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Martina Franca, Festival della Valle d’Itria 2019 – Ecuba

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È il titolo più atteso della 45ª edizione del Festival della Valle d’Itria. Ecuba di Nicola Antonio Manfroce incarna appieno le coordinate culturali evocate dal titolo della manifestazione ospitata nella stupenda cittadina pugliese di Martina Franca: “Albori e bagliori. Napoli e l’Europa: il secolo d’oro”. Un albore e un bagliore furono la vita e l’arte di Manfroce, nato a Palmi nel 1791 e morto giovanissimo a Napoli nel 1813. Talento precoce, studi nella capitale del Regno borbonico con Giacomo Tritto e a Roma con Nicola Antonio Zingarelli; qui colse un primo successo nel 1810 con un’Alzira ispirata a Voltaire (stessa fonte di Verdi anni dopo) e quindi l’Ecuba commissionata nientemeno che da Domenico Barbaja, dal 1809 (e fino al 1840) direttore del San Carlo, ossia il più importante teatro lirico al mondo. La malattia colpì Manfroce durante la composizione, tanto che gli studiosi ritengono che abbia influito sulla stesura di secondo e terzo atto, più frettolosa rispetto al primo. Ecuba andò in scena il 31 dicembre 1812 (il Tancredi di Rossini debutterà a Venezia poco più di un mese dopo), con un clamoroso successo. Di primissimo livello il cast, con Manuel Garcia nei panni di Achille e Andrea Nozzari in quelli di Priamo. All’origine di Ecuba, la politica culturale inaugurata da Barbaja: riconquistare un pubblico distratto con opere di scuola napoletana, tra cui titoli del citato Tritto, e compiacere i governanti francesi, importando tragédie lyrique provenienti da Parigi in traduzione italiana.

Il capolavoro di Manfroce mette in musica un libretto di Giovanni Schmidt che altro non è che la traduzione italiana dell’Hécube di De Milcent, rappresentata nella capitale francese il 5 maggio 1800 con musica di de Fontanelle (1769 – 1819). Ecuba si pone quindi a cavallo di due mondi, quelli evocati dal titolo della rassegna: Napoli con la sua gloriosa scuola musicale, e l’Europa, incarnata in questo caso dalla Francia e dalla sua tradizione. Così, il giovane maestro calabrese confeziona un lavoro che trova parte del suo indiscutibile fascino proprio nella sua eterogeneità e nel suo destreggiarsi tra orizzonti tanto lontani. Francesi sono ad esempio l’importanza dei recitativi accompagnati, il gusto per gli ariosi, l’impatto dei cori e delle coreografie (queste non eseguite a Martina). Italiani sono invece l’ampio sviluppo dei pezzi chiusi, le arie in forma bipartita che divengono l’epicentro del discorso musicale, l’importanza del concertato a fine atto (in questo caso il secondo; un modello che verrà sublimato da Rossini).
La partitura è di sicuro pregio, con pagine di altissima qualità (come il quartetto del secondo atto) ed altre più convenzionali, ma pur sempre molto interessanti, soprattutto se si pensa alla giovanissima età del compositore. Albori e bagliori di un discorso artistico e musicale che forse avrebbe potuto cambiare il corso dell’opera italiana, se il destino crudele non avesse reciso così presto la vita e il talento di Manfroce. Tuttavia, la storia non si fa con i se e con i ma e a noi non resta che apprezzare questo lavoro e attendere che lo studio musicologico ci restituisca ancora qualcosa del comunque consistente corpus di spartiti di Manfroce che giacciono negli archivi.

Bene ha fatto dunque il Festival della Valle d’Itria a mettere in scena Ecuba, anche se la preparazione dell’allestimento è stata caratterizzata da alcuni incidenti di percorso: la rinuncia, per motivi di salute, del direttore Fabio Luisi, sostituito in corsa da Sesto Quatrini, e della protagonista Carmela Remigio (che invece dovrebbe cantare nella recita del 4 agosto). Il suo ruolo è stato affidato alla giovanissima (23 anni appena) Lidia Fridman, soprano russo perfezionatosi all’Accademia di Belcanto “Rodolfo Celletti”.
Ciò detto, l’operazione è nel complesso riuscita. Merito anzitutto della scelta, suggerita dal regista Pier Luigi Pizzi, di eseguire i tre atti senza soluzione di continuità, facendo guadagnare in compattezza e vigore drammatico. Pizzi, che a 89 anni suonati esibisce una vitalità invidiabile, firma come di consueto regia, scene e costumi, nel segno di un’aulica, algida e, in fondo, statica (neo) classicità. Costruisce un impianto scenico pulito e lineare, diviso in tre cubi bianchi, con ai lati due gradinate ove si asside il coro, con gli uomini a sinistra e le donne a destra, spettatori e commentatori della tragedia. I cantanti si muovono poco e in maniera alquanto prevedibile, con l’eccezione della protagonista, alla quale evidentemente il regista ha dedicato particolare attenzione (ne dico qualcosa tra poco, a proposito della cantante). A dispetto del colore dominante, sull’azione tragica si stende un velo funebre: al centro della scena si erge una sorta di altare ove quattro giovanissimi figuranti depongono all’inizio del primo atto il corpo esanime di Ettore, in un’immagine di innegabile vigore plastico. Su quello stesso altare saranno poi celebrate le funeste nozze di Achille e Polissena e ai suoi piedi, nel terzo atto, cadrà il corpo dell’eroe greco ferito a morte.

Sul podio dell’ottima orchestra del Petruzzelli di Bari, Sesto Quatrini riesce nell’impresa di dare continuità all’arco drammatico, sottolineando le preziosità di scrittura, sostenendo adeguatamente il canto, secondo un incedere che trova il punto di riferimento musicale in un neoclassicismo già ebbro di turgori romantici.
Tra i cantanti brilla per bellezza del timbro, pieno e rotondo, la nobile Polissena di Roberta Mantegna che forse non è del tutto a suo agio in questo repertorio, ma ne esce vincitrice anche per la capacità di restituire i tormenti interiori del personaggio di certo più sfaccettato dell’opera. Lidia Fridman è un’Ecuba perfetta scenicamente, secondo la prospettiva di rigida classicità scelta da Pizzi: figura esile e spigolosa, avvolta in un lungo abito viola (quanti scongiuri tra gli artisti per il prevalere di questo colore nei costumi!), un volto pieno, lungo e tondo, spesso fermo in una espressione di algida distanza. Vocalmente stupisce per la la maturità interpretativa: la voce è molto interessante, ampia, di bel colore, con lievi forzature in acuto. L’accento è sempre preciso, tagliente, buono il legato, ottima la musicalità. Siamo certi che ne sentiremo ancora parlare.
Dei due tenori, meglio l’Achille di Norman Reinhardt, al netto di qualche imprecisione linguistica: voce non bellissima ma solida, duttile e con una buona linea di canto. Mert Süngü è un Priamo adeguato scenicamente e vocalmente in progressione nel corso della recita. Ottima la Teona di Martina Gresia e apprezzabile il Duce Greco di Nile Senatore, allievo anche lui, come la protagonista, dell’Accademia Celletti.
Apprezzabile il contributo del coro del Teatro Municipale di Piacenza guidato da Corrado Casati.
Al termine della prima, vivo successo per tutti e qualche fischio all’indirizzo di Pizzi.

Festival della Valle d’Itria 2019
ECUBA
Tragedia lirica in due atti
Libretto di Giovanni Schmidt
Musica di Nicola Antonio Manfroce
Edizione critica a cura di Domenico Giannetta

Achille Norman Reinhardt
Priamo Mert Süngü
Ecuba Lidia Fridman 
Polissena Roberta Mantegna
Teona Martina Gresia
Antiloco Lorenzo Izzo

Duce greco Nile Senatore*

Orchestra del Teatro Petruzzelli di Bari
Coro del Teatro Municipale di Piacenza
Direttore Sesto Quatrini
Maestro del coro Corrado Casati
Regia, scene e costumi Pier Luigi Pizzi
Regista assistente / Luci Massimo Gasparon

Nuova produzione
*Accademia del Belcanto “Rodolfo Celletti”
Martina Franca, 30 luglio 2019

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