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Napoli, Teatro San Carlo – Die Walküre

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Spettacolo non solo intatto nel suo essere opera d’arte vera, con altissima valenza scenografica, dell’era contemporanea. Ma anche, nel tornare oggi e dopo quattordici anni nello stesso luogo che ne ha commissionato e messo insieme i tasselli, titolo restituito con ulteriore splendore e pregnanza nella sua limpida quanto potente sospensione geometrico-speculare di gesto, simbolo e suono. Una sospensione nettamente percepibile fra l’immagine e il tempo, fra la dimensione mitica degli dèi, il drammatico destino degli eroi e una viva tensione psicoanalitica pronta a scavare nel sentire, degli uni e degli altri, grazie alla perfetta intesa e osmosi su duplice fronte, visivo in scena e drammaturgico-musicale in buca.
È quanto rilevato in sede di ripresa con il dramma musicale Die Walküre (La Valchiria) di Richard Wagner, secondo capitolo e prima giornata della Tetralogia Der Ring des Nibelungen, riproposta nella bellissima produzione creata nell’anno 2005 per il Teatro San Carlo di Napoli a firma sapiente del regista Federico Tiezzi e, non a caso, meritevole di un doppio “Abbiati” nel 2006 per le scene e per gli abiti rispettivamente creati dall’artista concettuale Giulio Paolini e dalla costumista Giovanna Buzzi, all’epoca con l’allora direttore principale ospite Jeffrey Tate sul podio.
Una ripresa applauditissima che, nell’occasione curata dall’aiuto regista Francesco Torrigiani e affidata a diversi protagonisti ma sempre accanto all’Orchestra della Fondazione lirica napoletana stavolta sotto l’ideale bacchetta dell’attuale vertice musicale Juraj Valčuha, ha fatto scattare con ulteriore forza e diversa spinta la scintilla superba dell’opera d’arte totale, così come concepito a monte della produzione nell’incontro d’alto grado fra i diversi linguaggi in campo nel rispetto delle intenzioni wagneriane del “Gesamtkunstwerk” e, di rimbalzo, alla luce di quanto più modernamente innescato nella Parigi primonovecentesca con i Ballets Russes, quindi felicemente a segno e in più di un’occasione al Lirico di Napoli con altri premiati allestimenti nel solco della mirabile linea progettuale tracciata negli anni sancarliani dalla precedente sovrintendenza Lanza Tomasi.

Al centro del palcoscenico, si erge un’unica, grande gabbia cubica dallo scheletro leggero in tubi innocenti di sette metri e mezzo per lato che, in geometria ternaria, di atto in atto inquadra lo spazio per renderne emblematici schegge e concetti sui corrispettivi piani o livelli pittorico, plastico e architettonico. Nel primo, giocato fra ombre nere e luci sfumate in chiave per lo più bidimensionale, l’alto ceppo ligneo in frassino dal quale l’eroe libero Siegmund estrarrà la qui incorniciata spada invidiabile “Notung” evoca al contempo, con le sue lingue di rami, la forma del focolare acceso nella casa della gemella-amante Sieglinde condivisa con il marito e nemico Hunding; il secondo, contenendo in sospensione dieci grossi meteoriti, allude in via molteplice alla rocca delle Valchirie ma anche alle prime pietre dell’olimpica dimora del Walhalla, per la cui costruzione il dio supremo Wotan ebbe all’origine l’idea di sottrarre al nibelungo Alberich il potente anello contenente l’oro del Reno per pagare i giganti chiamati a dar forma all’impresa. Un’installazione che, tuttavia, andrebbe anche ad anticipare la catastrofe di quello stesso regno maledetto perché innalzato con l’inganno, così come ben sottolinea in proiezione universale l’imponente velario di pianeti e satelliti intorno alla nostra piccola Terra che fa da sfondo alle ultime scene dopo il grande monologo di Wotan e all’ingresso di Brünnhilde. Infine, nel terzo, le tante cornici dorate che in alto inquadrano gli esplosi frammenti scultorei degli eroi mentre in basso, come in una sala di anatomia, le Valchirie ne trascinano i corpi lungo il pavimento o ne sezionano il cadavere su un tavolo da obitorio con guanti internamente macchiati di sangue. Il tutto agganciando su terreno reale e a noi più vicino l’astratta e remota dimensione mitica, ossia portando intorno al tavolo di un interno borghese del secondo Ottocento coevo all’autore di libretto e partitura oltre che alla data dell’opera, o semplicemente umanizzando secondo le diverse dinamiche relazionali, il triangolo Siegmund-Sieglinde-Hunding, lo scontro coniugale fra Wotan e Fricka, quello generazionale fra Wotan e la Valchira prediletta ma disubbidiente Brünnhilde da intendersi freudianamente quale dialettica fra le diverse parti di un’unica psiche.

Una linea di perfezione narratologica e visuale assoluta che, appunto in virtù del raro pregio ed equilibrio fra segno d’arte, ritmo registico ed effetti a taglio delle luci curate da Gianni Pollini, intreccia i fili della memoria e del presagio, della coscienza e dell’inconscio. Che poi è esattamente quanto individuato e scolpito secondo partitura dal sempre eccelso direttore Juraj Valčuha sin dal Preludio d’apertura estraendo con tensione tellurica da contrabbassi e violoncelli, più tremolo di violini e viole, le note vertiginose e fugaci del tema della tempesta, offrendone un impressionante affresco fra i bruschi cali delle dinamiche pari al soffiare del vento, l’incalzare ritmico dell’inseguimento, gli squarci dei lampi assegnati a legni e corni. Ed di lì a seguire, senza un solo calo d’attenzione, nel rigore dei tempi e nella pulizia degli attacchi, nella tornitura puntuale dei temi molteplici e relativa esaltazione laddove associati in contrappunto, nello slancio voluttuoso del duetto d’amore in chiusura dell’Atto primo, nel mistero con cui vela le tinte più cupe del dramma accanto alla fierezza per i momenti più solenni, o nel clangore con cui riempie di luce climax sonori quali il colpo che infrange la spada divina o il primitivismo selvaggio urlato dalle nove Valchirie. E ancora tanta cura dei respiri nel silenzio fra gli sguardi, nel dedalo dei percorsi armonici, nelle accensioni liriche o in quel delicato e drammaticissimo “Wort-Ton-Sprache”, perno centrale della poetica drammatica del Wagner maturo, all’incontro più alto fra parola e suono. A tale pensiero e gesto l’Orchestra del San Carlo non può che rispondere a meraviglia e a dovere, svettando con archi e legni in gran forma, percussioni calibrate con precisione estrema, ottoni squillanti e nel complesso apprezzabili.

Infine, formato da voci parimenti ben rodate nel repertorio wagneriano, l’intero cast, con qualche distinzione fra gli interpreti al riscontro degli esiti. Robert Dean Smith, nel ruolo di Siegmund, ha con sé le migliori doti dell’Heldentenor, garantendo all’eroe dei Welsidi non solo slancio, sostanza e nitore nell’emissione e nel timbro, ma una cura pregevolissima nel variare e articolare toni e accenti all’interno del suo lungo racconto dal cuore del primo atto. Proietta come una lama e con fiato infinito la doppia invocazione al padre Wälse per poi cantare con forza sincera il tema della “Rinuncia all’amore”, con commossa tenerezza la fuga al fianco di Sieglinde, con nobile ritegno il confronto presago di morte con la sorellastra Brünnhilde. La Sieglinde del soprano Manuela Uhl, pur vocalmente dotata in special modo nel registro medio-centrale, tende invece a forzare l’emissione e l’intonazione oltre i confini della cifra romantica, schiacciando e distorcendo per lo più all’acuto il suo pur notevole canto, fino a scivolare verso una caratura espressionista che a nostro avviso si addice, piuttosto, a Elektra. Viceversa centrata per tinta e per stile la Fricka del mezzosoprano Ekaterina Gubanova, consorte che convince per saldo temperamento e bella tecnica canora mentre, in crescendo, si è rivelata la prova della Valchira dal cuore tenero Brünnhilde del soprano Irene Theorin, inizialmente troppo spinta e poco curata nello smozzare il suo celebre grido ma, in itinere, confermatasi interprete di grande forza sia sul piano tecnico che nell’espressione. Sonoro, scuro e tonante è quindi l’Hunding dell’ottimo basso Liang Li, scenicamente prepotente e odioso secondo quanto il personaggio necessita mentre un discorso a sé richiede la grande prova del Wotan del basso-baritono Egils Silins, dopo il dialogo con la figlia e poi con la moglie, realmente titanico nell’ampio monologo di autoaccusa e abbandono disegnato con accenti drammatici e umori fra i più disparati, con apice in chiusura quando, in qualità di padre, dovrà punire con la mortalità e il sonno l’adorata Brünnhilde per aver violato i suoi ordini, ma tutelandola con le fiamme di un proscenio inondato a luce rossa fondente. Vale a dire un Wotan profondamente umano più che divino, stando alla preziosa rilettura di Tiezzi, determinato nell’abbandonare ciò che più ama, a uccidere ciò che predilige, a tradire con l’inganno chi gli è più caro, fino a benedire stentoreo su ottoni e timpani la stirpe del Nibelungo che sterminerà quella degli dèi (“So nimm meinen Segen”). Completano il cast Raffaela Lintl (Gerhild), Pia-Marie Nilsson (Ortlinde), Ursula Hesse von den Steinen (Waltraute), Julia Gertseva (Schwertleite), Robyn Allegra Parton (Helmvige), Ivonne Fuchs (Seigrune), Niina Keitel (Grimgerde) e Alexandra Ionis (Rossweisse), per dare forma e voce meravigliosamente barbariche, in armatura lucente, alle altre otto Valchirie figlie di Wotan.
Caldissimi i consensi per tutti i protagonisti e gli artefici al termine dello spettacolo.

Teatro San Carlo – Stagione d’opera e danza 2018/19
DIE WALKÜRE
Dramma musicale in tre atti
Libretto e musica di Richard Wagner

Siegmund Robert Dean Smith
Hunding Liang Li
Wotan Egils Silins
Sieglinde Manuela Uhl
Brünnhilde Irene Theorin
Fricka Ekaterina Gubanova
Gerhild Raffaela Lintl
Helmvige Robyn Allegra Parton
Ortlinde Pia-Marie Nilsson
Waltraute Ursula Hesse von den Steinen
Rossweisse Alexandra Ionis
Seigrune Ivonne Fuchs
Grimgerde Niina Keitel
Schwertleite Julia Gertseva

Orchestra del Teatro di San Carlo
Direttore Juraj Valčuha
Regia Federico Tiezzi ripresa da Francesco Torrigiani
Scene Giulio Paolini
Costumi Giovanna Buzzi
Assistente ai costumi Maria Antonietta Lucarelli
Luci Gianni Pollini
Produzione del Teatro di San Carlo
Napoli, 11 maggio 2019

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