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Milano, Teatro alla Scala – Giulio Cesare in Egitto

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Con la proposta di Giulio Cesare in Egitto il Teatro alla Scala inaugura un progetto triennale incentrato sulla figura di Georg Friedrich Händel (sono previsti Agrippina – al posto di Semele – per il 2020, Ariodante per il 2021), inizialmente nato sotto l’egida di Cecilia Bartoli, ritiratasi però inaspettatamente dal programma qualche mese fa. Con questo titolo prosegue, così, il proposito di mettere in scena per ogni stagione un’opera del Settecento secondo una prassi esecutiva filologica su strumenti storici, iniziato con successo nel 2016 e fortemente voluto dal sovrintendente Pereira.

Diciassettesima opera dell’ampio catalogo händeliano, composta tra 1723 e 1724 per il King’s Theatre di Londra, con revisioni, modifiche e sostanziali varianti nelle tre riprese degli anni successivi, presenta una partitura elaborata, espressiva e variegata, nonché un organico orchestrale particolarmente ricco e sontuoso e notevoli virtuosismi vocali, qualità che ne fanno uno dei capolavori del “caro Sassone”. Al Piermarini Giulio Cesare è stato messo in scena soltanto una volta, nel 1956, diretto da Gianandrea Gavazzeni e con, fra gli altri, Nicola Rossi Lemeni, Virginia Zeani, Franco Corelli e Giulietta Simionato: un’operazione sicuramente lodevole per l’epoca, basata sull’edizione a cura dello storico dell’arte Oskar Hagen (fautore, fra l’altro, del revival händeliano nella Germania del tempo), ma ben lontana dall’interpretazione storicamente informata oggi offerta al pubblico scaligero.

Effettuando alcuni tagli e proponendo circa tre ore e un quarto di musica, sul podio dell’Orchestra del Teatro alla Scala su strumenti storici si distingue Giovanni Antonini, uno dei massimi esecutori a livello internazionale del repertorio sei e settecentesco. La sua è una lettura ammiccante, ariosa nelle dinamiche, briosa nell’agogica e vaporosa nel suono; con tecnica solidissima e una spiccata sensibilità musicale, il maestro milanese attinge a piene mani all’intera tavolozza cromatica dello spartito, cesellando con gusto ogni singola sfumatura, dosando sapientemente i tempi e tenendo d’occhio il rapporto buca-palcoscenico. Con intelligenza, nell’arco della serata alterna momenti di maggior leggerezza e speditezza, cangianti nelle sonorità, a oasi di puro lirismo, improntate ad arcate ampie e adamantine. Preciso l’accompagnamento al basso continuo di Nelson Calzi (clavicembalo), Mauro Valli (violoncello), Michele Pasotti (tiorba) e Margret Köll (arpa).

Di livello il cast internazionale scritturato, un vero e proprio parterre di stelle del barocco. Voce controtenorile luminosa e sfolgorante in acuto, dalle ammalianti screziature bronzee nei gravi, Bejun Mehta è un Giulio Cesare efficace e icastico, scenicamente elegante e autoritario; si apprezzano specialmente, oltre alla bellezza timbrica, la fantasia nelle variazioni nei da capo, la nitidezza del fraseggio e la notevole tenuta dei fiati. Nell’economia di una prestazione pressoché impeccabile, si segnalano almeno il languore e la delicatezza pastellata dell’accompagnato “Alma del gran Pompeo” e dell’aria “Aure, deh, per pietà”, o la sprezzatura con la quale rende la celebre aria del I atto “Va tacito e nascosto”.
A seguito del forfait di Cecilia Bartoli, debutta (e trionfa) alla Scala nei panni di Cleopatra Danielle de Niese: vocalità scura e pastosa, nel complesso omogenea, ben espansa nell’ampia sala teatrale, grazie anche a un fisico minuto e sexy il soprano australiano incarna con naturalezza una regina smaliziata e civettuola, in grado però anche di ampi squarci drammatici, intrisi di pathos, in particolare nelle due arie “Se pietà di me non senti” e “Piangerò la sorte mia”. I virtuosismi risultano abbastanza fluidi, come evidenziato nell’aria del terzo atto “Da tempeste il legno infranto”, corpose e puntute le note alte; perdonabile lo sparuto utilizzo di note di petto eccessivamente opache.
In possesso di uno strumento vocale ben proiettato, dal suadente timbro chiaro e liliale, di una purezza fanciullesca soprattutto nel registro acuto che risuona cristallino, il controtenore francese Philippe Jaroussky delinea un Sesto a tuttotondo, psicologicamente sfaccettato e in evoluzione, passando dal ragazzino timoroso e impacciato dell’inizio dell’opera al figlio agguerrito, deciso a vendicare il truce assassinio del padre Pompeo. Piace qui ricordare l’abbandono elegiaco dell’aria “Cara speme, questo core”, eseguita con dolcezza e con una dizione immacolata.
Vocalità morbida come il velluto e della tinta dell’ebano, sin dall’aria del primo atto “Priva son d’ogni conforto” la Cornelia del contralto Sara Mingardo giganteggia per il carisma interpretativo, l’incisività nel porgere la parola e la tecnica ferrea, che non le fa sbagliare un colpo. Tra i momenti più alti della serata, si inserisce senza ombra di dubbio lo struggente duetto con Jaroussky “Son nata a lagrimar”.
Il controtenore Christophe Dumaux, dal metallo di buon volume e di seducente colore ambrato, sfrontato in acuto, dipinge un Tolomeo aitante, spavaldo ed estremamente virile, a tratti violento, dal portamento sensuale e dalla recitazione curata.
Espressivo l’Achilla di Christian Senn; scultoreo e sonoro il Curio di Renato Dolcini, scenicamente vigoroso; garbato e vocalmente luminoso il Nireno del controtenore Luigi Schifano. Pregnanti i seppur brevi interventi del Coro del Teatro alla Scala, guidato come sempre con fermezza e puntiglio da Bruno Casoni.

Trasponendo la vicenda nell’Egitto dei giorni nostri dilaniato da una guerra e da interessi economici per il possesso dei giacimenti di petrolio, paese dove avviene il difficile incontro tra cultura occidentale e mediorientale, Robert Carsen firma uno spettacolo spiritoso, agevole, gustoso e, al contempo, prudente e mai eccessivo. Con tocchi di graziosa ironia (basti citare Cleopatra che fa il bagno nel latte di asina, oppure lo scambio di doni fra Cesare e Tolomeo – i Romani offrono un pallone da calcio e vestiti griffati di Fendi, gli Egizi invece abbigliamenti orientali e un’enorme anguria), muovendo con destrezza le masse corali e i solisti, il regista canadese non calca mai sul pedale della burla crassa e volgare (a differenza di suoi illustri colleghi spesso chiamati a mettere in scena Oltralpe titoli barocchi o del primo Ottocento), riuscendo lo stesso a tenere desta l’attenzione del folto pubblico presente in sala. Non mancano, altresì, scene potentemente drammatiche o rimandi al mondo del cinema; durante il secondo atto, il protagonista contempla su di un maxischermo un cortometraggio in bianco e nero dove, via via, sfilano i primi piani delle “dee del Nilo”, interpreti del ruolo di Cleopatra: e così vediamo Claudette Colbert dalla pellicola del 1934 diretta da DeMille, l’appassionata Vivien Leigh in Caesar and Cleopatra, la conturbante Liz Taylor e una sorridente Danielle de Niese sotto le mentite spoglie della serva Lidia. Al buon esito dell’allestimento concorrono anche le semplici scenografie, prive di ridondanti orpelli esotici, di Gideon Davey (con una menzione di merito per le pareti sbrecciate ricoperte da geroglifici dove, tra divinità egizie, spuntano mitra, bombe e altre armi), responsabile pure dei costumi di taglio contemporaneo (sostanzialmente tute mimetiche, anfibi e divise militari per i Romani, indumenti arabeggianti e kefiah per gli Egizi, ben dodici mise di varia foggia per Cleopatra); le luci, maggiormente fredde e asettiche, curate dallo stesso Carsen e da Peter van Praet; i video di Will Duke e le aggraziate coreografie di Rebecca Howell.
Alla recita ha arriso un franco successo, con numerosi applausi a scena aperta in corso d’opera e, al termine, festanti ovazioni per Antonini e per gli interpreti principali.

Teatro alla Scala – Stagione d’opera e balletto 2018/19
GIULIO CESARE IN EGITTO
Dramma per musica in tre atti
Libretto di Nicola Francesco Haym da Giacomo Francesco Bussani
Musica di Georg Friedrich Händel

Giulio Cesare Bejun Mehta
Curio Renato Dolcini
Cornelia Sara Mingardo
Sesto Pompeo Philippe Jaroussky
Cleopatra Danielle de Niese
Tolomeo Christophe Dumaux
Achilla Christian Senn
Nireno Luigi Schifano

Coro e Orchestra del Teatro alla Scala su strumenti storici
Direttore Giovanni Antonini
Maestro del coro Bruno Casoni
Basso continuo Nelson Calzi (clavicembalo), Mauro Valli (violoncello),
Michele Pasotti (tiorba), Margret Köll (arpa)
Regia Robert Carsen
Scene e costumi Gideon Davey
Luci Robert Carsen e Peter van Praet
Coreografia Rebecca Howell
Video Will Duke
Drammaturgo Ian Burton
Nuova produzione Teatro alla Scala
Milano, 21 ottobre 2019

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