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Milano, Teatro alla Scala – Semele

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Nel 1959 i frati Cappuccini di viale Piave a Milano davano vita all’Opera San Francesco per i Poveri, associazione dedita all’accoglienza e all’assistenza gratuita dei deboli e dei bisognosi, fortemente voluta e incentivata da fra Cecilio Maria Cortinovis e dal dottor Emilio Grignani. Per festeggiare il sessantesimo anniversario della sua fondazione, la benemerita onlus ha deciso di proporre un evento di alto livello culturale sul palcoscenico più prestigioso della città meneghina, quello del Teatro alla Scala.
Nella fattispecie, viene presentato un titolo abbastanza raro, Semele di Georg Friedrich Händel, penultima tappa (dopo Parigi, Barcellona e Londra) della tournée internazionale dei complessi English Baroque Soloists e Monteverdi Choir, che terminerà a Roma l’8 maggio. Non un’opera vera e propria, ma un oratorio profano in tre atti di soggetto mitologico, su libretto di William Congreve da Ovidio, musicato dal “Caro Sassone” nell’estate del 1743 e rappresentato, per la prima volta, l’anno seguente, a Londra. Una composizione invero sfuggente, quasi ibrida, poiché racchiude in sé, principalmente, elementi del dramma scenico, dell’oratorio sacro, della semi-opera inglese. Lavoro musicalmente tra i più seducenti del musicista di Halle, rispetto ad altri del catalogo händeliano non viene proposto frequentemente; si vuole, però, qui ricordare almeno la bella edizione messa in scena da Robert Carsen all’ENO di Londra a fine anni Novanta, spesso ripresa all’Opernhaus Zürich (l’ultima volta pochi mesi fa), protagonista nelle recite zurighesi una scoppiettante Cecilia Bartoli.

In questo tour, Semele viene eseguita in forma semiscenica, con l’orchestra sul palcoscenico e solisti e coro che interagiscono attorno a essa, servendosi anche di pochi elementi di arredo quali sgabelli e una chaise longue. Thomas Guthrie dà vita a uno spettacolo funzionale, non privo di sprazzi di ironia, muovendo con sapienza le masse e caratterizzando con sagacia i singoli personaggi, premendo spesso sul pedale dello humour senza, però, mai eccedere. Piacciono gli eleganti abiti di taglio moderno firmati da Patricia Hofstede, giocati su cromie sobrie: bianco, nero, avorio, rosa cipria, grigio perla, pesca, rosso. Efficace il semplice gioco di luci di Rick Fisher.

Alla guida dei due ensembles giganteggia il loro fondatore, il decano della rinascita della musica antica, John Eliot Gardiner. Dirigendo senza bacchetta e optando per la versione integrale della partitura, il maestro inglese propende per una lettura contraddistinta da un’agogica dei tempi perlopiù scattante e briosa, crepitante nel suono; altresì, ottiene dagli English Baroque Soloists sonorità accese e una tavolozza ritmica caleidoscopica, dove si alternano preziosismi, colori brillanti, nuances madreperlacee e, all’occorrenza, di delicatezza serica. Ne scaturisce un Händel arioso, giocondo, sensuale e di ampio respiro, cesellato minuziosamente e con naturalezza. Potentemente incisivi i numerosi interventi del Monteverdi Choir, praticamente ineccepibile, a suo agio in questo repertorio, quasi una sorta di deuteragonista della vicenda.

Ben assemblato il cast. La giovane Louise Alder è una Semele fresca, dal physique du rôle esile e aggraziato, in possesso di uno strumento vocale luminoso, puro come un diamante in acuto. Il soprano britannico esibisce un’estrema fluidità nei virtuosismi, porgendo anche variazioni di gusto, in particolare nelle due arie del terzo atto “Myself I shall adore” e “No, no, I’ll take no less”, accolte da applausi a scena aperta.
Garbato lo Jupiter di Hugo Hymas, voce tenorile non debordante, timbricamente chiara e in grado di piegarsi in mezzevoci pastellate, a suo agio nelle colorature dell’aria “I must with speed amuse her”, emesse con precisione e facilità. Grazie anche a un fisico snello, delinea un Giove informale, a tratti adolescenziale.
Il mezzosoprano Lucile Richardot si distingue per una vocalità voluminosa, di puro velluto, ben espansa nell’ampia sala del Piermarini, emessa non sempre con omogeneità ma fortemente espressiva. Centrata e accattivante la recitazione, riuscendo l’artista francese a diversificare nella resa i due ruoli a lei affidati, restituendo una Ino dolente e languorosa e una Juno virago.
Ben caratterizzati Cadmus e Somnus di Gianluca Buratto, voce di basso profonda e di timbro scuro, morbida nell’emissione, puntuale nella dizione e sapido nella doppia interpretazione del padre autoritario e del dio sonnacchioso e concupiscente.
Dotato di una raffinata sensibilità musicale e di uno strumento musicale ben proiettato, di notevole bellezza timbrica, il controtenore Carlo Vistoli è un Athamas magnetico, rifinito nel fraseggio, improntato a malinconica tenerezza, come emerso soprattutto nelle arie “Hymen, haste, thy torch prepare” e “Despair no more shall wound me”.
Sbarazzina e scenicamente simpatica l’Iris del soprano Emily Owen, puntuta nel registro acuto, meno a fuoco in quello grave; cristallino ed etereo il Cupid di Angela Hicks; a tratti flebile e querula Alison Ponsford-Hill nell’aria del primo atto “Endless pleasure, endless love”, da libretto di pertinenza della protagonista; corretti Peter Davoren (Apollo) e Robert Davies (High Priest).
Al termine, festante successo di pubblico, con ovazioni per tutti gli interpreti principali e per Gardiner.

Teatro alla Scala – Serate benefiche 2018/19
Serata a favore della Fondazione Opera San Francesco per i Poveri Onlus
SEMELE
Oratorio profano in tre atti
Libretto di William Congreve
Musica di Georg Friedrich Händel
Esecuzione in forma semiscenica

Semele Louise Alder
Jupiter Hugo Hymas
Cadmus/Somnus Gianluca Buratto
Ino/Juno Lucile Richardot
Athamas Carlo Vistoli
Iris Emily Owen
Cupid Angela Hicks
Apollo Peter Davoren
High Priest Robert Davies
Endless Pleasure Alison Ponsford-Hill

English Baroque Soloists
Monteverdi Choir
Direttore John Eliot Gardiner
Regia Thomas Guthrie
Luci Rick Fisher
Costumi Patricia Hofstede
Milano, 6 maggio 2019

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