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Michael Fabiano, Verdi-Donizetti (Pentatone CD)

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È ambizioso il programma scelto per il debutto discografico del tenore americano Michael Fabiano pubblicato da Pentatone. Inciso nella Chiesa di Saint Jude on the Hill a Londra, prevede una selezione di undici arie di Verdi-Donizetti (così il titolo), composte nell’arco di quarant’anni, fra il 1835 e il 1875, con l’intento di evidenziare i legami fra i due compositori (“la simbiosi sonora esistente fra i due compositori… e il drastico sviluppo nell’architettura musicale e drammatica che porta l’orchestrazione, l’armonia e i livelli di testo e musica molto più vicini gli uni agli altri di quanto lo fossero decenni prima”, come scrive lo stesso Fabiano nelle righe con cui si presenta al suo pubblico ) e l’evoluzione del belcanto nella metà dell’Ottocento. Accompagnato dalle London Voices e dalla London Philarmonic Orchestra diretta da Enrique Mazzola, l’artista si cimenta in pagine per tenore fra le più celebri, includendone anche alcune che note lo sono diventate negli ultimi decenni, vuoi sull’onda della curiosità dell’indagine musicologica, vuoi per la passione del collezionista per la rarità: ecco quindi fare la comparsa “Odi il voto” scritta per Nicola Ivanoff in occasione di una ripresa di Ernani, “Ciel che feci” dal debutto del Bussetano, Oberto Conte di San Bonifacio e ancora “Qual Sangue Sparsi… S’affronti la morte” dalla versione del 1862 de La forza del destino.

Date queste premesse, che nulla preannunciano di nuovo, giacché le rarità verdiane non sono più tali da tempo immemore ormai (ricordiamo lo storico album inciso da Claudio Abbado e Luciano Pavarotti), mentre i legami fra Donizetti e Verdi sono stati ampiamente indagati e sono nelle orecchie degli appassionati, resterebbe da intendere che il fine della presente antologia sia la presentazione di Michael Fabiano quale interprete del “bel canto”. E qui si rivela tutta l’ambizione del progetto che si scontra non solo con simili precedenti storici affidati a interpreti di alta levatura, ma anche con una seria serie di limiti tecnici del giovane tenore, che si vede implicitamente affiancato, nelle peraltro interessanti note di Geoffry Riggs, ai vari Duprez, Fraschini, Tamberlik, oltre che al già citato Pavarotti e, obbligatoriamente per le pagine verdiane, a Bergonzi. Fabiano ha uno strumento interessante dotato di un bel colore brunito, ma tecnica poco raffinata per riuscire credibile, almeno in questo momento della sua carriera, in tale repertorio.

L’accorata “Quando le sere al placido” da Luisa Miller di Verdi è, con l’aria e la cabaletta che chiude il recital “Tutto parea sorridere” da Il corsaro, forse la pagina migliore di tutto l’album, sebbene si noti una certa genericità interpretativa che è un po’ la cifra di questa pubblicazione. Già la canzone del Duca da Rigoletto, “La donna è mobile”, denuncia le difficoltà nel passaggio e una tendenza a cantare in gola, a discapito quindi di colore, dinamica e proiezione del suono che risulta schiacciato e poco squillante negli acuti. La cadenza finale della canzone, con la scala ascendente, è poco scorrevole e il Si naturale non è preso con baldanza ma portando la voce con un effetto non particolarmente piacevole.
Se “Veleno è l’aura ch’io respiro…Fu macchiato l’onor mio … Sfolgorò divino raggio” da Poliuto si segnala per una certa baldanza del recitativo, ma non convince appieno nella resa della struttura generale, la grande scena da Un ballo in maschera “Forse la soglia attinse…Ma se m’è forza perderti” mette in luce i problemi di una voce non ancora pronta ad affrontare un repertorio che è forse più eterogeneo di quei legami stilistici che si vorrebbero al contrario evidenziare; al di là delle intenzioni il fraseggio è poco cesellato, seppure chiaro, ma i suoni sono eccessivamente aperti, specie nel finale “Sì, rivederti Amelia” dove la voce scivola indietro sulla salita a “d’amor mi brillerà” e il Si bemolle conclusivo non è ben sostenuto. Si ascoltino anche l’acuto su “Pietà di me Signor” in “Qual sangue sparsi”, che non è affatto un esempio di emissione sul fiato e in maschera, o la scena de I due Foscari “Notte, perpetua notte” dove alla resa stilistica e al controllo si preferisce l’effetto, e si avranno chiari i rischi che corre una voce spinta forse troppo presto ad affrontare ruoli eccessivamente eterogenei.

Certo, all’estero Michael Fabiano è ormai nome che fa parte dello star system, come ci ricorda anche la nota sul retro del cofanetto, ma questo album dalla veste grafica pregevole non sembra rendercene ragione, anche perché, al di là di quelli che a noi sono sembrati dei limiti tecnici, pure l’interprete non offre illuminazioni particolari alle pagine affrontate. Poliuto, Edgardo, Jacopo, Alvaro e gli altri che qui si susseguono, sembrano solo nomi diversi di un medesimo personaggio, al punto che, più che rimarcare la natura del legame Donizetti-Verdi, si rischia di omologare i due autori in una prassi esecutiva di routine, a cui pare adeguarsi anche la pur eccellente London Philarmonic Orchestra diretta bene, ma non oltre la correttezza, da Enrique Mazzola. E se neppure l’aria “Alma soave e cara” dalla Maria di Rohan di Donizetti pare giustificare la pubblicazione di questo album, la vera ragione sta nell’operazione commerciale celata nella menzionata nota di presentazione sul cofanetto: presentare al grande pubblico l’American star.

MICHAEL FABIANO: VERDI – DONIZETTI
London Voices
London Philarmonic Orchestra
Direttore Enrique Mazzola
Tenore Michael Fabiano
Pentatone edizioni
Formato: cd

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