminata come ci si attende dal suo delizioso Valzer al Caffè Momus, scenicamente impeccabile e giusto con qualche rifinitura canora da ritoccare al terzo quadro. Cantano poi con buon piglio, timbro ed efficacia espressiva sia lo Schaunard del baritono Enrico Maria Marabelli che il filosofo Colline del basso Giorgio Giuseppini il quale, comunque, pur nella correttezza della linea e dell’intonazione, poco aggiunge al suo unico apice, la singolare quanto celeberrima “Vecchia zimarra” che è sì un triste addio in do diesis minore al caro abito, ma è apostrofe in bilico fra arietta e romanza con radici, si badi, sospese fra commozione drammatica e ironia surreale affondando nientemeno nel topos delle scene comiche barocche così come attesta il “Vanne cappa infelice / […] Cappa, braghe, Casacca, andate, addio” del servo Nesso nella Semiramide di Paglia-Scarlatti, anno 1701.
A complemento della compagnia di canto, buone le prove di Matteo Ferrara (Benoît/Alcindoro), Enrico Zara (Parpignol), Alessandro Lerro (Sergente dei doganieri), Rosario Natale (Doganiere) e di Antonio Mezzasalma (Venditore ambulante). Vivaci e ben curate infine le voci bianche così come d’impatto il Coro in formazione mista del Teatro San Carlo.

Teatro San Carlo – Stagione d’opera e danza 2018/2019
LA BOHÈME
Opera in quattro quadri
Libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica
da Scènes de la vie de bohème di Henri Murger
Musica di Giacomo Puccini

Mimì Karen Gardeazabal
Rodolfo Francesco Pio Galasso
Musetta Hasmik Torosyan
Marcello Simone Alberghini
Schaunard Enrico Maria Marabelli
Colline Giorgio Giuseppini
Benoît/Alcindoro Matteo Ferrara
Parpignol Enrico Zara

Orchestra e Coro del Teatro di San Carlo
con la partecipazione del Coro di voci bianche del Teatro di San Carlo
Direttore Alessandro Palumbo
Maestro del coro Gea Garatti Ansini
Regia Francesco Saponaro
Scene e costumi Lino Fiorito
Luci Pasquale Mari
Napoli, 16 gennaio 2019

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