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Milano, Teatro alla Scala – Vittorio Grigolo nell’Elisir d’amore

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Un autentico Elisir per l’animo. La musica di Donizetti – e il libretto di Felice Romani – si confermano un balsamo in grado di riconciliare con la vita e con sé stessi. Sono tornato alla Scala per rivedere e riascoltare il capolavoro nell’allestimento di Tullio Pericoli, per la regia di Grischa Asagaroff, con una piccola grande variazione nel cast: dopo le prime recite affidate a René Barbera, il ruolo di Nemorino ha visto sul palco Vittorio Grigolo, reduce dalle recenti e stucchevoli polemiche sul #metoo della lirica. Il tenore romano si conferma per come lo ricordiamo: un animale da palcoscenico, fortemente empatico con il pubblico, magnetico, portato talvolta a esagerare un po’ in termini di gestualità e slancio emotivo, ma pur sempre convincente. Il suo è un Nemorino tutto passione e amore, vivace, mai fermo. La voce è di bellissimo colore, ampia, morbida e, quando la dinamica tocca il forte e fortissimo, riempie il “non picciol” teatro. L’interprete sfuma e alleggerisce, a volte un po’ troppo, perché si perde il suono ed è un vero peccato (penso in particolare al primo duetto con Adina). Nella “Furtiva lagrima”, ottimamente servito dall’orchestra diretta da Michele Gamba, rallenta e tornisce la melodia con gusto, offrendo al pubblico una lettura lontana dall’assorta, notturna contemplazione di altri grandi tenori, ma innervata di una solare passionalità.

Gli altri cantanti replicano sostanzialmente la prestazione che già avevo recensito, anche se, trattandosi dell’ultima recita, mi è parso di cogliere una maggiore leggerezza. Ambrogio Maestri, vocalmente un po’ affaticato, varia simpaticamente il testo della sua cavatina affermando che è palese che lui è milanese, suscitando un sussurro di approvazione nel pubblico. Massimo Cavalletti, per converso, sembrava più in forma. Rosa Feola è come sempre frizzante e musicalissima. Il pubblico della recita di “Scala aperta” applaude con calore.

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