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Milano, Teatro alla Scala – La traviata

Due erano, sulla carta, i motivi di interesse per questa ennesima riproposta del tradizionalissimo allestimento di Liliana Cavani per La traviata, già visto sulle tavole del Teatro alla Scala innumerevoli volte dal 1990 a oggi, l’ultima due mesi fa (qui la recensione): il debutto in un’opera al Piermarini di una delle bacchette italiane più apprezzate a livello internazionale e il ritorno a Milano, nei panni della protagonista e di Germont padre, di due divi dell’odierno panorama lirico amati dal grande pubblico.
Marco Armiliato, con gesto scattante e armonioso, effettuando i tagli di tradizione, conduce l’Orchestra del Teatro alla Scala con mano sicura, senza sbavature. Grazie a una tecnica ferrea e a una buona conoscenza della partitura, ne scaturisce una lettura pulita, coesa, attenta a non mettere in difficoltà i cantanti e il coro in palcoscenico, assecondati con efficacia, ravvivata qua e là da qualche interessante guizzo interpretativo – in verità pochi. In particolare, nel duetto tra Violetta e Giorgio Germont, nel preludio all’atto terzo e in “Parigi, o cara” Armiliato propende per una direzione maggiormente trasognata e intimistica, improntata a sonorità seriche e delicate. In sintesi, una Traviata corretta e ben concertata, che va in porto senza difficoltà, di buona presa sugli ascoltatori, ma avara di sfumature.

Molta era l’attesa per la Violetta di Sonya Yoncheva dopo la trionfale esibizione, nell’estate del 2018, come Imogene belliniana: aspettative deluse per il forfait della stella bulgara, arrivato a pochissime settimane dalle recite di marzo, a motivo di una gravidanza. Al suo posto, troviamo la trentaquattrenne Angel Blue, soprano californiano già esibitosi alla Scala tra 2015 e 2016 in Porgy and Bess (Clara) e La bohème (Musetta). Fisico statuario, sin dalle prime note la giovane artista si dimostra a suo agio, esibendo una voce sontuosa, di morbido velluto scuro, emessa con omogeneità: il registro acuto risuona svettante e voluminoso, come esemplificato anche dall’atteso mi bemolle conclusivo della cabaletta “Sempre libera”, emesso con sicurezza, nonché dalle eteree infiorettature del duetto “Un dì, felice, eterea”; quello medio-grave risulta corposo e quasi sempre ben appoggiato. L’interprete è dinamica e partecipe, parecchio musicale, e delinea una cocotte frivola e brillante nel primo atto, innamorata e dolente nel secondo atto, intrisa di sofferenza nel finale, dove con realismo continua a tossire – forse anche troppo; abbastanza curata la dizione.
Sostanzialmente invariato, rispetto alla recita di gennaio recensita, il parere sull’Alfredo solare e veemente di Francesco Meli, apparso a tratti stanco nell’atto conclusivo, dove incappa in una perdonabile défaillance durante il duetto “Parigi, o cara”.
Trionfatore indiscusso della serata, Plácido Domingo è Giorgio Germont. In questa sede non interessa l’annosa querelle che spesso contrappone melomani, critici o semplici appassionati, ovvero se l’artista sia o meno diventato un baritono col passare degli anni. Ruolo sicuramente più comodo e congeniale alle attuali condizioni del cantante, viene affrontato da Domingo con una vocalità calda e avvolgente, di bel colore mediterraneo, tornita nell’emissione, ampia nei centri e ancora luminosa negli acuti. L’artista, poi, recita da padreterno, con un innegabile magnetismo scenico e con una gestualità carismatica da vero matador (la mano sul cuore quando la cortigiana gli chiede di abbracciarla, un inchino aristocratico alla festa di Flora), restituendo un fraseggio espressivo ricco di inflessioni e dando vita a un papà Germont accorato e affettuoso, mai plateale. Tra i momenti da ricordare, l’aria “Di Provenza il mar, il suol”, resa con intensità e rammarico, accolta da scroscianti applausi a scena aperta. Una prova maiuscola, quella di Domingo, inficiata solo in minima parte da fiati non sempre ben calibrati.
Conferme positive per i validi comprimari, con una menzione per l’autorevole Alessandro Spina (Dottor Grenvil), la delicata Annina di Caterina Piva e la Flora vocalmente generosa di Chiara Isotton.
Teatro esaurito in ogni suo ordine e festante successo di pubblico, con lancio di fiori per i protagonisti e roboanti ovazioni per Plácido Domingo, Angel Blue visibilmente commossa e, in misura minore, per Francesco Meli e Marco Armiliato.

Teatro alla Scala – Stagione d’opera e balletto 2018/2019
LA TRAVIATA
Melodramma in tre atti su libretto di Francesco Maria Piave
Musica di Giuseppe Verdi

Violetta Valery Angel Blue
Flora Bervoix Chiara Isotton
Giorgio Germont Plácido Domingo
Alfredo Germont Francesco Meli
Barone Douphol Costantino Finucci
Marchese d’Obigny Antonio Di Matteo
Dottor Grenvil Alessandro Spina
Annina Caterina Piva
Gastone Riccardo Della Sciucca
Giuseppe Sergei Ababkin
Domestico di Flora/Commissionario Jorge Martiníz
Solista per le danze del II Atto Riccardo Massimi

Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
Corpo di ballo del Teatro alla Scala
Direttore Marco Armiliato
Maestro del coro Bruno Casoni
Regia Liliana Cavani
Scene Dante Ferretti
Costumi Gabriella Pescucci
Luci Marco Filibeck
Coreografia Micha van Hoecke
Milano, 12 marzo 2019

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