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Napoli, Teatro San Carlo – Cecilia Bartoli in concerto

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Emozioni, entusiasmi, virtuosismi e sorprese alle stelle, dal Barocco al Belcanto, con lo spettacolare trionfo dell’attesissima Cecilia Bartoli per la prima volta al Teatro San Carlo di Napoli, in concerto accanto alla raffinata Orchestra barocca Les Musiciens du Prince da lei stessa fondata nel 2016 in tandem con Jean-Louis Grinda sotto l’egida dell’Opéra de Montecarlo (in chiara liaison con l’imminente allestimento dell’opera di Offenbach firmata appunto da Grinda) e la direzione di Andrés Gabetta, al primo violino. Risultato: un evento fra i più alti nella storia e memoria del Massimo partenopeo, siglato da applausi interminabili e ovazioni ad ogni chiusa, con pubblico in piedi e in visibilio per venti minuti al termine, tra fasci di fiori e grida di ringraziamento di ogni sorta, tributati da palchi e platea in un Lirico stracolmo che, intanto, le ha strappato la promessa di un suo prossimo ritorno.

In totale, centottanta minuti di spettacolo più sei bis, con oltre due ore interamente cantate dalla straordinaria primadonna senza risparmiare fiati e sfoderando un arsenale di prodigi sostenuti dalla più intelligente pirotecnìa canora, vertiginosamente e con sensibilità rara passando in rassegna i centri nodali del funambolismo vocale dell’intero Settecento e del primo Ottocento rossiniano, puntualmente suscitando lo stupore di tutti a ogni suo ingresso cambiando di capitolo in capitolo abito, stile e fuoco timbrico. Dunque sfidando in gara e al limite dell’eseguibile, al pari del leggendario Farinelli, i diversi strumenti a fiato concertanti – flauto, oboe, clarinetto di bassetto e tromba, nell’occasione tutti eccellenti – e i vari registri in metamorfosi, dall’era dei castrati alle voci femminili senza confini di tessitura, saltando dal grave all’acuto con pari sostanza espressiva e trillando praticamente su ogni nota con tornitura e disinvoltura inaudite, per approdare infine sul doppio fronte del Rossini serio con la Desdemona dell’Otello e comico con la sua esemplare interpretazione dell’Angelina dalla Cenerentola. E fino a toccare il cuore di tutti con una vera e propria raffica di omaggi fuori programma divisi fra il Mozart dell’Alleluja dal mottetto “Exultate Jubilate” parimenti vocalizzato oltre misura e al sublime, due canzoni d’arte napoletane (una splendida “Santa Lucia luntana” di E. A. Mario e “Munasterio ‘e Santa Chiara” di Galdieri-Barberis), tornando al primo Settecento con l’aria “A facil vittoria” dalla tragedia per musica Il Tassilone di Agostino Steffani, con tromba e fagotto obbligati, per poi toccare l’epoca moderna con un’estemporanea Summertime rispondendo alla provocazione jazz lanciata dai musicisti alla tromba e al contrabbasso con occhialini neri alla Blues Brothers. Fino a culminare con una vetta assoluta e ideale per il contesto quale la Tarantella di Rossini interpretata a meraviglia per piglio, accenti e velocità vorticosa, dando qua e là con gli occhi argute spinte all’Orchestra e accompagnandosi con il tamburello.

Costruito intanto ad arte il percorso in ascolto, al via con una prima sezione dedicata a Vivaldi e certamente non a caso scegliendo l’Allegro posto in apertura della Primavera e dello stesso quadrifoglio delle Stagioni: probabilmente, a emblema del periodo in cui è nato il notevolissimo organico strumentale Les Musiciens du Prince sotto l’alto patronato del Principe Alberto II e della Principessa Carolina di Monaco, quanto senz’altro in linea con la prima Aria in ascolto (“Quell’augellin” dal dramma pastorale La Silvia con tanto di cinguettii dal vivo emessi con fischietti sparsi nel buio fra sala e loggione). Ma anche, se si vuole, una primavera in aggancio con l’auspicata quanto doverosa rifioritura di un Barocco musicale che nell’occasione ha mostrato di attecchire in modo stupefacente all’interno di un Teatro radicato come pochi in quello stile, grazie anche alle salde fondamenta di una propria scuola celebre nell’Europa intera, per quanto nei recenti lustri ne siano state seppelliti i fasti e il dna sotto quintali di titoli per lo più del repertorio popolare ottocentesco. La delicata cantabilità di quel primo tassello vede la Bartoli, entrata in scena fra caldissimi applausi e dodici minuti dopo le ore 18 sfoggiando il bianco e nero di un cavalleresco abito settecentesco, già gareggiare a imitazione del canto degli uccelli fra scale e rapidi colpi di glottide al fianco del bravo flautista Jean-Marc Goujon e così, a seguire nell’intensa “Non ti lusinghi la crudeltade” con oboe obbligato dal Tito Manlio, a eco e richiamo interseca la sua voce ancor più allenata e suadente di sempre con Pier Luigi Fabretti, prima parte di un gruppo barocco in sincrono perfetto nel metro come nei colori poggiando sulla ferrea intesa delle rispettive guide dei violini primi (Andrés Gabetta) e secondi (un’ottima Chiara Zanisi), accanto ad archi scuri di bella tempra, a una sezione di fiati di non comune maestria e finezza timbrica più cembalo e arpa di lucente precisione. Scaldata la voce, le prime ardue variazioni e fiorettature arrivano come fregi d’oro saldamente ricamati in arabesco sul velluto di una voce dalla morbida opulenza e di espressività pregiata nell’aria di vendetta “Gelosia, tu già rendi”, scritta da Vivaldi neanche a dirlo per il castrato Bartolomeo Bartoli, destinato a dar forma e voce al ruolo di Caio nell’Ottone in Villa. Un’immensa esplosione di applausi e ancora una pagina virtuosa ma di più ampio lirismo (“Sol da te mio dolce amore” dall’Orlando furioso) di quel meraviglioso Vivaldi operista dileggiato nella dedica in anagramma (per Aldiviva) dal sagacissimo Benedetto Marcello nel suo satirico Teatro alla Moda, nonché per troppo tempo autore teatrale dimenticato e finalmente di recente riscoperto. D’obbligo, quindi, un passaggio per Nicola Porpora, orgoglio di Scuola napoletana e straordinario maestro di canto del Farinelli come di tante altre celebri ugole (il Porporino, il Caffarelli, il Salimbeni e la Mingotti), con una strepitosa “Nobil onda” dall’Adelaide disegnata da una Cecilia Bartoli in purissimo stato di grazia, fra vertiginosi affondi al grave e luminosi picchettati all’acuto parimenti in simbiosi esemplare di tecnica e intelligenza espressiva, distillando vere e proprie mirabilia al “da capo” entro le gonfie e dilatate dinamiche lungo l’oscillante lessema dell’onda.
Lo stacco strumentale dell’Allegro assai con moto dalla Sinfonia n. 4 in re minore di Boccherini, oltre a mostrare le valenti risorse in ogni sezione di un’Orchestra splendidamente coesa e acuminata, va quindi a veicolare, con le sue vive reminiscenze dal Don Juan e dalla Danza delle furie di Gluck, in misura assai sapiente la sezione post-riforma dedicata a Mozart, indagato come poi per Rossini sul duplice binario della commedia per musica e dell’opera seria, rispettivamente affrontate da Cecilia Bartoli cantando, senza giacca né tricorno, l’arietta di Cherubino “Voi che sapete” dalle Nozze di Figaro e l’aria di Sesto “Parto, parto” dalla Clemenza di Tito, esaltandone da un lato la vibratile semplicità e, dall’altro, l’alta umanità di un canto sciolto in unione alla calda agilità del clarinetto di bassetto (bravissimo, nel duettare, Francesco Spendolini).
E mentre l’Orchestra si lancia nell’Ouverture dell’Ariodante per aprire la sezione Händel, la Bartoli va a cambiarsi di costume ed esce con tutta l’opulenza degli eroi dell’opera italiana a Londra, vale a dire con ampio e rosso panneggio con strascico, collo piumato e corpetto in oro. Un colpo d’occhio spettacolare studiato a esatto pendant con il cuore interno al tracciato musicale, sospeso dall’interprete rendendo quasi sacro il lento e denso incedere di quell’aria d’incanto “Lascia la spina” intonata dal Piacere nell’Oratorio Il Trionfo del Tempo e del Disinganno, praticamente identica alla celeberrima “Lascia ch’io pianga” cantata da Almirena nel successivo Rinaldo sempre di Händel. Teatralissima e giocata con divertita abilità acrobatica invece la sfida iper virtuosa con il formidabile trombettista Thibaud Robinne nell’aria “Mi deride … Desterò dall’empia dite” dall’Amadigi di Gaula, scelta strategicamente per terminare la prima parte del programma e difatti coronata da una scia interminabile di applausi ricambiati dalla Bartoli poggiando commossa la sua mano sul cuore palpitante verso il pubblico napoletano.

Al primo Ottocento era dedicato infine il resto dell’evento, realizzato grazie all’illuminato progetto di sponsorizzazione “Concerto d’Imprese”. Anello di collegamento, l’Ouverture dal Don Chisciotte di Manuel García, compositore e tenore di origini sivigliane, per lo più noto per essere il padre delle mitiche primedonne Maria Malibran e Pauline Viardot, scritturato a Napoli dall’impresario Barbaja per i Reali Teatri dal 1812 al 1816 e dunque interprete del primo Achille nell’Ecuba di Manfroce, del primo Norfolk nell’Elisabetta, regina d’Inghilterra per il Rossini esordiente a Napoli mentre, come compositore, avrebbe scritto e interpretato al fianco della Colbran Il califfo di Bagdad. In lungo abito di velo azzurro arriva quindi dalle quinte al proscenio la Desdemona dell’Otello, alla quale il mezzosoprano romano naturalizzato svizzero dà voce intonando la “Canzone del salice” e la “Preghiera” con nobiltà di tinte, pieno volume e pregnanza espressiva sia nelle parti in recitativo che nelle drammatiche espansioni liriche.
Infine, il simbolico e liberatorio diaframma del Temporale dalla Cenerentola, eseguito dall’Orchestra con effetti e dinamiche folgoranti, per terminare con le due interpretazioni “cult” della Bartoli. Il duetto di stupore “Tutto è deserto … Un soave non so che” accanto a un Don Ramiro d’eccezione quale il tenore John Osborn, anch’egli a Napoli essendo impegnato nelle prove per il ruolo del poeta Hoffman ne Les Contes di Offenbach in scena al San Carlo dal 17 al 24 marzo con targa Opéra de Montecarlo e produzione firmata da Grinda. L’esordio di Osborn è mozzafiato, per intonazione, tiro e colore, mentre la Bartoli, nelle umili vesti di Angelina, lo raggiunge spazzando il palcoscenico e infatti, anziché lasciar cadere per l’intimorita sorpresa il vassoio con tazzine e caffettiera, lancia a terra la scopa e di lì, assieme, mettono a segno un colpo di fulmine canoro luminosissimo per agilità tecnica, vivacità scenica e affinità di stile, con le voci delle sorellastre Clorinda e Tisbe pronte a rimbombare dai diversi palchi con stereofonica regia sonora non dissimile da quanto ascoltato per i cardellini in Vivaldi. Interminabili anche in tal caso i consensi, fermati giusto per consentire il giro di vite in chiusa: l’Ouverture della stessa Cenerentola e, all’apice del percorso con la protagonista apparsa in sontuoso abito da sposa, la scena e rondò di Angelina “Nacqui all’affanno… Non più mesta”: interpretazione della Bartoli fra le più amate e qui osannata per le vocalizzazioni spericolate, i volumi mai vuoti, l’esatta virtù dello stile e le dinamiche dolcemente toccanti. E forse, per questo, fra le più rispondenti alla rara autenticità e bontà in trionfo del suo canto.

Teatro San Carlo – Stagione 2018/19
CECILIA BARTOLI IN CONCERTO
con LES MUSICIENS DU PRINCE
“Arie d’opera tra Settecento e Ottocento”

Antonio Vivaldi
Primavera RV 269 – I Allegro
“Quell’augellin” da La Silvia RV 734
“Non ti lusinghi la crudeltade” da Tito Manlio RV 738
“Gelosia, tu già rendi” da Ottone in Villa RV 729
“Sol da te mio dolce amore” da Orlando furioso RV 728

Nicola Porpora
“Nobil onda” Aria di Adelaide da Adelaide (1723)

Luigi Boccherini
Allegro assai con moto dalla Sinfonia op. XII, n 4 in re minore

Wolfgang Amadeus Mozart
“Voi che sapete”, Arietta di Cherubino da Le Nozze di Figaro
“Parto, parto”, Aria di Sesto da La Clemenza di Tito (1791)

Georg Friedrich Händel
Ouverture da Ariodante
“Lascia la spina”, Aria di Piacere da Il Trionfo del Tempo e del Disinganno
“Mi deride … Desterò dall’empia dite” da Amadigi di Gaula

Manuel García
Ouverture da Don Chisciotte (1829)

Gioachino Rossini
“Assisa a piè d’un salice”
Preghiera: “Deh, calma, o Ciel nel sonno”, Aria di Desdemona da Otello (1816)
“Temporale” da La Cenerentola (1817)
“Tutto è deserto … Un soave non so che” Duetto Angelina – Ramiro da La Cenerentola
Tenore John Osborn
Ouverture da La Cenerentola (1817)
“Nacqui all’affanno… non più mesta”, scena e rondò di Angelina da La Cenerentola

 Direttore Andrés Gabetta
Mezzosoprano Cecilia Bartoli
Les Musiciens du Prince
Napoli, 8 marzo 2019

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