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Napoli, Teatro San Carlo – Ermione

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Chiusa in un’elegante ma cieca camera bianca, entro il rapido gioco scenico di pareti a scomparsa, di volta in volta sotterranea prigione del popolo frigio, esterno o interno della reggia di Pirro, trono, tribuna e atrio. Quindi, sala per nozze dai preparativi infiniti eppur mai consumati, fino a svelare in concreto, a bruciapelo e negli ultimi istanti, la visione implicita della sanguinaria mattanza.
Per quanto parzialmente appannata da qualche isolato dissenso tributato in chiusa alla messinscena dal pubblico, resta in tal modo efficacemente serrata e sospesa, fra l’aulica classicità del mito e una contemporaneità dalle immutate dinamiche generate dagli eccessi egoistici del potere, l’azione tragica dell’Ermione posta in musica fra sperimentazioni molteplici da Gioachino Rossini stando al nuovo allestimento firmato da Jacopo Spirei con le scene di Nikolaus Webern per il Teatro San Carlo di Napoli. L’opera va in scena a duecento anni dalla prima rappresentazione sulle stesse assi, il 27 marzo del 1819 per sette recite con la mitica Isabella Colbran in vetta a una compagnia di canto “di prima sfera” ma con scarso successo, quindi mai più ripresa nello stesso secolo per poi ritornarvi soltanto nel Novecento, trentuno anni fa, nel maggio 1988, con i sei spettacoli prodotti con la regia di Roberto De Simone e Montserrat Caballé nel ruolo del titolo accanto a Chris Merritt.
Difatti, intorno alle complesse relazioni ambientate dal libretto di Andrea Leone Tottola a Butrothe in Epiro, fra il re Pirro figlio di Achille e Andromaca, vedova del vinto Ettore, la fiera e gelosa Ermione figlia di Elena e Menelao, sua promessa sposa, Oreste, cugino e amante non corrisposto di quest’ultima, notevolissime per l’epoca sono le innovazioni in partitura impresse dal Rossini serio per il polo napoletano sul modello del teatro francese e delle opere riformate di Gluck, con originali innesti a partire dalla realmente singolare Sinfonia corale, più inedite interazioni a seguire fra parola e canto, parti strumentali, solistiche e corali, stile declamato e virtuoso belcanto interamente riportato in partitura al di là delle cadenze, oltre l’impiego di snelle arie bipartite e assenza dell’ancora in voga lieto finale.

Pertanto, nelle premesse artistiche, l’idea di riportare in luce ben oltre gli intenti celebrativi l’importanza estrema di una partitura come immaginato dallo stesso Rossini scritta per i posteri e neanche ancora del tutto compresa e apprezzata laddove il compositore pesarese, azzardando incroci e contaminazioni, s’inventa e testa sempre qualcosa di nuovo. Ed effettivamente, per dirla con Spirei, Ermione è opera affascinante, provocatoria, molto napoletana nel suo sentire, nell’interazione dei personaggi che, senza troppi filtri, vengono fuori con tutti i loro universali disagi e debolezze, volgendo in borghese la remota classicità tragica incernierata, da Euripide a Racine, sulla miscela cieca quanto nefasta di potere e desiderio. In tal senso ben si comprende anche la strana trasversalità temporale e cromatica scelta per i costumi dalla responsabile degli abiti di scena sancarliani, Giusi Giustino: si parte dallo stile impero delle sei statiche ancelle figuranti, in leggere e plissettate tuniche bianche a metafora delle solide e imperiture colonne doriche, per poi toccare l’Ottocento negli abiti delle antagoniste Ermione e Andromaca, la prima negli azzurri di un mare dagli imprevedibili contrasti (nel finale con sottocoda in tulle bianco per evocarne la spuma fra le tinte fredde impiegate anche per la sua fida Cleone), la seconda negli aranci e gialli vivi del sole, delle coriste-cavallerizze o nel rosso abito con fregi d’oro di Oreste. Poi il Novecento dagli anni Quaranta a seguire, fra i completi con giacca del Coro maschile (nelle gamme della sabbia per i Frigi dietro le sbarre, poi a più colori fra gli scanni in tribuna), nelle divise militari di Fenicio e dei soldati, nell’abito da viaggio di Andromaca o in quello quasi “da casa”, appunto da interno borghese e per nulla da leader, di Pirro.

D’altra parte, modernamente limpida e al contempo stilisticamente a più sfumature si è rivelata anche l’attenta direzione di Alessandro De Marchi sul podio di Orchestra e Coro (preparato da Gea Garatti Ansini) della Fondazione: tanto Classicismo viennese in filigrana nella tornitura di timbri e fraseggi, con chiari accenni alla purezza di Haydn, quanto alle preziose ombreggiature ereditate dal Mozart di Idomeneo e del Don Giovanni nell’introdurre il Finale ultimo più, guardando avanti nel tempo, alle scure impennate soprattutto a sostegno drammatico della protagonista scossa dall’ira, pronta per il Verdi a venire. Il tutto consegnando un Rossini ben studiato, controllato e contenuto nei respiri melici e metrici, talvolta fin troppo, ma con punte di rara bellezza quale l’intero pannello d’apertura, gestito ad arte nel triplice controcanto del sempre apprezzato Coro maschile (meno preciso in formula mista nel seguito del Finale I alla scena sesta e, comunque, coeso rispetto alla disarticolata per ritmo e timbro sezione femminile in apertura della seconda intonando “Dall’Oriente l’astro del giorno”), più legni e violini capitanati dall’ottima spalla Gabriele Pieranunzi; o, ancora, nelle risposte strumentali incisive nell’incalzante duetto con Coro fra Pirro ed Ermione alla seconda scena o nel serrato confronto tra Pirro e Oreste alla scena quarta dell’atto primo. E, in pari misura, apprezzabili la costruzione avvitata dei crescendo, le curatissime dinamiche delle strette finali, la raffinata e non facile cesellatura dei recitativi accompagnati. Nel complesso, mancava solo una spinta rossiniana in più, così come nei diversi casi alla resa del canto.

In sostanza, pur senza deviare verso inutili rimpianti per i miti del passato, almeno per la scrittura del ruolo di Ermione è d’obbligo appellarsi a qualche debita considerazione di ordine filologico, essendo stata la parte cucita su misura per la cantante e compositrice spagnola Isabella Colbran, “Accademica Filarmonica di Bologna” come da libretto manoscritto di Leone Tottola conservato nella Biblioteca del “San Pietro a Majella” e prima donna assoluta dei Reali Teatri di Napoli dal 1811 al 1822. Inoltre, amata dall’impresario Barbaja e prima moglie di Rossini, prima Donn’Anna e Contessa al Fondo di Napoli, dotata di una voce soave e robusta, prodigiosa per estensione di corde pronte a toccare il sol basso per arrivare al mi sopracuto. D’altra parte, nel suo curriculum al di là delle dieci opere composte per lei da Rossini, la formazione con Cherubini, Crescentini e Kreutzer. Pertanto, brillante virtuosa, interprete di raro carisma, grande attrice dalla gestualità già moderna e, in scena, diva fra le massime della letteratura operistica, regina guerriera e maga possente quanto, nella vita, donna sincera, schiacciata dall’ombra del buon Rossini. Falso che poi fosse bisbetica, altezzosa e scialacquatrice, come tramandato. Piuttosto fu Rossini taccagno e quasi tiranno all’interno di un tandem di vita e di arte fra i più interessanti nella storia dell’opera.

Ebbene, la statunitense Angela Meade, nel ruolo eponimo, pur sfoderando doti canore importanti grazie a un volume e a un’estensione immensi, nonché forte di ottima dizione e scavo d’accenti della parola drammatica, proprio nelle colorature rivela più istinto che esercizio di stile, pur spingendosi in volo fino a uno spericolato re naturale, non in partitura manoscritta, al sommo del suo Andante “Dì, che vedesti piangere”, articolatissimo fra dubbi, silenzi e agili colorature.
Viceversa l’Andromaca del contralto Teresa Iervolino vibra di rara e piena consapevolezza musicale nel garantire a ogni suo passaggio la giusta tempra rossiniana scritta per Rosmunda Pisaroni, appena velando qualche acuto ma prestando con sicure intonazione e proiezione grande cura ed espressione a suoni, respiri e cadenze.
Meno felici, a fronte delle due interpreti principali, le prove maschili. Laddove l’Ermione della Meade si impone per il peso dell’emissione e l’istinto virtuoso nelle pirotecnìe lanciate in semicrome, biscrome o semibiscrome, il Pirro del baritenore John Irvin si distingue dalla prima alla ultima sua nota per la chiarezza di ciascun suono e morbidezza di tinta, ritagliando il ruolo con la migliore perizia tecnica e poetica. Unico difetto è che poco si è sentito, data la particolare introiezione della voce. Viceversa, ben più sonoro e generoso nel fraseggio, anche se inizialmente incerto nella sua cavatina “Che sorda al mesto pianto” e nei punti dove il fiato era meno sorretto o spinto con esiti per lo più di gola, l’Oreste del tenore Antonino Siragusa, chiamato a dar forma e canto a quella che fu la parte scritta per Giovanni David, prototipo del contraltino rossiniano, acutissimo, agile e brillante. Completavano il cast, Filippo Adami per Pilade, Guido Loconsolo per Fenicio, la brava Gaia Petrone per Cleone, Chiara Tirotta per Cefisa e un ottimo Cristiano Olivieri per Attalo.
Applausi per tutti al termine, entusiasmi per la Meade e qualche pollice verso per l’allestimento.

Teatro San Carlo – Stagione d’opera e balletto 2018/19
ERMIONE
Azione tragica in due atti su libretto di Andrea Leone Tottola
tratto dalla tragedia Andromaque di Jean Racine
Musica di Gioachino Rossini

Ermione Angela Meade
Andromaca Teresa Iervolino
Pirro John Irvin
Oreste Antonino Siragusa
Pilade Filippo Adami
Fenicio Guido Loconsolo
Cleone Gaia Petrone
Cefisa Chiara Tirotta
Attalo Cristiano Olivieri

Orchestra e Coro del Teatro di San Carlo
Direttore Alessandro De Marchi
Maestro del coro Gea Garatti Ansini
Regia Jacopo Spirei
Scene Nikolaus Webern
Costumi Giusi Giustino
Luci Giuseppe Di Iorio
Assistente alla regia João Carvalho Aboim
Nuova produzione del Teatro di San Carlo
Napoli, 8 novembre 2019

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