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Milano, Teatro alla Scala – Prima la musica e poi le parole, Gianni Schicchi

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Puccini secondo Woody Allen. O meglio: l’Italia secondo Woody Allen. Ovvero, un Paese tutto pizza e mandolino. Si respira aria di stereotipo nell’allestimento di Gianni Schicchi che il celebre regista americano aveva realizzato nel 2008 per la Los Angeles Opera e che, dopo essere stato replicato al Festival di Spoleto, è in scena in questi giorni sul palco del Teatro alla Scala. L’atto unico pucciniano, in un accostamento invero singolare, è preceduto da un’opera di Antonio Salieri, Prima la musica e poi le parole, titoli entrambi interpretati dai giovani cantanti dell’Accademia della Scala, con docente preparatore Eva Mei, e con la partecipazione straordinaria, nei panni del protagonista, di Ambrogio Maestri.

Nel complesso, l’operazione pare riuscita solo a metà. Lo Schicchi di Allen – qui ripreso da Kathleen Smith Belcher – vanta un buon ritmo teatrale e offre diversi spunti ironici, ma, come detto in apertura, si rifà ad alcuni cliché duri a morire sul Belpaese. Siamo a Firenze, il cui panorama si staglia alle spalle dei protagonisti, ma negli anni Trenta del Novecento, in un ambiente malsano e un po’ diroccato, da malavita italiana in trasferta americana. Il protagonista è una sorta di gangster con tanto di sigaro e passione per il gioco delle carte; non mancano i panni stesi che fanno molto quartieri spagnoli e gli spaghetti ingurgitati da Rinuccio, che invece rimandano a una celebre scena cinematografica di Totò. Nella bella scenografia e nei costumi, firmati entrambi da Santo Loquasto, prevalgono i toni del nero e del seppia, in una sorta di revival del neorealismo; funzionali le luci di York Kennedy (riprese da Marco Filibeck).

Sul fronte musicale, maiuscola la prova di Ambrogio Maestri, Schicchi divertito e divertente, scenicamente disinvolto, vocalmente impeccabile sia nell’accentare la parola, sia nel legato, con uno strumento di ampio volume e bel timbro in tutti i registri. Di discreto livello complessivo il resto del cast, dove segnaliamo il Rinuccio estroverso di Chuan Wang, la Lauretta dolcemente trasognata di Francesca Manzo, il serioso Simone di Eugenio Di Lieto, la Zita non ineccepibile di Daria Cherniy; completavano la locandina Hun Kim (Gherardo), Francesca Pia Vitale (Nella), Benjamin Di Falco (Gherardino), Lasha Sesitashvili (Betto), Giorgi Lomiseli (Marco), Caterina Piva (La Ciesca), Ramiro Maturana (Spinelloccio), Jorge Martinez (Ser Amantio), Hwan An (Pinellino), Maharram Huseynov (Guccio). Alla testa dell’orchestra dell’Accademia del Teatro alla Scala, Ádám Fischer ha offerto una lettura erratica, povera di ritmo teatrale, con dinamiche e tempi bizzarri, senza una vera visione complessiva dell’opera e senza la capacità di evidenziarne la straordinaria modernità.

L’atto unico di Salieri, che appartiene al novero delle opere metateatrali, quelle che prendono in giro certi vezzi del mondo musicale, non è esattamente un capolavoro. Vi sono diverse pagine interessanti, ben scritte sotto il profilo strumentale e ricche anche di spunti melodici; tuttavia, i recitativi secchi sono davvero troppo lunghi, il libretto di Giovanni Battista Casti è verbosetto e poi si perdono buona parte dei riferimenti originali che probabilmente suscitavano l’ilarità del pubblico della prima assoluta. Questa fu a Vienna nel 1786 e avvenne contestualmente al Singspiel Der Schauspieldirektor di Mozart, in una sorta di competizione tra opera italiana e opera tedesca. Ambrogio Maestri, nei panni del Maestro di cappella, è autorevole e ironico, vanta la bella voce che conosciamo e dipinge un personaggio perfettamente credibile, sia nei recitativi che nei cantabili. Al suo fianco, Ramiro Maturana è un poeta di colore più scuro e di efficace presenza scenica. Ottime le due voci femminili, interpreti l’una della primadonna tragica, l’altra di quella comica: Anna-Doris Capitelli ha voce agile e corposa, mentre Enkeleda Kamani vanta un timbro ambrato ma parimenti duttile. Le scene elegantemente surreali di Luigi Perego, che firma anche i bei costumi, incorniciano tuttavia uno spettacolo fatto di nulla: non pervenuta la regia di Grischa Asagaroff che, oltre che muovere più o meno convenzionalmente i cantanti, non fa molto di più. Apprezzabili le luci di Marco Filibeck, così come la direzione di Fischer, qui più a suo agio che non in Puccini.

Teatro alla Scala – Stagione d’opera e balletto 2018/19
PRIMA LA MUSICA E POI LE PAROLE
Divertimento teatrale in un atto
Operetta a quattro voci su Libretto di Giovanni Battista Casti
Musica di Antonio Salieri

Maestro di cappella Ambrogio Maestri
Donna Eleonora Anna-Doris Capitelli
Tonina Enkeleda Kamani
Poeta Ramiro Maturana

Solisti e orchestra dell’Accademia Teatro alla Scala
Direttore Ádám Fischer
Regia Grischa Asagaroff
Scene e costumi Luigi Perego
Luci Marco Filibeck
Nuova produzione Teatro alla Scala

GIANNI SCHICCHI
Opera in un atto su Libretto di Giovacchino Forzano
Musica di Giacomo Puccini

Gianni Schicchi Ambrogio Maestri
Lauretta Francesca Manzo
Zita Daria Cherniy
Rinuccio Chuan Wang
Gherardo Hun Kim
Nella Francesca Pia Vitale
Betto Lasha Sesitashvili
Simone Eugenio Di Lieto
Marco Giorgi Lomiseli
La Ciesca Caterina Piva
Spinelloccio Ramiro Maturana
Amantio Jorge Martinez
Pinellino Hwan An
Guccio Maharram Huseynov
Gherardino Benjamin Di Falco

Solisti e orchestra dell’Accademia Teatro alla Scala
Direttore Ádám Fischer
Regia Woody Allen ripresa da Kathleen Smith Belcher
Supervisore Grischa Asagaroff
Scene e costumi Santo Loquasto
Luci York Kennedy
Produzione Los Angeles Opera
Milano, 8 luglio 2019

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